Corruzione e povertà prime figlie del sistema mafioso

Politica | 22 luglio 2017

Quest'anno cadono il  35simo anniversario dell’uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, del Prefetto Dalla Chiesa, di sua moglie e dell’agente di scorta Russo e il 25simo anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Gli anniversari sono sempre occasione di riflessione storica e politica oltre l’attenzione mediatica che si spegne subito dopo.

Quest’anno concomitanti agli anniversari sono stati l’uccisione di Daidoni, un mafioso di Porta nuova emergente , gli sfregi alle immagini di Falcone e Livatino, ma anche gli arresti dei 34 mafiosi di Brancaccio. Da un lato la mafia ha voluto fa notare la sua presenza, dall’altro lo Stato ha riaffermato la sua capacità repressiva.

Le stragi degli anni novanta, che seguono ai delitti politico-mafiosi della guerra di mafia degli anni ottanta, richiamano sempre lo stesso interrogativo. Chi sono stati i mandanti occulti? Chi ha coperto i depistaggi dei delitti eccellenti di Mattarella, La Torre, Chinnici, Falcone, Borsellino? Perché si parla sempre meno della seconda guerra di mafia che ha provocato l’approvazione della legge Rognoni-La Torre, vera cesura storica, che ha reso possibile l’esito positivo del Maxiprocesso?

Da Portella a oggi c’è sempre stata la compiacenza, la presenza, oltre della mafia, di uomini dello Stato, della politica, delle istituzioni, dell’economia e probabilmente anche dei servizi segreti di potenze straniere. Ad esempio, nel processo unificato, grazie alle scelte degli inquirenti inizialmente guidati da Rocco Chinnici, sui delitti Reina, Mattarella, La Torre tutto ciò è stato adombrato, ma nessuno ha potuto esplorarlo sino a poterne provare giudizialmente la consistenza. Così ci ritroviamo una verità storica che si deduce dall’interpretazione politica e sociale dei fatti e una giudiziaria non altrettanto esaustiva per insufficienza di prove penali. Ogni qualvolta gli inquirenti hanno voluto insistere nella ricerca delle prove penali della commistione di potere tra mafie, affari e politica sono stati fermati dai depistaggi o dalla loro uccisione. Nonostante ciò, dopo trentacinque anni di legge Rognoni- La Torre, il bilancio della sua applicazione ed estensione è positivo. La mafia che allora veniva negata o ignorata anche giudiziariamente oltre che politicamente oggi non può essere negata. Essa si è trasformata e adeguata all’evoluzione del sistema capitalistico: da braccio armato servente di parti delle classi dirigenti fino a parte organica delle stesse, favorita dalla corruzione e dalla comune sete di arricchimento.

Il capitalismo finanziario transnazionale per affermarsi ha sfruttato e ricattato quello produttivo che ha sua volta ha scaricato tutto sul mondo del lavoro. In questo contesto è proliferata la corruzione la quale è diventata la forma espressiva primaria delle mafie. Non per caso dove la corruzione è forte, le mafie sono più forti.

Sul piano giurisprudenziale non c’è unanimità su questo aspetto come dimostrano qualche sentenza giudiziaria sul fenomeno criminale in qualche processo compreso quello recentissimo su mafia capitale. In quest’ultimo si riconoscono gli imputati come ladri e corruttori organizzati, in collusione con uomini delle istituzioni e della politica, ma non definibili mafiosi probabilmente perché usavano la forza dell’intimidazione, ma non praticavano gli omicidi plateali.

In questi anni molto si è fatto nella repressione del fenomeno mafioso e nella sua analisi storica e sociologica, ma rimane ancora senza risposta la ricerca della verità sul rapporto mafia-affari-politica,esclusivamente per responsabilità politica. Infatti nel mondo della politica si può continuare a trattare con un pregiudicato come se fosse un padre della patria, si devono attendere anni e poi ancora mesi per l’approvazione parlamentare di norme migliorative del Codice antimafia pur dopo tanti compromessi al ribasso. Ma anche per esigenze apparentemente minori si manifestano resistenze come per la pubblicazione degli atti storici della Commissione antimafia nazionale nel Portale Pio La Torre, gestito dall’archivio storico della Camera e istituito su proposta del nostro Centro Studi. Nel Parlamento Europeo nessuno, compreso i parlamentari italiani, parlano più del contrasto alle mafie con l’istituzione di una Procura europea antimafia e antiterrorismo sul modello italiano e il riconoscimento del reato di associazione mafiosa nelle legislazioni degli stati membri. Non bisogna aspettare l’anniversario di turno rievocativo della strage o del delitto eccellente compreso quello prossimo del 3 settembre di Carlo Alberto Dalla Chiesa, per riproporre questa esigenza primaria per la democrazia che senza queste verità risulta indebolita.

Oltre la repressione, che ha raggiunto alti livelli di efficienza, occorre ribaltare quelle politiche neoliberiste perseguite sin dagli anni settanta che hanno accresciuto la disuguaglianza, la povertà e indeboliti i diritti sociali e il welfare e consentito l’espansione dell’economia criminale.

Questa è la scelta di fondo su cui si misura la differenza moderna tra destra e sinistra. Chi sostiene queste politiche magari accompagnandola con qualche concessione sui diritti civili, ma a scapito di quelli sociali non può ritenersi di sinistra. Riprodurre l’ingiustizia sociale significa deprimere la democrazia e le libertà sociali e individuali.

Su questi temi si deciderà il futuro dell’Italia e dell’Ue, ma anche della crescita economica e sociale del pianeta. 

 di Vito Lo Monaco

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