Diario semiserio dalla segregazione pandemica: Pasqua e non Pasqua

Società | 4 aprile 2020

“Ricapitoliamo: in pochi giorni abbiamo risolto il problema del traffico, dell’inquinamento, dello spreco di cibo, della ludopatia e dell’invasione dei migranti. Miglioramenti sensibili anche sul fronte dell’evasione fiscale e della tracciabilità dei pagamenti (per giustificare le uscite di casa). Abbiamo incentivato la digitalizzazione e l’alfabetizzazione informatica, dato forte impulso all’e-commerce, lanciato lo smart working e l’e-learning. Abbiamo finalmente dato al calcio meno importanza, aumentato la lettura dei libri e dei giornali, la visione dei film, riscoperto il piacere della sana cucina casalinga e del giardinaggio. Siamo diventati più socievoli e desiderosi di interagire con il prossimo. Quando suona il campanello il “e adesso chi ca…o è che rompe” è stato sostituito da una scossa adrenalinica. Abbiamo responsabilizzato la maggioranza dei cittadini all’osservanza delle norme, a non voltarsi dall’altra parte se vedono qualcuno che fa il furbo, abbiamo imparato a fare la fila in modo ordinato e a lavarci le mani. Passiamo molto più tempo con i nostri figli e i nostri partner, forse entro un anno avremo pure risolto il problema demografico. Furti, rapine e altri delitti ridotti all’osso, traffico e spaccio di droga che hanno subìto un tracollo. Adesso ci resta solo da risolvere sta caz…ta del coronavirus e andrà tutto bene”.

Tra le migliaia di foto, video, commenti che impazzano da uno smartphone all’altro – sperando che le reti di comunicazione reggano a tanto carico - quello riportato, ovviamente infarcito di decine di emoticon, ci è parso il più dissacrante, il più originale. Da primo posto nella hit parade. Con la sua leggerezza non priva di acume analitico non solo ironizza ma coglie repentine evoluzioni comportamentali, economiche, sociali, psicologiche. E in qualche modo, diciamo meglio a suo modo, esorcizza questa incommensurabile piaga d’Egitto che ci sta toccando subire.

Iniziamo così, con voluta ironia (esercizio quanto mai faticoso e complicato in queste settimane di nero dolore) queste cronache-diario dalla segregazione da coronavirus. Alternando serio e faceto, modo di porsi il secondo che aiuta sempre a sopravvivere. In definitiva quasi una difesa per esorcizzare anche noi la situazione.


Ma, tornando alla drammaticità senza fine di queste e delle settimane che verranno, ogni nostra riflessione – leggera o seria che sia – non può non originare, a monte, da un dovere che abbiamo. Inginocchiarci dinnanzi ai morti trafitti dal morbo a centinaia ogni giorno, dinnanzi all’ingiustizia senza limiti della solitudine del loro trapasso, dinnanzi alla cicatrice irrimarginabile di un trasporto funebre senza neppure l’accompagnamento di un familiare, un parente, un amico, un collega o ex collega, un vicino di casa. Assumiamo solennemente un impegno: se non saremo noi stessi polvere di un cadavere cremato, quando questo inferno in terra sarà contenuto promettiamo di essere presenti ai funerali dei tanti che ci hanno lasciato, anche dei quasi centenari. Promettiamo di essere accanto ai loro familiari. Perché per ognuno di chi se ne è andato in modo così crudele esigiamo la consolazione di degne esequie. Religiose o civili che siano, nelle parrocchie o nelle piazze. Ai morti di coronavirus dobbiamo un obbligo: l’onore del ricordo. Tanto più che la pandemia sta decimando in particolare l’intera generazione degli ultraottantenni, coloro che ci hanno tenuto in braccio, sostenuto ed aiutato ad essere quello che siamo. Per questa fascia generazionale tanto invidiata nel mondo per la “longevità” e per la “durata media della vita” in Italia in questi infelici giorni valgono più che mai i versi dell’indimenticabile lirica “Soldati” di Giuseppe Ungaretti:

“Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie”.


