Cinema da oscar: perchè piacciono la creatura anfibia e il sarto tirannico

Cultura | 9 marzo 2018

La forma dell’acqua (2017) di Gullielmo Del Toro. Ce l’ha fatta il messicano Gullielmo Del Toro con la sua Bella e la Bestia in versione acquatica, a convertire le iniziali 13 nomination in 4 fiammeggianti e prestigiosissimi Oscar (Miglior film, Miglior regia, Miglior scenografia, Miglior colonna sonora originale), rovesciando il canonico happy end che rispetto alla celeberrima fiaba francese lascia bestia la bestia e trasforma la bella in creatura degli abissi. Idea vincente, questa de La forma dell’acqua (2017, già Leone d’Oro alla 74.a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia), dove commozione umana e partigiana benevolenza degli spettatori confluiscono sulla figlia muta di un dio minore, d’italiche origini, umile addetta alle pulizie di un segretissimo laboratorio USA, che manda all’aria segretissimi piani dell’intelligence USA. Due i cattivissimi di turno: lo spietato colonnello Strickland (fornito di moglie-bambola-sessuale, sulla quale rovescia la sua potenza di macho) e l’altrettanto truce e ottuso generalissimo Hoyt, entrambi alla fine malamente gabbati. Scoperta una mostruosa “creatura”, imprigionata in un grigio laboratorio e destinata a morte certa, la fantesca riesce - dopo aver stabilito un contatto usando il linguaggio dei segni - ad organizzarne una fuga rocambolesca. Bella (niente affatto tale) e bestia (una specie di rospo gigante similuomo) finiranno per innamorarsi e amarsi (lui provvisto di organo riproduttivo “retrattile” quando si eccita è attraversato da onde blu-elettrico). Chiusa metamorfosante tra sparatorie e provvidenziali tuffi notturni. Metafora sulla tolleranza e la diversità, La forma dell’acqua evoca en passant l’allucinato clima della guerra fredda capovolgendo argutamente consolidati stereotipi, (s)gradevole fiaba per adulti e adolescenti (anche con sequenze pulp) e bizzarra love story che ha commosso a tal punto le “entità divine” (ovvero i votanti all’Oscar) da “meritare” una messe di nomination e l’agognato poker di Oscar. Interpreti: Sally Hawkins, Octavia Spencer, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg. 

Il filo nascosto (2017) di Paul Thomas Anderson. Una love story, percorsa da brividi sadomaso, “cuce” (è proprio il caso di dire) il non ancora cinquantenne talentoso regista-sceneggiatore-produttore Usa Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il petroliere e The Master) con il suo Filo nascosto (2017), vagamente ispirato alla biografia di Cristobal Balenciaga, inarrivabile e geniale stilista spagnolo creatore e campione d’alta moda. Nella Gran Bretagna degli anni ‘50 Incontro-scontro di due contrapposte personalità: quella maniacale e al limite della sindrome di Asperger (autismo) d’un dispotico couturier di lusso (ripetitività comportamentale, ossessionante dedizione al lavoro, con aggiunta una “edipica” devozione alla madre morta) e quella d’un ex cameriera (divenuta sua musa ispiratrice e moglie) svincolata da obblighi protocollari e dalla veemente caratterialità. Avvelenare parzialmente il consorte con funghi tossici per renderlo inoffensivo e amorevolmente accudirlo, sarà il venefico rimedio per evitare rotture definitive. Raffinatissimo, curatissimo nei costumi e nei dettagli, mostrati con primi e primissimi piani, scortato da una colonna sonora in parte classica e in parte originale, magistralmente interpretato da due protagonisti in stato di grazia (il rodatissimo Daniel Day-Lewis, che annuncia con questo film il suo ritiro dalle scene, e Lesley Manville, entrambi britannici). Resta l’inquieta speranza che Il filo nascosto non provochi un’endemica imitazione nelle donne più o meno angariate da mariti signori e padroni a rischio decesso. Oscar per i Migliori costumi. Interpreti:  Vicky Krieps, Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Sue Clark.

 di Franco La Magna

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