Dalla vittoria di Mahmood un piccolo grande segnale in controtendenza

Cultura | 10 febbraio 2019

C’è un’altra Italia che emerge dalla vittoria di Mahmood al 69.o Festival della canzone italiana di Sanremo. Un piccolo grande segnale in controtendenza rispetto al clima politico imperante, nella vittoria assolutamente a sorpresa di questo ragazzo di 26 anni nato e cresciuto a Milano da madre sarda e padre egiziano. Un “nuovo italiano”, come l’albanese Ermal Meta, vincitore lo scorso anno assieme a Fabrizio Moro.
Al netto delle polemiche in sala stampa e sui social di Ultimo, che forse si sentiva già la vittoria in tasca e in effetti avrebbe stravinto se il televoto non fosse stato “corretto” dal responso delle giurie (quella degli esperti che contava per il 20 per cento, quella della sala stampa che esprimeva il 30 per cento).
Al netto della clamorosa contestazione della platea del Teatro Ariston all’annuncio del quarto posto di Loredana Bertè, la cui canzone probabilmente avrebbe meritato maggiormente la vittoria o almeno il podio: sarebbe stato quasi un premio alla carriera, alla vigilia della fiction che Raiuno dedicherà nei prossimi giorni alla sorella Mia Martini, scomparsa nel ‘95.
Al netto del “caso Achille Lauro”, la cui “Rolls Royce” è stata accusata sin dal titolo (il nome della celebre marca di automobili è lo stesso impresso su alcune pasticche di Ecstasy…) di essere infarcita di riferimenti all’uso delle droghe. La verità è che la canzone spacca, funziona, un rock che rimane in testa. Qualcuno si è spinto a paragonarla alla “Vita spericolata” con cui Vasco Rossi lasciò un segno indelebile nel Sanremo dell’83.
Al netto di queste e altre cose (le polemiche della vigilia sulle frasi di Baglioni sui migranti, il clima da “libertà vigilata” che sembrava incombere sulle serate, l’esplosione liberatoria dei venti minuti contro tutto e tutti di Pio e Amedeo, senza censura né autocensura…), rimane questa vittoria che ha fatto storcere la bocca a molti, ma è un bel segnale per tutti coloro che lo vogliono cogliere.
Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, nato nel 1992, si fece veder per la prima volta nell’edizione 2012 di “X Factor”. Concorreva nella categoria Under Uomini, eliminato alla terza puntata. Tre anni dopo vince il concorso Area Sanremo, che gli vale l’accesso al Sanremo Giovani del 2016. Quarto con il brano “Dimentica”. Da notare che quella finale di Sanremo Giovani (al comando del Festival c’era Carlo Conti) ha espresso i vincitori delle edizioni successive: Gabbani nel 2017, il citato Ermal Meta nel 2018, appunto Mahmood quest’anno. Occhio agli altri finalisti di quell’anno, insomma…
Ma torniamo a noi. Due mesi fa il ragazzo milanese vince con “Gioventù bruciata” il Sanremo Giovani collegato all’edizione 2019 del Festival (l’altro vincitore: Einar) e per la prima volta anticipato e staccato temporalmente dalla kermesse. Vittoria che gli apre le porte della rassegna, fino alla clamorosa vittoria finale.
La sua “Soldi” comincia così: “In periferia fa molto caldo, Mamma stai tranquilla sto arrivando, Te la prenderai per un bugiardo, Ti sembrava amore era altro, Beve champagne sotto Ramadan, Alla tv danno Jackie Chan, Fuma narghilè mi chiede come va, Mi chiede come va come va come va, Sai già come va come va come va, Penso più veloce per capire se domani tu mi fregherai, Non ho tempo per chiarire perché solo ora so cosa sei, È difficile stare al mondo quando perdi l’orgoglio lasci casa in un giorno, Tu dimmi se pensavi solo ai soldi soldi soldi…”.
Mahmood spiega che il testo parla di quanto i soldi possono cambiare i rapporti all’interno di una famiglia, a scapito dei valori veri. A casa parla in sardo, non l’arabo, dice che la frase in arabo nel testo (“Figlio mio, amore, vieni qui…”) è un ricordo della sua infanzia. Definisce il suo un “Morocco pop”, afferma di essere cresciuto musicalmente con Battisti, Dalla, De Gregori e le canzoni arabe di suo padre. Il suo motto? “Non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te…”.
Il “nuovo italiano” Mahmood rappresenterà il nostro Paese al prossimo EuroFestival. (Articolo21.org)

 di Carlo Muscatello 

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