E, restando sull’altare dell’onore e dell’inchino, non si dimenticherà mai – neppure nella nostra smemorata società (da tre mesi divenuta molto più riflessiva) – il sacrificio di medici, infermieri, personale ospedaliero. Di colpo, di fronte alle decine e decine di morti in camice bianco, di fronte a turni massacranti, a dedizione totale, sono finiti tutti i nostri discorsi sulla venalità della classe medica, sulla indifferenza di sanitari e infermieri, sulla loro inefficienza, sul loro tradimento del “Giuramento di Ippocrate”. Davvero: onore al merito.


Nell’indicazione delle epoche alcune date hanno fatto da spartiacque per i popoli. Con un prima e con un dopo nella conta degli anni, nei calendari, nei libri di storia. Per noi la più importante è “a.C.” e “d.C.”, prima e dopo la nascita di Cristo. Per i musulmani il compimento dell’Egira di Maometto che coincide con il nostro venerdì 16 luglio del 662. Ma pensiamo al prima e al dopo la scoperta dell’America (1492) o al prima e al dopo la rivoluzione francese (1789) o al prima e al dopo l’attacco a New York alle Torri gemelle l’11 settembre 2001. Ebbene, cominciamo ad abituarci ad una nuova suddivisione: il mondo “prima” del coronavirus e “dopo” il coronavirus. Sarà una cesura sostanziale per noi che stiamo attraversando anche il “durante” e per le generazioni future alle prese con le conseguenze dello sviluppo brutalmente stoppato. Uno sviluppo globalizzato, disordinato, poco solidale, inquinante, nel quale la forbice tra i troppo ricchi e troppo poveri ultimamente aveva ripreso ad allargarsi in modo insopportabile. Ma, pur con tutte le sue storture inaccettabili, un progresso meno problematico delle incognite dei “territori sconosciuti” (espressione da qualche anno in voga, non a caso proprio in economia) che attendono il genere umano.


E se fossimo alle prese con la fine della nostra civiltà? Nel XVImo secolo in America centrale e meridionale dominavano civiltà secolari. Imperavano, fiorenti e potenti, su estesi territori. Maya, Incas, Aztechi. Civiltà crudeli per certe ritualità come i sacrifici umani ma molto avanzate in campi come la matematica, l’astronomia, l’arte, l’architettura. Arrivarono i conquistadores spagnoli affamati di oro e ricchezze e con una violenza senza pari tutto venne travolto. Fine delle civiltà precolombiane. Allora il rullo compressore fu l’avidità senza limiti dei conquistadores, dei “colonizzatori” (mai definizione apparve più impropria). Oggi, infinitamente più invisibile e repentino, si chiama coronavirus?


Restiamo ancora ai massimi sistemi, alla politica e all’economia. Quante decine di migliaia di morti da Covid-19 dovremo ancora registrare e mettere sul piatto prima che i bottegai (detto con tutto il rispetto per i nostri bottegai e l’orgoglio con cui lo può scrivere uno che è figlio di commerciante ed ha lavorato da giovane nel commercio) olandesi, tedeschi, austriaci, finlandesi si decidano a non guardare solo al proprio portafoglio? Perché anche loro conteranno morti a migliaia. Quante macerie produttive e sociali, quanti milioni di disoccupati, poveri e affamati dovremo totalizzare perché questi nostri presunti “paesi fratelli europei” (sic) si decidano ad autorizzare l’Unione Europea a varare misure finanziarie di peso, all’altezza della sfida epocale che ci sta distruggendo, si chiamino coronabond o in qualsiasi altro modo? Se non si ricorrerà a qualcosa di finanziariamente colossale nell’area dell’Unione Europea le macerie della Seconda guerra mondiale a confronto delle macerie del dopo coronavirus sembreranno parchi ordinati e curati. A quel punto la cancelliere tedesca Angela Merkel le Mercedes, Audi, BMW, Wolkswagen invendute a paesi come l’Italia potrà regalarle ai suoi generosi concittadini e il premier olandese Mark Rutte potrà riempire i suoi cimiteri di tulipani invenduti a paesi come l’Italia. Quando si dice la lungimiranza degli statisti…


