Cannata porta in scena Majorana, un uomo con universo dentro

Cultura | 20 marzo 2019
«Non solo uno scienziato, ma anche un filosofo, un uomo con un grande senso di libertà e un intero universo dentro». Non risparmia entusiasmo Loredana Cannata, raccontando di Ettore Majorana, il genio della fisica nucleare e della meccanica quantistica, anima con Enrico Fermi dei Ragazzi di via Panisperna. Era il 27 marzo 1938, esattamente 80 anni fa, quando a soli 32 anni svanì nel nulla. Suicidio, fuga, scelta monastica? Il giallo ha animato per anni cronache e dibattiti, almeno quanto la portata delle sue intuizioni sull'atomo, senza però mai davvero arrivare alla parola 'finè.

 Oggi la sua storia torna ora in scena con 'La scomparsa di Majoranà, testo ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia, in prima nazionale al Palladium di Roma dal 21 al 24 marzo, con la regia di Fabrizio Catalano che dello scrittore è nipote (30 -31 marzo ad Agrigento e in tournée la prossima stagione). Per la Cannata i panni di Laura Fermi, la moglie del premio Nobel, mentre Alessio Caruso è (il presunto) Majorana, con Roberto Negri e Giovanna Rossi. «L'idea - racconta l’attrice all’ANSA - era di tornare a riflettere sulla figura di uno scienziato, le cui idee sono ancora così attuali, ma forse poco conosciute. Io stessa ho riscoperto non solo la sua genialità, ma anche la filosofia che animò il suo operato. Un uomo che aveva dentro l’universo - prosegue - che arrivava a spiegare cose inspiegabili, per altro con grande facilità. Ma che soffriva la popolarità, il successo, i riconoscimenti, le pressioni familiari perché arrivasse al Nobel. Si dice che avesse intuito con grande anticipo il pericolo della bomba atomica e che abbia preferito rinunciare a tutto, pur di non collaborare a un’invenzione tanto mortale. D’altronde, come diceva lui, uno scienziato deve essere anche un pò filosofo, altrimenti sarà solo un ingegnere quantistico». Sciascia sposa la tesi che Majorana, partito in nave da Palermo ma apparentemente mai approdato a Napoli, abbia voluto estraniarsi dal mondo prima che questo precipitasse nel baratro. "Anche Papa Wojtyla - prosegue la Cannata - nel 1984 recandosi alla Certosa di Serra San Bruno, in Calabria, disse che quel convento aveva ospitato lo scienziato». In scena, tutto accade in una notte tra il 5 e il 6 agosto del 1945, in un ospedale di provincia. Un uomo, avvolto in una tunica da certosino, rifiuta di rivelare la propria identità. Il commissario di polizia è convinto che dietro quei tratti si nasconda proprio Majorana, al quale invano ha dato a lungo la caccia. Viene allora chiamata Laura Fermi, che i Ragazzi di via Panisperna li aveva vissuti a lungo, per provare un’identificazione. «Una donna che non fu solo osservatrice - prosegue la Cannata - ma che tra quelle grandi menti trovò la sua vocazione di divulgatrice». Di origini ebree, fuggì alla furia delle leggi razziali insieme al marito nel '38, subito dopo il Nobel a Stoccolma, volando direttamente negli Stati Uniti. «Concreta, moderna - prosegue - alla morte del marito tirò su due figli da sola». Poi si torna a «Ettore», come ormai lo chiama la Cannata. "Confesso, studiare la sua storia è stato un viaggio affascinante quanto l’uomo», sorride, da sempre impegnata per battaglie umanitarie, dalla causa zapatista in Messico alla difesa degli animali. «Credo nei numeri - dice - Majorana era nato il 5 agosto, il giorno prima della bomba atomica; io il 14 luglio, la Presa della Bastiglia». Anche grazie a questo spettacolo, racconta, «mi sono avvicinata agli studi di fisica quantistica e metafisica e sto lavorando a un progetto completamente diverso, più da divulgatrice. Nell’universo nulla è un caso e ho trovato un senso differente anche al mio lavoro, che regala la grande opportunità di parlare al pubblico».



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