Approda a Bologna la Prospettiva Nomade di Leone e Salanitro

Cultura | 6 ottobre 2017


Primo appuntamento di Prospettiva Nomade. Opere fotografiche di Giuseppe Leone e i dipinti di Cateno Sanalitro​. Testo di Concetto Prestifilippo. La mostra è un​ racconto figurato. Protagonista è il paesaggio ​e la letteratura ​ siciliana​ .La narrazione è affidata a due artisti isolani. Un fotografo e un pittore, Giuseppe Leone e Cateno Sanalitro. Narrano ​ con personale cifra stilistica i luoghi della memoria. La mostra si inquadra nel novero delle attività di “Prospettiva Nomade”. La manifestazione è curata da Patti Campani. La sede espositiva è lo spazio Tatler di Gianfranco Salomoni, in via Rialto a Bologna. Pubblichiamo il racconto di Concetto Prestifilippo. 



GIUSEPPE LEONE

CATENO SANALITRO


Il paesaggio siciliano


UN CANTO

NELLA

SOLITUDINE



Concetto

Prestifilippo











Rabbione era il nome della contrada. Celava un rimando diabolico. Ore di marcia per raggiungerla. Il sentiero era tortuoso, il sole implacabile, le cavalcature stanche. Mai un albero. L’ultimo baluardo era un’altura gessosa: la Serra del falco. Dalla vetta si stagliava un mare di spighe fluttuanti. Una distesa di grano vasta per l’ampiezza di uno sguardo.

Il ventre della valle sgravava un suono dal portato taurino. Erano vocali tonde, arabeggianti. Rimbalzavano echeggiando. Una sorta di rotta sonora. Un approdo guadagnato scapicollando lungo i fianchi della valle.

La Sicilia di ogni isolano è un personale canto nella solitudine. Un rimando di luoghi, storie, personaggi, suoni, odori. Queste isole solitarie sono tutti i libri consegnati alla letteratura da una gloriosa schiera di scrittori.







LA MOSTRA

Quello che segue è racconto figurato. Protagonista è il paesaggio siciliano.

La narrazione è affidata a due artisti isolani. Un fotografo e un pittore, Giuseppe Leone e Cateno Sanalitro. Narrano personale cifra stilistica i luoghi della memoria. La mostra si inquadra nel novero delle attività di “Prospettiva Nomade”. La manifestazione è curata da Patti Campani. Previsti una serie di appuntamenti che vedranno uniti in un progetto comune, due artisti che operano con media diversi.

La sede espositiva è lo spazio Tatler di Gianfranco Salomoni, in via Rialto a Bologna. 


GLI AUTORI

Giuseppe Leone è uno dei maestri riconosciuti della fotografia italiana. Il suo è un legame imprescindibile con la letteratura. Autore di pubblicazioni fondamentali. Libri che vantano il contributo dei più grandi scrittori del Novecento.

La letteratura siciliana è racconto per immagini. Le stesse storie, la stessa intensità, gli stessi volti, gli stessi luoghi, incorniciati nel bianco e nero delle fotografie di Giuseppe Leone. Il suo racconto è letterario, financo nella sua analogica struttura di carta, segni scuri, gravures scavate, incise nel bianco. Come accade per le pagine dei libri. In mostra troneggiano immagini emozionali, evocative.

È un athanor alchemico l’archivio fotografico di questo fotografo con bottega a Ragusa, come scriveva Leonardo Sciascia. Un casellario di negativi. Custodisce il bottino di mezzo secolo di bracconaggio di epifanie magiche. La galleria-studio del fotografo ragusano è incastonata in un centro storico colpevolmente svuotato di umanità. Una sorta di presidio, un deposito di memoria, dove trovano rifugio rimandi di un naufragio sociale. Nei cassetti dell’archivio fotografico sono stipate migliaia di fotogrammi. Ecco il volto affilato di Gesualdo Bufalino. Leonardo Sciascia che incede regale per le strade di Madrid. L’intensità del sorriso triste di Vincenzo Consolo. Lo sguardo rassicurante di Andrea Camilleri. L’eleganza da aristocratico russo di Enzo Sellerio. La classe ineguagliabile di Elvira Sellerio. Lo sguardo fiero di Danilo Dolci. Quello smarrito di Antonino Uccello. Il sorriso sardonico di Silvano Nigro. E poi, i luoghi, le piazze, le chiese, i palazzi, gli scorci di paesaggio, le feste di piazza, le tradizioni popolari. Una sequenza infinita.

Leone è l’autore della fotografia simbolo della letteratura siciliana. Ritrae Consolo, Sciascia e Bufalino in contrada Noce a Racalmuto. Un’immagine che ha assunto la connotazione di icona, come la foto del Che di Alberto Korda o il ritratto di Camus di Henri Cartier-Bresson.