Ci manca il contatto umano in questo mondo che si è fermato o gira al rallentatore quando invece tutti vorremmo una ibernazione veloce, incosciente, dalla quale risvegliarci a pericolo passato. E abbiamo tanta voglia di contatto umano da avere messo tra i buoni propositi del “dopo” anche discussioni infinite con conoscenti petulanti e logorroici che fino a due mesi fa rifuggivamo. O con i quali tagliavamo impietosamente con qualche scusa ogni discussione.


Impazza il dibattito sull’alternativa salute/privacy, chiaramente riferita alle app che in alcuni paesi come Corea del Sud, Cina, Taiwan utilizzano per controllare contagi e contatti. Dibattito surreale. Che te ne fai della privacy dopo che sei morto? Controllateci negli spostamenti, se e quante volte andiamo in bagno, controllate quello che volete pur di arginare la diffusione dell’epidemia. Ma poi, se ne usciremo, distruggete queste app e ridateci la libertà.


Il premier ungherese Viktor Orbàn – sincero spirito democratico – il problema l’ha risolto a modo suo: facendosi autorizzare dal Parlamento magiaro per gestire la lotta al coronavirus i “pieni poteri” (ricordate questa espressione usata nell’agosto dell’anno scorso anche in Italia da un politico nostrano suo amico?). E mettendoci dentro nell’autorizzazione del suo asservito Parlamento la chiusura di fatto del maestoso edificio di Budapest che lo ospita nonchè il bavaglio alla libertà di pensiero, alla libertà di espressione, alla libertà di stampa. Deve essersi confuso. Probabilmente non ha capito che con il termine Covid-19 si indica un virus e non l’opposizione democratica ungherese che Orbàn non da ora smania di silenziare e, se del caso, sbattere in prigione. E’ proprio vero, per parafrasare una frase a cui è inevitabile ricorrere sempre più spesso: anche la madre dei grandi statisti, come quella di quegli altri, è sempre incinta…


Si profilano dunque brutte settimane per l’opposizione democratica ungherese. Ma sono niente in confronto ai drammi che nel nostro paese stanno vivendo un uomo, una donna, con la fede al dito, che hanno l’amate. Segregato/a in casa, costretto/a a vivere ventiquattro ore su ventiquattro proprio con il coniuge a cui si sono messe bellamente le corna. E, ahimè, controllato/a da quel coniuge! Senza possibilità d’un incontro, anche furtivo, di pochi minuti con l’amante. Tranne che al supermercato nell’ora d’aria per fare la spesa. Ma previ pericolosi appuntamenti da fissare e solo nei fortunati, sporadici casi di vicinanza abitativa di entrambi.

Lontani, in un momento così delicato. Con lo smartphone a fortissimo rischio intercettazione di telefonate, messaggi e WhatsApp da parte del/della coniuge. Insomma, un inferno - affettivo, sessuale e domestico - nell’inferno della pandemia.


Da alcuni mesi ormai l’informazione radiotelevisiva è monopolizzata al 90 per cento dalla devastazione coronavirus. Qualche minuto è dedicato alla politica ed alle notizie finanziarie-economiche, entrambe in balia del Covid-19. Qualche altro minuto alla cronaca (femminicidi che non si fermano neppure adesso, incidenti, arresti, eccetera) e, alla fine, tiene banco per lo sport il rinvio di campionati, competizioni e, soprattutto, Olimpiadi 2020 di Tokyo. Con tutta sincerità: del rinvio degli uni, delle altre e degli stessi giochi olimpici, come dicono a Roma, “nun ce ne po’ fregà de meno” alla luce dell’apocalittica situazione sanitaria, economica e sociale. Lo sport - specie quello dei suoi strapagati protagonisti e dell’ampia pletora di contorno di addetti ai lavori ben pagati delle federazioni sportive, di procuratori, di commentatori - viene molto, molto dopo rispetto ad altre urgenze planetarie. Si tornerà a correre, a tirare calci ad un pallone quando sarà possibile farlo in sicurezza per atleti, allenatori, team, società. E, a maggior ragione, in sicurezza per decine di migliaia di spettatori assiepati sulle tribune di uno stadio.


