Declinazioni di un’indagine, “Primo venne Caino”

Cultura | 11 febbraio 2018

È il libro dell’indagine. E l’indagine vince. L’indagine fatta sulle relazioni professionali, i codici deontologici, l’etica, la gratitudine per ciò che si è diventati ma anche la necessità dell’indipendenza morale e della migrazione. L’indagine emozionale, che scortica la superficie e scopre come, inutili calcolatori dell’ignoto, impieghiamo tempo e sostanze a disinnescare anima e sentimenti. Perché inibire la scintilla dell’Amore è forse l’unica strategia rimasta contro il dolore per un ipotetico abbandono. Ma evitare un abbandono in potenza, non è forse la traduzione inevitabile di un abbandono in atto? È la proverbiale paura di amare ed essere amati, ossia l’osceno dono che il vorace mostro dell’io adolescente scava da parte a parte lasciando il vuoto. L’indagine familiare, che sottolinea come rancorosi retaggi e taciuti disagi possono trasformarsi in frustrata sopportazione la cui risoluzione è costantemente rinviata per non essere guardata in faccia e affrontata.

L’indagine introspettiva, che ci traghetta dentro chi porta con sé incoscienti ardori col tempo divenuti scorie. L’indagine affettiva, che si sofferma sull’incapacità di reagire alla perdita, che trasforma in tentativo inadeguato ogni sforzo, che disvela fragilità e smarrimento, che impedisce carezze necessarie ma non contemplate e che, per l’armonia complice di un rapporto,  sacralizza le vertebre all’immobilità, irrigidisce i polsi e annida le fatiche nelle viscere lise da uno strappo profondo, dal cui strapiombo verso il vuoto si precipita più volte, senza mai toccare il fondo. E si muore. Come solo l’amicizia sa uccidere. E poi anche l’indagine giornalistica, quella che deduce e ipotizza, che studia e approfondisce, che bluffa e smaschera. Una grande e lunga indagine umana, in una sola storia, dentro un unico libro. E  non un trattato sociologico, o antropologico o di psicologia, ma un thriller.

Un thriller in cui si risolve un caso e se ne affrontano tanti altri, che crea dubbi, che non lascia scampo all’atarassia, che coniuga fatti e sensi come se fossero fatti nostri e nostre sensazioni, che ci riempie di magoni perché almeno un tratto di ogni personaggio ci riguarda, è cosa nota, magari già risolta, magari ancora da farci i conti. Come forse a ricordare che i principi fisici che ci governano non riguardano i compartimenti stagni ma i vasi comunicanti. Segno che scrivere di serial killer è un esercizio pericoloso, perché non sono solo il ritmo e la storia madre a fare la differenza, ma i dettagli. Dove ogni argomento affrontato è figlio di uno studio approfondito che fa della narrazione un tappeto vibrante costante, che ci tiene sulle spine perché ci fotografa e ci inchioda. Perché bisogna mettere le mani nell’insidioso, nello scomodo, perché bisogna fare invasione di campo in temi ostici e scivolosi, dove spesso l’approssimazione e il qualunquismo trionfano proprio perché chiunque ha un parere su tutto e, molto peggio, padronanza su qual si voglia argomento, fosse anche solo per sentito dire.

Scrivere è un’arte nobile e complessa perché frutto di studio, di dedizione, di approfondimenti, di informazioni, di interviste, di conti che non tornano, di parole che non vengono, di concetti che non prendono forma, di forme che non convincono, di rosari snocciolati di notte, di pasti saltati, di mani tra i capelli, di prese di posizione, di ragioni tradite, di polpastrelli induriti, di telefonate mute, di ossa mai sgranchite, di poco tempo, di lunghe attese, di paure galoppanti, di occhi stanchi e di puzza di sconfitta. In Primo venne Caino la passione si sente tutta: quella cristiana della fatica, del lavoro, della ricerca, quella romantica della scrittura. Un libro dalla sorprendente e avvincente tensione narrativa che diventa anche fisica in un crescendo continuo di impennate e sospensioni. Nel grafico di Primo venne Caino si registrano solo picchi e chiunque si appressi alla lettura potrà intercettare tutto ciò finora descritto, tranne una cosa: la puzza della sconfitta. Quella no, perché in questo romanzo c’è un dichiarato profumo di alloro.

 di Annalisa Insardà

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