Barry Lyndon, dal film di Kubrick alla messinscena di Sepe

Cultura | 1 novembre 2018

Liberamente tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray

riduzione teatrale e regia di Giancarlo Sepe

con Massimiliano Auci, Sonia Bertin, Mauro Brentel Bernardi, Gisella Cesari

Silvia Como, Tatiana Dessi, Vladimir Randazzo, Federica Stefanelli

Giovanni Tacchella, Guido Targetti, Pino Tufillaro, Gianmarco Vettori

foto di Salvatore Pastore

scenografie e costumi Carlo De Marino

muische a cura di Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team

luci di Guido Pizzuti

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro La Comunità. Roma Teatro Argentina sino al 4 novembre

Di Angelo Pizzuto

°°°

Prima che si iniziasse a imprecare di ‘ascensori sociali’, peraltro sempre fermi al  piano terra e comunque di scarsa capienza,  la figura (pragmatico-letteraria) dell’arrampicatore sociale (intraprendente o indolente) o dell’onesto individuo ansioso di mettere a frutto le proprie competenze (traendone la “giusta mercede”) aveva ispirato un rilevante filone della narrativa anti-romantica alla cui vetta vorrei porre il “Bel Ami” di De Maupassant (datato 1885), ma le cui ‘ricadute’, i cui modelli di negligente aspirazione (al benessere, all’arrivismo sociale) furono presto riconoscibili in almeno due capisaldi delle narrazioni ‘non larmoyant’, peraltro già consapevole della finitezza e della ‘poca qualità’ per cui l’essere umano deve fare i conti con le incognite del (personale) destino.

 Per quanto mi compete, ho sempre apprezzato la singolare “comunanza” di due libri apparentemente agli antipodi- quanto ad ésprit letterario e poco esaltanti pregevolezze dell’animo umano: “Una vita” di Italo Svevo 1892, già intriso di disagio freudiano e di impossibilità di riscattare la propria condizione di “mediocrità” (in quella sorta di borghesia pingue e mercantile cui Alfonso Nitti  vagheggia di “essere ammesso”);  e “Mastro don Gesualdo” di Verga, dato alle stampe nel  1889, ove i canoni del verismo conducono l’ex bracciante (‘campiere’ dei sottoproletari dell’entroterra siciliana) verso la più falsa e dolente emancipazione di abbandono e dolor senile (cooptato per opportunità da una nobiltà in rovina) mediante il compromesso proto- borghese del matrimonio riparatore, a beneficio di una eburnea fanciulla (irripetibile la Bianca Trao di Lydia Alfonsi nello ‘spiritico’, cogente sceneggiato di Vaccari)  “posseduta e svergognata” da altro bellimbusto. Pur di darle dignità di  moglie, di madre, in cambio di elevazione verso le ‘piccole sfere’ che fanno il bello e il cattivo tempo della misera umanità in quel di Vizzini.

Pensate che la ‘stia prendendo alla larga’? A me non pare, poiché il romanzo di Thackeray che fa da ordito a “Barry Lyndon” altri non è che uno dei primi antenati di quegli individui ‘senza qualità’ (senza per forza scomodare l’enciclopedico Musil), di cui il l’antieroe reso famoso dal film di Kubrick (1975) è solo  uno dei primi partecipanti all’ardua maratona del “farla franca” per mezzo di varie Franche, Nore, Lady Lyndon (e altre  ‘passeggere’) che dovrebbero garantirgli piaceri d’alcova, saccocce suonanti e sostanziale irresponsabilità del proprio srotolare da una magagna all’altra. E poiché, come è noto, “a tutte le sconfitte e fallimenti si reagisce…tranne all’ultino”, anche la scorribanda terrena, vagamente picaresca del mitomane irlandese inventore (mitomane) di tortuosi alberi genealogici, avrà amara fine. Senza che ciò dia alla narrazione (al film, allo spettacolo che ne desume Giancarlo Sepe) alcuna valenza ammonitiva o precettistica.

