Come colpire l'area grigia della mafia

Società | 26 novembre 2018

Ad alcune famiglie imprenditoriali palermitane, che avevano subito sequestri di aziende e patrimoni per molti milioni, sono stati recentemente restituiti i beni. Pur essendovi qualche parente per il quale era stata a suo tempo giudizialmente accertato, dicono i giudici, un “rapporto di stretta fiducia” con esponenti di Cosa nostra, ciò - come ha qui raccontato Palazzolo il 21 novembre scorso - non si estende automaticamente ai discendenti e a quanto questi possiedono. Pertanto, a meno che non si dimostri o una vera e propria affiliazione (di cui all'art. 416 bis c.p.), ovvero un “apporto individuale alla vita dell'organizzazione criminale” (concorso esterno nel reato di cui al 416 bis), allora mancano i presupposti di una condanna, e quindi anche ciò che consente di fondare il giudizio di pericolosità sociale che sta alla base del sequestro. Quanto agli aspetti economici, se i discendenti sono in grado di mostrare che certe risorse di cui dispongono non sono riconducibili al congiunto che operava illecitamente, allora esse non vanno aggredite dalle potenti misure di prevenzione approntate dalla nostra legislazione. Del resto, che la responsabilità penale sia personale è un principio di civiltà giuridica essenziale in uno Stato di diritto.

Inoltre, nella fase in cui viviamo - come si evince dalle opinioni riportate nell'approfondimento di Lauria, sempre il 21 novembre - vi è più cautela, a seguito sia della giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'UE in tema di pericolosità sociale, sia della vicenda Saguto. Aggiungo che, anche grazie a riforme legislative recenti, come quella del c.d. codice antimafia del 2017, si hanno strumenti non ablativi, come il controllo giudiziario, o la vigilanza collaborativa esercitata dall'ANAC in casi come quello di EXPO, che anziché azzerare il management di un'azienda, effettuano - quando la situazione lo consente - un affiancamento che tiene in piedi le strategie, i contratti, i rapporti con i lavoratori, e stabilisce la legalità nel modo meno traumatico possibile. Ed è pure giusto che, seppure Tizio, o i suoi familiari, o i suoi soci siano stati collaborativi con i mafiosi in una certa fase della loro vita, sia data a loro la chance di voltare pagina, senza restare per sempre incatenati a errori del passato, propri o altrui. Anzi, se si vuole ripulire l'economia siciliana, calabrese, campana dalla mafia, occorre sperare che vi siano molti ravvedimenti o prese di distanze del genere.

Occorre aggiungere che, qualora possa esservi anche semplicemente il sospetto che qualche sequestro, che porta a rimuovere certi amministratori, dipendenti, consulenti per sostituirli con altri, sia stato deciso o comunque gestito non perché dettato integralmente dall'imparziale applicazione della legge, ma anche o soltanto per ragioni particolaristiche e terra terra (come il sistemare qualche soggetto gradito), ciò infligge un colpo micidiale alla credibilità dell'azione di contrasto alle mafie (penso a quanto scrive Giacomo di Girolamo).

Tutto ciò premesso, e senza nessun riferimento a casi particolari - né quelli di cui hanno parlato le cronache recenti, né altri -, immaginiamo in linea di pura fantasia un operatore economico, Caio, che non è affiliato (416 bis), e neppure aiuta il sodalizio dando a esso un  contributo essenziale (concorso esterno). Piuttosto, Caio si fa aiutare dai mafiosi per distorcere a proprio vantaggio le dinamiche di mercato, ad esempio facendosi proteggere dalla concorrenza indesiderata, oppure beneficiando di opportunità di business che diversamente non gli arriverebbero. Ai mafiosi starà bene, perché Caio è loro sodale. E più è vasta l'area grigia composta da gente del genere, più a una mafia resta da vivere, anche quando è in crisi. A Caio, cinicamente, conviene pure (se poi è particolarmente scaltrito proverà anche a figurare tra le fila dell'antiracket). Ai suoi competitors e all'intera collettività no. Alla stregua del diritto vigente, Caio potrebbe non essere punibile (va poi visto caso per caso che cosa abbia concretamente fatto). E, ad oggi, deve essere così, perché in uno Stato di diritto deve valere il nulla poena sine previa lege poenali. La domanda però è: se ci fossero 100, 1000 o più Caio, come si sconfiggerà la mafia? Come si moralizzerà l'economia? Come si redimeranno i territori ad alta densità? La risposta è, a mio avviso (come ho argomentato meglio altrove), che occorre una nuova e specifica figura di reato, tale da colpire chi si comporta come Caio. Sarebbe una importante freccia in più all'arco del già potente - ma ovviamente perfettibile - armamentario di una politica antimafia che si voglia per un verso autentica, e per altro verso talmente efficace da poter sradicare del tutto questa realtà criminale. (La Repubblica Palermo)

 di Antonio La Spina

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