Così le riforme agrarie cambiarono i paesaggi d'Italia

Cultura | 31 gennaio 2018

Si può leggere la storia scrutando l’orizzonte. Non è una romanticheria d’antan. Ė la tesi di fondo del libro: “I paesaggi della riforma agraria. Storia, pianificazione e gestione”. Volume edito dall’Istituto Alcide Cervi e dalla Biblioteca Archivio “Emilio Sereni” (pag. 396, euro 20). La pubblicazione è stata curata da Gabriella Bonini, responsabile scientifico della Biblioteca Archivio “Emilio Sereni” dell’Istituto “Alcide Cervi” e da Carmelo Nigrelli, professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica presso l’università di Catania. Il libro accoglie i contributi scientifici di una serie di specialisti che hanno animato una summer school in Sicilia. Franco Amata, professore ordinario di Storia dell’Agricoltura presso l’università di Catania, è l’autore della lectio magistralis incentrata sui fenomeni di dispersione insediativa periurbana.

Il soggetto di questa approfondita analisi è il Terzo Paesaggio, per dirla con Gilles Clèment. Il tema è quello legato alla riforma agraria, una rivoluzione tentata e fallita. La riforma agraria e il piano Ina Casa rappresentano le due più grandi riforme mai attuate in Italia. Il libro è un dettato esplicito, impietoso, imperniato sulla crudezza dei dati analizzati. Nel censimento del 1951, il 42% della popolazione italiana lavorava nel comparto agricolo. Un ristretto gruppo di latifondisti deteneva la maggioranza delle proprietà fondiarie italiane. L’esproprio che condusse allo sembramento del latifondo, paradossalmente, favorì i ricchi proprietari. La mitica furbizia italica, consentì loro di cedere terreni di pessima qualità, riuscendo a spuntare prezzi “gonfiati”. Il tragico paradigma della nazione infetta. I ricchi proprietari e i loro sodali politici, trasformarono la riforma in una sorta di alienazione delle porzioni di territorio più improduttive. Le plusvalenze realizzate si trasformarono nel sacco edilizio che intabarrò la Sicilia sotto una fitta coltre di cemento. 

In soli quindici anni, il numero degli agricoltori passò da due milioni a circa settecentomila. Era stata questa l’angoscia pasoliniana: la civiltà contadina spazzata via in pochi anni. Orde di lavoratori bracciantili, abbandonavano la terra rincorrendo il sogno dell’inurbamento e dell’industrializzazione. Il paesaggio, con devastante velocità, si trasformò da agrario a rurale. Emilio Sereni è il padre della definizione di paesaggio agrario. Uomo coltissimo, economista, politico dotato di una erudizione sterminata. Maneggiava con disinvoltura una decina di lingue straniere, tra queste anche il cinese. Fu uno degli esponenti comunisti più attivi nella lotta antifascista. Uno dei padri della Repubblica italiana. L’articolo 9 della Costituzione recita: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. L’insegnamento di Sereni fu quello di studiare con attenzione la storia del paesaggio. Propugnava una consapevolezza collettiva del territorio.

Due le riforme, una post-bellica e una mussolinana, hanno consegnato una cinquantina di borghi siciliani in abbandono. Svuotamenti, riconducibili all’inefficacia dei Piani paesaggistici e ai mancati Indirizzi territoriali privi di una strategia univoca.

Il più intrigante è quello firmato da Fabio Lattuca e Pietro Bonanno, che sviluppano il tema dell’Abbandologia. Un musicologo e un musicista, si occupano di paesaggi sonori. Un portato poetico, legato ai luoghi abbandonati. Il loro invito è quello di reinterpretare questi luoghi grazie al racconto sonoro e alla poesia dei suoni. Sound landscape, è l’originale chiave di lettura del progetto Vacuamœnia. Uno studio dedicato all’interazione dei suoni prodotti dagli agenti naturali che si intrecciano con i prodotti antropici dell’abbandono. I due esperti, da anni, sono impegnati nella registrazione dei suoni dei borghi abbandonati. Luoghi intesi dunque come casse armoniche naturali. Vacuomœnia è traslitterazione di mura vuote. Ė l’analisi della sovrapposizione delle geofonie prodotte dal vento, delle biofonie prodotte dai versi degli animali e delle antropofonie. Impronte sonore che vedono il vento come trigger acustico. Una sorta di Organologia del paesaggio prodotta dal ritmico infrangersi delle imposte come strumenti a corde, o il sibìlo del vento sui tetti come per gli strumenti a fiato. Un atmosferalismo estetico degli spazi indecisi.

Un libro che racconta la riforma del Paese irriformabile.

Solo al barone di Műnchhausen, è consentito di salvarsi dalla sabbie mobili tirandosi per il proprio codino.

 di Concetto Prestifilippo

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