Il racconto fotografico di Leone registra la predominanza del bianco e nero. Cifra stilistica ormai espunta dall'imperante linguaggio fotografico digitale. Una scansione ritmica di luci e ombre, in aperta dissonanza con la plastificata cultura televisiva delle immagini nevrotiche. Un continuo levare, fino a giungere all’essenzialità del racconto. Senza scadere nella leziosità della descrizione dozzinale, nella didascalia. Una scelta stilistica extra-vagante dunque. Sono fotografie rigorosamente analogiche, frutto di un obsoleto processo di stampa che consente il controllo dei contrasti, il bilanciamento delle saturazioni, la valorizzazione dei toni, l’elogio della luce, l’esaltazione delle scansioni ritmiche, il predominare della composizione armoniosa. Dettagli narrativi che necessitano di un tempo altro, antimodernista. Una scansione temporale posteinsteniana che consente di soffermarsi, di posare uno sguardo lento. Uno sguardo sospeso sui luoghi. Uno sguardo altro sul paesaggio. Come indicato, in un vago Cinquecento, da un gigante della pittura, Giorgione. Nel suo dipinto “La tempesta”, rese il paesaggio vero e unico protagonista dell'opera. L’artista di Castelfranco Veneto scardinò l’impianto compositivo cristallizzato nei secoli della pittura. Nei suoi quadri il paesaggio assurgeva al ruolo di protagonista del racconto pittorico. Uno scenario che soppiantava l’abusato schema delle figure immerse nel paesaggio. Una tradizione pittorica di predominanza del paesaggio che poi giunge fino alle visione romantiche di Caspar David Friedrich. Percepire dunque l’essenza silenziosa dei luoghi. Questo il dettato esplicito del fotografo siciliano.


Cateno Sanalitro e i suoi dipinti fanno da contrappunto alle immagini fotografiche di Giuseppe Leone. Olii materici. Continue stratificazioni cromatiche. Lavorìo incessante. Continuo addensamento. Sono immagini potenti. Sciabolate di luce. Sembrano imprigionare, per densi strati sovrapposti, anche i suoni e gli odori dei paesaggi siciliani raffigurati.

Cateno Sanalitro è nato in Sicilia ma vive e opera, da quasi quaranta anni, a Bologna. La sua è una pittura colta, irrituale, lontana dai dettami dozzinali e modernisti. I rimandi sono ai grandi maestri del Novecento. Sanalitro è un artista mosso da un’irrefrenabile coazione al gesto pittorico, roso da un continuo fervore sperimentale. Pittore irrituale, eccentrico, ha coniato una cifra stilistica inequivocabile. Il suo studio, abbarbicato in cima a una torre di Budrio, è densamente popolato da una selva di tele, incisioni, sculture. Una fabbriceria febbricitante. Così come procede per accumulo nelle sue tele, stipa negli anfratti di questa torre di mattoni rossi, un caravanserraglio di oggetti della quotidianità contadina, ceramiche, stoffe, oggetti dismessi. Un aggregato che smarrisce, come ogni architettura barocca siciliana. Nelle sue tele, frammenti di cielo, scorci di campi riarsi, lingue di fuoco di stoppie incendiate, brandelli di mare. Una sorta di partitura del paesaggio dell’anima. Questa è la Sicilia metaforica, come ogni patria agognata.





IL PAESAGGIO NELLA LETTERATURA SICILIANA

Nel suo libro “Le pietre di Pantalica”, Vincenzo Consolo sintetizzava la fascinazione e lo struggimento per una sorta di Itaca negata:

«Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca».


Questa Sicilia metaforica non è univoca. Ė arcipelago di isole variegate. Complessità inclassificabile. Era il concetto di Isola plurale descritto da un altro gigante della Letteratura del Novecento. Nel suo libro “Cere perse”, Gesualdo Bufalino annotava:


« Dicono gli atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d'isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubbo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava».


Ma la più spietata descrizione del paesaggio siciliano è quella consegnata alla Letteratura da un nobile, un aristocratico disincantato. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in un libro che non vide mai pubblicato, consegnava questo compito alle parole non di un siciliano. Uno straniero, un piemontese:


Era appena giorno; quel tanto di luce che riusciva a trapassare il coltrone di nuvole era di nuovo impedito dal sudiciume immemoriale del finestrino. Chevalley era solo; fra urti e scossoni si bagnò di saliva la punta dell’indice, ripulì il vetro per l’ampiezza di un occhio. Guardò; dinanzi a lui sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile”.



LA LETTERATURA SICILIANA

La Sicilia raccontata, non può risolversi in una mera elencazione di nomi e titoli. Sono esercizi di stile buoni per dotte accademie. In barba ad ogni classificazione, senza ordine, solo per citarne alcuni, ecco: Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Quasimodo, Vittorini, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Borgese, Piccolo, D’Arrigo, Lanza, Savarese, Maraini, Hornby, Bonaviri, Cammilleri, Bufalino, Sciascia, Consolo. Narratori che hanno disegnato un carosello di personaggi balzachiani, il paradigma umano della Grande Isola.