Si muore a migliaia ogni giorno negli ospedali e nelle case. Moriamo dentro, si muore poco per volta, ogni giorno, alle sei della sera ascoltando la conferenza stampa dei responsabili della Protezione Civile e dei vertici delle istituzioni sanitarie nazionali in cui si si sciorinano i numeri ostinati del dilagare del morbo. Dovremmo stare molte più ore al giorno di quanto facciamo con gli strumenti dell’informazione spenti per tenere sotto controllo l’intossicazione da notizie pestifere che ci deprime, ci imbottisce di disperazione. Ma non lo facciamo.

Più in generale, dal mondo, notizie sempre peggiori. Disegnano scenari ben più apocalittici dei soggetti e delle sceneggiature di parecchi film che negli anni hanno animato il cosiddetto “filone catastrofista”. Nel quale c’è stato posto anche per la propagazione di pandemie virali. La realtà che supera anche le più visionarie finzioni dei copioni cinematografici.

La verità è che mai l’intero genere umano è stato in così trepida attesa di un vaccino. E’ inutile creare false illusioni. L’incubo finirà davvero solo quando il vaccino sarà somministrato a miliardi di persone e le immunizzerà. E capiamo tutti bene che non è chiaramente faccenda che potrà avvenire nel giro di mesi. Nella migliore delle ipotesi e nel più sollecito degli interventi richiederà alcuni anni.


Le facoltà universitarie da consigliare ai nostri ragazzi per il loro domani ammesso che ci si potrà permettere di mantenere i figli all’università? Quelle che ti laureano psicoterapeuta, psichiatra, psicologo. Di fronte ad una botta come quella che stiamo prendendo negli anni a venire ce ne sarà un tale bisogno che, nella generale devastazione economica, questi professionisti navigheranno controcorrente. Si faranno d’oro.


Dato il lungo tempo a disposizione rintanati in casa, per non morire di noia nei nostri arresti domiciliari di massa, abbiamo ordinato tutto quello che appartamento, mansarda, cantina, autorimessa, aiuole e giardinetto attorno all’abitazione per chi ce li ha, piante in casa o nel balcone potevano contenere: dalle bollette di luce, telefono, metano alle pentole, dagli atti notarili ai libri negli scaffali del soggiorno, da tutti gli sportelli ed i cassetti della cucina ai cassetti dei comodini, agli armadi del cambio stagione, all’unico filino di erba secca della pianta, ai documenti di concessionaria ed assicurazione dentro il cassetto portaoggetti dell’auto. E sono tornate in auge le “pulizie di primavera”, presenti ormai solo nei ricordi delle nonne e in lontane pubblicità televisive in bianco e nero. Le case non sono ma state così ordinate, pulite, igienizzate. Veri e propri attacchi di ordine ed igiene. Leggere libri, contattare al telefonino amici e parenti che non si sentivano dai tempi della crisi petrolifera del 1973 o, più di recente, della caduta del Muro di Berlino del 1989. Abbiamo esaurito tutte le possibilità d’impiego utile del nostro tempo. Allora chi scrive si è inventato un esercizio erroneamente ritenuto facile facile. Ma diventato mano mano un rompicapo. “Vediamo quanti cugini di secondo grado ho”. Non nell’accezione giuridica perché si tratta in Italia di un esercizio irrisolvibile (se non andiamo errati corrisponderebbero al quinto grado di parentela) ma nell’accezione comune. Intendendo cioè per cugini di secondo grado tutti coloro il cui nonno o nonna erano fratello o sorella dei nostri quattro nonni. Da perdersi. Ma consente di impegnare parecchio tempo utilmente sottratto al computer ed allo smartphone. Per scoprire di avere un numero impressionante di 53 cugini di secondo grado. Di cui oltre la metà sconosciuti, alcuni mai visti. Residenti in diversi altri comuni siciliani e non solo. Succedeva anche di questo nel mondo “prima” del coronavirus. Ecco, il contagio del Covid-19 si moltiplica così.


