Così la mafia ha cambiato la toponomastica di Palermo

Cultura | 26 gennaio 2019

Costruzione e definizione della memoria attraverso i luoghi e i monumenti: è l'oggetto della ricerca di Maria Giulia Franco, 22 anni, palermitana, laureata in Scienze delle comunicazioni, che ora frequenta il corso magistrale di Semiotica all'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Nel suo lavoro Franco analizza come una città come Palermo abbia costruito la memoria di un tragico passato e dei suoi protagonisti, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino assassinati dalla mafia nelle stragi del'92, anche attraverso i luoghi. "Il luogo in quanto unica traccia autentica dell'evento, - scrive - conserverà una storia, una memoria, che farà sì che il senso originario subirà una trasformazione; il luogo infatti, sarà carico di un significato e di un valore altro rispetto alla sua condizione originaria, poiché non sarà solo l'evento accaduto a causarne una trasformazione ma anche la costruzione del monumento, la cui presenza determinerà l'iscrizione di uno spazio simbolico". "Il ricordo di quei fatti e di quegli anni è iscritto definitivamente nella storia della città di Palermo. - spiega - Qui la toponomastica di strade e piazze ha subito variazioni in seguito agli eventi di quegli anni. Infatti numerose sono le vie che portano i nomi delle vittime delle stragi, soprattutto magistrati e agenti di scorta. Sono stati costruiti monumenti come lapidi e stele; giardini e parchi sono stati intitolati alle vittime della lotta alla mafia divenendo così possibili tramiti per ricordare e costruire una memoria collettiva". In particolare lo studio racconta l'iter della costruzione delle stele erette dall'Anas sull'autostrada Palermo-Mazara del Vallo, a Capaci, nel punto sconvolto dall'esplosivo che uccise Giovanni Falcone, la moglie e i tre agenti della polizia di Stato e il Giardino della Memoria realizzato sotto le carreggiate.


Tenere viva la memoria attraverso i luoghi.

Il monumento ha l'obiettivo di mantenere sempre viva la memoria di coloro i quali hanno sacrificato la loro vita in una lotta contro la mafia, trasmettendola anche alle generazioni future. Non si ricordano i fatti, ma le narrazioni, le storie che influenzeranno l'interpretazione e il punto di vista di ogni enunciatario, tramite diversi possibili testi; il monumento ne è una possibile concretizzazione. La memoria può essere tramandata mediante vari tipi di testo, grazie ai quali un evento viene ricordato, rivissuto e anche attualizzato; la memoria stessa si costruisce così nel tempo creando un sistema di valori ai quali la cultura di quel luogo fa riferimento e che ne è espressione. Si analizzerà il processo di costruzione e definizione della memoria dei due giudici Falcone e Borsellino uccisi dalla mafia, mediante i diversi luoghi e i monumenti che li ricordano. Il ricordo di quei fatti e di quegli anni è iscritto definitivamente nella storia della città di Palermo. Qui la toponomastica di strade e piazze ha subito variazioni in seguito agli eventi di quegli anni. Infatti numerose sono le vie che portano i nomi delle vittime delle stragi, soprattutto magistrati e agenti di scorta. Sono stati costruiti monumenti come lapidi e stele; giardini e parchi sono stati intitolati alle vittime della lotta alla mafia divenendo così possibili tramiti per ricordare e costruire una memoria collettiva. Palermo, ha inscritto nel suo tessuto urbano un ricordo doloroso che non potrà più essere cancellato e che viene costantemente alimentato dall'azione di associazioni istituzionali e di volontariato, promotrici di iniziative come cortei, manifestazioni, dibattiti per celebrare la memoria. Proveremo adesso ad analizzare alcuni di quei testi, divenuti simboli, che tramandano e così definiscono la memoria dei due giudici. La cultura di appartenenza, o come viene definita da Lotman la semiosfera, ripone sempre una gerarchia di principi, che fungeranno da guida per l'attribuzione e iscrizione di un valore e soprattutto per tutti quei processi interpretativi che faranno sì che un monumento venga riconosciuto come tale. Secondo Lotman infatti, la cultura è memoria poiché è ciò che resta di ciò che è stato vissuto, infatti viene da lui definita come "memoria non ereditaria di una collettività": Lotman definisce così lo stretto legame, quasi sovrapponibile tra cultura e memoria. La memoria individuale, anche se rientra nella sfera più personale, funzionerà sempre in un contesto collettivo, poiché sarà sempre culturalizzata dall'esperienza esterna vissuta dal singolo. Un monumento infatti, in una determinata cultura di riferimento, è la concretizzazione ed esternalizzazione della memoria di un dato evento accaduto, richiamato per indessicalità.