Non sono possibili raffronti con altre realtà regionali. Le storie narrate delineano i contorni di una geografia letteraria di un’Isola delle meraviglie. Come in un abbecedario d’antan, si dispiegano le insolite contee letterarie. La provincia di Agrigento con il teatro umano di Pirandello, la passione civile di Sciascia, fino al buon Camilleri e la sua sterminata avventura narrativa. La Palermo impietosa e languida del principe Tomasi di Lampedusa. Messina con la lingua materna e avvolgente di D’Arrigo, la poesia lunare di Piccolo e l’immensa architettura delle parole di Vincenzo Consolo. Catania è quella del gigante Verga e del sicilianissimo Brancati. Binomio inscindibile, quello che lega Siracusa al raffinato Vittorini. Ragusa è l’eleganza, non solo letteraria, di Bufalino. La poesia rigorosa di Nino Di Vita ammanta Trapani. I racconti di magia sono quelli di Nino Savarese e della sua nebbiosa Enna. La Caltanissetta dello zolfo è quella di Rosso di San Secondo.

Ogni siciliano possiede un reliquiario letterario privato. Il mio è un rimando a una libreria di ciliegio. La biblioteca dello zio Pietro, giovane intellettuale nato a Serradifalco in una modesta famiglia di zolfatai. Il riscatto sociale era incastonato nei volumi Bompiani della collana “I delfini”. Al ritorno dal liceo di Caltanissetta, portava sempre un pacchetto. Carta spessa da imballaggio. L’apertura svelava ancora un afrore di colla e tipografia. Libri bizzarri: Mario Farinella “I siciliani a Milano” con l’incisione di Bruno Caruso in copertina. Antonio Pizzuto “Si riparano bambole”, Lerici editore. La rivista “Il Menabò”, con il rimando in copertina a “I giorni della fera” di D’Arrigo. Un minuscolo libretto azzurro Scheiwiller, “Plumelia” di Lucio Piccolo. “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, di Vincenzo Consolo e l’incisione di Guttuso. Le parrocchie di Regalpetra di Sciascia, editore Laterza e i pretini in copertina.

Come in un fotogramma di un film abusato, rovisto in penombra. La vecchia abitazione di via Cappellini è stata venduta e sarà demolita. I volumi celano biglietti, appunti, fotografie. Una dedica del maestro Petyx, un altro maestro di scuola elementare, intellettuale attento. La geografia letteraria siciliana è connotata da luoghi eccentrici e da maestri di scuola. Comiso e Gesualdo Bufalino, Racalmuto e Leonardo Sciascia, Sant’Agata di Militello e Vincenzo Consolo, Valguarnera e Giuseppe Lanza, Polizzi Generosa e Antonio Borgese, Capo D’Orlando e Lucio Piccolo. Eruditi eccentrici, non provinciali ma veri intellettuali europei. Autori che hanno alimentato la fascinazione di un’isola affollata di miti. Lo stesso rapimento estatico che non aveva risparmiato il raffinato Sthendal. Pingue e indolente, disteso sul suo canapè nello studio al 10 di rue du Chevalier de Saint-George, lo scrittore francese agognava un viaggio in Sicilia. Voleva andare a vedere il luogo dove il diavolo aveva preso moglie, scriveva infervorato. Pergusa, il demonio e il suo viaggio eccentrico, rimasero però confinati nella sua accidiosa immaginazione.

La Sicilia è il luogo più raccontato. Le sue storie e i suoi personaggi esercitano un fascino singolare. Come testimonia l’infinita schiera di film tratti dai libri degli scrittori siciliani.








I LUOGHI DEGLI SCRITTORI

IL PRINCIPE

Palermo. Via Butera, quartiere Kalsa. Luogo dell’appuntamento è la trattoria “Pipparè”. Io e il fotografo che mi accompagna, scampiamo, per autentico miracolo, al mediorientale e pericoloso disappunto dell’oste. Non aveva gradito certe attenzioni riservata alla sua protetta. Scivolati dal fotogramma neorealista, ci ritroviamo al cospetto di un imponente portone. Ė quello di palazzo Lampedusa. Due teste di leone in bronzo incastonate nel legno in un ruggito bislacco. La corte in penombra. L’arioso scalone e le tele con i ritratti degli avi. A riceverci la duchessa di Palma, Nicoletta Polo Lanza e la sua eleganza impareggiabile. Dal fondo del salone, la finestra spalancata sul golfo di Palermo. Nella penombra una voce impostata, cadenza regolare, ipnotica. Gioacchino Lanza Tomasi, figlio di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de “Il gattopardo”, siede di spalle, sprofondato nella poltrona che guarda il mare. Alla sua destra, un vecchio registratore a bobine che riconsegna, nel suo lento moto vorticoso, la voce originale del vecchio principe Giuseppe. Una lettura ad alta voce di un suo racconto:

“…Il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare… Quell’adolescente sorrideva, una leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere i dentici aguzzi e bianchi, come quelli dei cani. Non era però uno di quei sorrisi come se ne vedono fra voialtri… esso esprimeva soltanto se stesso, cioè una quasi bestiale gioia di vivere, una quasi divina letizia… Dai disordinati capelli color sole, l’acqua del mare colava sugli occhi verdi apertissimi, sui lineamenti di infantile purezza… Sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta che lenta batteva il fondo della barca. Era una sirena. Riversa poggiava la testa nelle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho malchiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima…”.

Il racconto è “Lighea”, narra dell’amore di un uomo e una sirena. Le parole del principe riecheggiavano nell’antico palazzo mentre la tenda del balcone svelava, a tratti, il giardino e le navi alla fonda.


IL MAESTRO DI REGALPETRA

Abbandonata la provinciale per Agrigento, dopo pochi chilometri, il budello di vie di Racalmuto. Lo slargo liberatorio era quello del castello Chiaramontano. La sosta d’obbligo al cospetto della vetrina della pasticceria Parisi. I taralli di cioccolato e l’afrore di anice. Il rumore dei gettoni telefonici eil telefono grigio con la cornetta di bachelite. Rispondeva la signora Maria, la moglie del professore. L’appuntamento era in contrada Noce. Superata Fontanamara, tra filari di vigna e smunti alberi di mandorle, la casa dello scrittore. Una residenza modesta. Terreno pietroso, coltivato a fatica. Leonardo Sciascia sorrideva timidamente. E fumava. In continuazione. E ascoltava. In silenzio.


IL SORRISO DELL’IGNOTO MARINAIO

Milano, via Volta. La fermata della Metro è quella di Moscova. Piove. La portiera del vecchio stabile ha un accento meridionale. Vincenzo Consolo è marinaio. Financo nella statura. Il suo studio è rifugio di esiliato. Un minuscolo scrittoio. L’incisione di Guttuso dedicata ad Antonello da Messina. I libri. Tanti. Fuori piove. In continuazione. L’autore di Retablo, guarda oltre la pioggia, quando parla della Sicilia.


L’AMARO MIELE

Comiso. I divani color crema facevano risaltare i pesanti occhiali scuri. Un appartamento borghese, quello di Gesualdo Bufalino. La voce discreta, con una leggera increspatura. La libreria toccava il soffitto. I giudizi erano sfumati ma taglienti. Sul tavolo una pila di CD. Il regalo di Claudio Abbado.


PLUMELIA

Capo d’Orlando. L’ingresso di villa Piccolo è inadeguato. Il breve viale riconcilia con l’aspettativa. A destra, il mare e le isole dolci del Dio. A sinistra, il cimitero dei cani. Ai piedi della collina, il bosco delle apparizioni, delle epifanie. Il minuscolo salone e la poltrona dove, in penombra, il barone magico piangeva al cospetto delle immagini televisive. Quelle degli astronauti che toccavano il suolo lunare.


BANDITI A PARTINICO

Le stanze dell’ufficio erano vuote. Il mobilio d’antan. Il lontananza, una voce. Danilo Dolci al telefono. Appariva di colpo, imponente come un Budda laico. Raggiungemmo la diga Jato a bordo della sua bizzarra Fiat Ritmo. Quell’invaso era la concretizzazione fisica di un’idea. I contadini della miseria di Partinico agognavano un grande “vacile”. Il dramma dei siciliani è di non credere nelle idee. Quest’omone triestino, con fatica inenarrabile, aveva insegnato ai siciliani come si concretizzare un’idea.


GATTERIA

Enna, quartiere Monte. La nebbia è fitta, come ovatta opalina. Affiorano e scompaiono misteriose e inquietanti figure. Incappucciati. Incedono a passo lento, ritmato da rumori sordi di tamburi, in lontananza. La casa di Nino Savarese si affaccia su uno strapiombo. Quando è limpido, si scorge l’Etna e una lingua di mare.



Ė quasi sera in via Cappellini a Serradifalco. Domani, demoliranno la modesta casa di minatori. Le pareti di gesso collasseranno con un minuto e smunto boato.

La tenda reca al centro un ricamo intrecciato al tombolo. Scostandola si scorgono rondini che intrecciano misteriose tessiture.

Il balcone è quello della nonna Michela. Iniziava i suoi cunti pomeridiani così:

Ora ti cuntu un cuntu. Si cunta e si ricunta”




Concetto Prestifilippo




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