 Riattualizzandosi invece il lontano parere che Pier Giorgio Bellocchio, direttore di “Quaderni Piacentini”, diede dell’opera di Kubrick: “Elogiato per il suo versante plastico-figurativo, per il virtuosismo delle sue raffinatezze estetiche, ambientazioni tecniche di ripresa (luce naturale, persino lumi di candele, n.d.r.), Barry Lyndon non è opera formalista ma discorso ben più complesso ove protagoniste sono le leggi e le relazioni economiche, le strutture sociali e relativi poteri contrattuali, le inesorabili barriere di classe”. Contro le quali sia Svevo, sia Verga (più cinico e ‘ottimista’ il dissipato De Maupassant) erano ben coscienti- verismo o psicanalisi a parte- di essere disarmati narratori.

Nonostante baldanze, duelli, incontri furtivi, fughe da Casanova spiantato, ciò che più intriga Giancarlo Sepe sono o sarebbero “gli stati d’animo sono amplificati da suggestive musiche, mentre le parole sono rese da un gioco teatrale composto da sfondi di carta, in un’atmosfera…spero.. di forte  suggestione visiva”. Favola nera, quindi, storia di una caduta all’incontrario sul più bello della scalata al benessere classista, cui si agglutina (rispetto ad altri spettacoli del regista) una maggiore attenzione per la struttura, la coralità, la parcellizzazione della ‘parola drammaturgica’  Esaltata dalle musiche, dai contrappunti che mirano a bilanciare gli elementi emozionali dei personaggi. Lasciando che la parabola  si dipani  (fra  sunto e crasi del racconto) attraverso le tinte fosche o luminose delle sequenze e dei ‘cambi a vista’,  sostenuti  di volta in volta da musiche di Mozart, Haendel, Paisiello, Schubert, Bach, Ligeti, e altri; cui si aggregano  i contemporanei  Chieftians, Aphex Twin, Johansonn, Rachel’s e le cantate in  lingua dei padri celtici raccolti da Alan Lomax.

Unica differenza rispetto all’originale (che si coglie nelle eccessive ribalte o avanzate in proscenio del personaggio): nell’accurata sintesi di Giancarlo Sepe (meno di 90 minuti in platea)  è “il protagonista a raccontarsi in prima persona, nel suo peregrinare in una notte allegorica che tutto accoglie ed accetta”. Alla stregua di una beata a-moralità che “tutto accoglie e tutto accetta”, affinchè nessuna opportunità vada persa – non essendogli (da principio) necessaria alcuna dimestichezza con i modi raffinati, le miserie antesignane di nobiltà cui la madre, influenza infausta, vorrebbe consegnarlo “vestendolo   damerino” da  villan ripulito.

Va precisato: non v’è ironia e nemmeno giudizio etico in questa ulteriore dimostrazione ‘d’amor cinefilo’ (edotto, senziente o da bastian contrario) che il regista offre al pubblico dei suoi estimatori. Semmai una sospensione di giudizio, una incessante baraonda scenico-espositiva della quale, talvolta, si perde il filo delle connessioni logiche e delle dinamiche fra ‘sudditanza e potere’ nell’ambito dei rapporti amorosi,  siano essi primeggiati da uomo o da donna. Pur sempre nell’esercizio di un vano potere che condurrà, chi più chi meno, alla catastrofe di “personaggi e di epoca”  Persistendo in  noi la sensazione che aver dilatato la peculiarità del ‘teatro intimo’ di Sepe, dallo spazio raccolto, quasi eucaristico de La Comunità a quello più dispersivo e prestigioso dell’Argentina di Roma tolga qualcosa (di inespiantabile) alla complicità mimetica,  ‘corporale’, fra spettatori ed interpreti,  nelle decine e decine di serate trascorse nella gloriosa  saletta di via Zanazzo a Trastevere.

 di Angelo Pizzuto

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