Un monumento viene definito tale dalla collettività solo quando viene riconosciuto come traccia di un passato da ricordare, quando diventa un segno dotato quindi di un piano dell'espressione e uno del contenuto; una forma di testimonianza presentificata nello spazio. Spazio che in quanto linguaggio, verrà risemantizzato poiché il senso stesso del luogo subirà una trasformazione.

Permetterà alla collettività di ricordare, poiché l'evento accaduto verrà pensato, immaginato in relazione al luogo che terrà traccia del passato.

Secondo quali dinamiche ricordiamo un evento accaduto? Ciò che rientra nella memoria collettiva, e di conseguenza anche in quella individuale, non è un evento drammatico in sé, ma il trauma che si ricollega a questo; ciò avviene solo nel momento in cui all'evento viene attribuito un senso specifico che farà sì che questo venga riconosciuto come traumatico dalla società.

L'interpretazione dell'evento non prevede un cambiamento o una trasformazione dei fatti accaduti, ma ne determina la valenza, il significato e il grado di importanza entro il quale in una società viene ricordato e pensato.

Ogni memoria quindi, è sempre guidata da principi, da filtri grazie ai quali ricostruiamo e raccontiamo un passato. Ogni cultura infatti fonderà la propria identità sulla memoria, che sarà sempre il risultato di una narrazione soggetta a continue trasformazioni. Ciò che ricordiamo non sono i fatti accaduti, ma le continue narrazioni, storie sempre più negoziabili, che ne favoriscono la presentificazione e concretizzazione. Il ricordo quindi è sempre il potenziale prodotto di ciò che figurativizza la temporalità, come lo spazio. Lo spazio identifica, e consente di individuare una realtà sociale, una cultura di riferimento; esso, in quanto linguaggio, comunica gli usi, i comportamenti e aiuta a definire la nostra identità in una collettività. Infatti lo spazio è uno dei principali dispositivi che regolano la capacità di ricordare. E' uno di quei dispositivi che permette al singolo di pensare e immaginare eventi accaduti che costituiranno un potenziale ricordo, anche se mai vissuto.

Questo è il caso quando si pensa al 23 Maggio del 1992, giorno dell'attentato al giudice Giovanni Falcone, avvenuto sull'autostrada A29 nei pressi di Capaci; dove persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani . Oggi nella memoria di ognuno è possibile una ricostruzione dell'evento, in base alla sua conoscenza, all'interpretazione, e anche a un sistema di passioni che influenzeranno sempre la capacità di ogni individuo di ricordare. Il ricordo è ciò che permane, ma anche in questo caso sarà sempre soggetto a trasformazioni che saranno influenzate da diversi filtri di traduzione.

Il luogo in quanto unica traccia autentica dell'evento, conserverà una storia, una memoria, che farà sì che il senso originario subirà una trasformazione; il luogo infatti, sarà carico di un significato e di un valore altro rispetto alla sua condizione originaria, poiché non sarà solo l'evento accaduto a causarne una trasformazione ma anche la costruzione del monumento, la cui presenza determinerà l'iscrizione di uno spazio simbolico.

Il monumento in ricordo alle vittime venne costruito nel 2004 a opera dell'architetto, enunciatore, Costanza Pera, nel punto in cui fu compiuto l'attentato.



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