Breve storia di Leonardo Vitale, il pentito a cui nessun volle credere

Cultura | 4 dicembre 2018

"Io...penso che la mafia si può battere...che lo stato sia più forte della mafia...NON si può mettere la mafia contro lo stato!"

Queste parole sono state pronunciate da Leonardo Vitale, il primo vero pentito di mafia in un'intervista televisiva rilasciata alla fine del 1983. Appena un anno prima del suo omicidio.

Leonardo Vitale, definito da molti il "Valachi di Altarello", era nato a Palermo nel 1941. All'età di 17 anni suo zio, Titta Vitale, decise di farlo diventare un uomo d'onore di cosa nostra e per vedere se era capace di uccidere, gli consegnò una pistola e gli disse di uccidere un cavallo. Vitale eseguì ed entrò quindi nell'organizzazione mafiosa.

Negli anni successivi, per conto della cosca a cui apparteneva, effettuò tre omicidi e partecipò a un sequestro di persona.

Anni dopo, ricorderà "avevo 17 anni, ero un ragazzo...forse l'idea di uccidere un cavallo m affascinava...poi il resto era un'altra cosa".

All'inizio degli anni 70, precisamente il 29 marzo 1973, dopo aver avuto una forte crisi mistica, decise di pentirsi...e si recò alla polizia per confessare tutto all'allora dirigente Bruno Contrada. Dalle sue confessioni uscirono fuori nomi come Calò (vedi foto 1), Ciancimino e persino Riina, all'epoca non molto conosciuto.

Sei giorni dopo fu resa nota la sua collaborazione (vedi foto 2).

Le cose però non andarono bene...ancora non erano maturi i tempi...e nonostante furono organizzati dei processi tra il 1977 e il 1979 a diverse persone che lui aveva accusato (vedi foto 3 e 4)..finì che Vitale, che pur era stato definito attendibile, fu indicato come semi infermo di mente. Negli anni compresi tra il 1973 e il 1984 fu spedito prima al manicomio criminale di Barcellona pozzo di Gotto (ove viene sottoposto a varie elettroshock e tentativi di lobotomia), in seguito fu confinato a Gratteri (nella foto 5 si vede Vitale, semi distrutto da quel che gli hanno fatto durante i terribili anni a Barcellona. nella foto 6 mentre viene intervistato da Giò Marrazzo, recatosi ad intervistarlo durante un servizio della primavera del 1980), e infine fu trasferito per ragioni di sicurezza, alla fine del 1982, a Reggio Emilia.

Durante la permanenza a Reggio Emilia, rilasciò una lunga intervista a Francesco D'Amato (nelle foto 7 e 8 si vede Vitale mentre viene condotto sorridente in sala colloqui e poi nella foto 9 mentre risponde alle domande). Durante questo interessante servizio, in cui Vitale riassunse le sue denunce e i suoi ricordi e disse la frase che introduce questo articolo (nella foto 10 viene ripreso proprio l'attimo in cui guarda la telecamera e dice che la mafia non può mettersi contro lo stato).

Nel giugno 1984 fu scarcerato e tornò a Palermo.

Purtroppo, come si dice nello speciale di "primo piano" del tg3 andato in onda nel 2007 in cui ha inoltre collaborato mio padre Antonio con le musiche, la "sua libertà dura solo sei mesi". Il 2 dicembre 1984, i sicari della mafia lo uccisero in un agguato davanti casa sua, mentre era in macchina dopo essere tornato dalla messa domenicale (vedi foto 11 e 12). Morirà 5 giorni dopo.

La mafia aspetta...ma non dimentica e all’epoca dell’omicidio non esisteva ancora una legge che proteggesse i pentiti di mafia, ma solo la legge del febbraio 1980 sulla gestione dei pentiti del terrorismo. Una legge proprio sui pentiti di mafia sarebbe comparsa solo dopo qualche anno.

(riprodotti nelle foto seguenti alcune pagine di giornale dell'epoca usciti all’epoca dell’agguato e una foto della macchina in cui era Vitale).

Nel corso degli anni, Vitale non è stato ricordato come altri pentiti di mafia e, a parte un’intervista di Paolo Borsellino e una nota nel libro di Giovanni Falcone “cose di cosa nostra”, non ci sono stati molti contributi “diretti” per ricordarlo. Il primo, di certo non trascurabile, è il già citato servizio di “Primo Piano” e il secondo è un lavoro cinematografico chiamato “l’uomo di vetro” (2007) tratto dall’omonimo libro di Salvatore Parlagreco e il terzo è un servizio nel programma “Blu notte – misteri italiani” in cui Carlo Lucarelli espone la storia del pentitismo mafioso e riprende anche brevemente la storia di Vitale.

A volte mi viene chiesto: “perché ricordare quest’uomo? Perché gli dai questa importanza? Se proprio devi ricordare dei pentiti di mafia, perché parli proprio di lui?”.

Io, che ho fatto una discreta ricerca sul fenomeno e potrei parlare per ore di personaggi come Buscetta, Contorno, Allegra e tanti altri, mi sento di rispondere in questo modo: Vitale, a differenza di tantissimi altri pentiti della mafia siciliana, ha delle particolarità. Per prima cosa il suo modo di violare la legge dell’omertà aveva delle radici molto diverse da coloro che si sono pentiti nella seconda metà degli anni ’80. Lui non aveva sentimenti di vendetta verso altri e non ha detto le sue verità nella speranza di ottenere qualcosa in cambio. Poi, perché la sua collaborazione avviene molto prima di quella dei pentiti che avrebbero portato al maxiprocesso, dieci anni almeno. Infine perché Vitale è riuscito a dimostrare, come poi hanno fatto personaggi come Don Puglisi, come la fede religiosa, se ben usata, può essere anche un’arma contro la mafia.

Ritengo che oggi Vitale debba essere ricordato tra gli esempi più caratteristici di coloro che hanno fatto la scelta di violare la legge dell’omertà - se non di più in certi casi - per la sua lezione morale.

Io come ogni anno ricordo Leonardo Vitale...la sua forza di essersi opposto alla mafia...e come ogni anno voglio ricordare le parole che scrissero su di lui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell'ordinanza del maxiprocesso.

"A differenza della giustizia statuale, la mafia ha percepito l'importanza delle propalazioni di Leonardo Vitale e nel momento ritenuto più opportuno lo ha inesorabilmente punito per aver violato la legge dell'omertà. E' augurabile che almeno dopo morto Vitale trovi il credito che meritava e che merita." (8 novembre 1985).

 di Enrico Isidoro Guida

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