Quanti argomenti che hanno riempito per anni i giornali sono spariti, letteralmente spariti? Le invasioni di migranti, il loro assalto al nostro benessere ed alla nostra civiltà? Non c’è più una sola riga dedicata a quello che fino a qualche mese fa veniva additato con terrorizzata espressione come “esodo biblico”. Rimane solo tanta compassione e commiserazione per individui ancora più esposti di noi nella loro precarietà di ultimi degli ultimi, spesso costretti sotto un portico in un giaciglio che ha come coperte uno strato di cartone. Confini, lingue diverse, pelle diversa. Non ce ne importa più nulla in queste settimane. Forse abbiamo finalmente capito che siamo tutti sulla stessa barca. Questa piccola barca alla deriva nel cosmo che è la Terra.


Consultiamo il vocabolario. Siamo interessati al significato del termine “lazzaretto”. Eccolo: “Ospedale dove un tempo si ricoveravano in isolamento persone colpite da malattie infettive e contagiose”. E ci chiediamo: si parla nel mondo di “modello italiano” nella lotta al Covid-19. Ma non è che, dai cinesi a noi agli altri, si stia sbagliando nell’approccio al contagio? Perché se per secoli i colpiti da malattie infettive di massa sono stati concentrati in un luogo isolato noi li abbiamo concentrati negli ospedali? Trasformando gli ospedali in detonatori del contagio? Con l’aggiunta di decine di morti e migliaia di contagiati, e costretti alla quarantena nella migliore delle ipotesi, tra medici e personale sanitario? Non è che i reparti ospedalieri di terapia intensiva per la ventilazione polmonare ed i reparti per il trattamento degli infettivi si rivelino inadeguati, malposti, quando l’epidemia dilaga mentre invece riescono ad essere un argine fondamentale in presenza di casi solati od epidemie che non coinvolgono migliaia e migliaia di individui? Non è che prima che la pandemia esploda occorrono soluzioni diverse per creare percorsi diversificati ed evitare eventuali contagi? A proposito di modelli sanitari di massa per il contrasto al coronavirus è il caso di riportare quanto ha scritto pochi giorni fa Riccardo Luna su “Repubblica.it” nella sua rubrica “Stazione Futuro”. Luna riferisce di un colloquio con un suo conoscente - uno scienziato italiano che insegna in una università americana (ennesimo cervello in fuga…) – incentrato sulle modalità e le ricette migliori per contrastare la micidiale diffusione del virus. Proposta operativa approntata in tempo record da un team multidisciplinare di esperti e ricercatori universitari americani: “Allestire reparti volanti di terapia intensiva dove potere curare chi si ammala seriamente. Non un ospedale da campo ma un container con due posti letto perfettamente attrezzato e pressione negativa con una pompa che purifica l’aria, in modo da evitare che il personale sanitario venga contagiato come avvenuto in Italia. Rispetto a riadattare un edificio esistente è più sicuro per chi ci lavora; rispetto a farne uno nuovo ci vuole meno tempo e costa meno; e rispetto ad un ospedale da campo è più efficiente e lo si può trasportare dove serve”. Qualcosa di simile si è realizzato a Milano con i soldi messi a disposizione da Unicredit. Ma non era l’uovo di Colombo visto che i container si possono poi assemblare per dare vita ad un insediamento sanitario anche di centinaia di posti letto complessivi all’esterno degli ospedali? Riflettiamoci: non è questa l’evoluzione tecnologica avanzata del lazzaretto dei secoli passati che di solito veniva attrezzato in spazi contigui ad una chiesa ma chiusi, a sé stanti, isolati? Altro che reparti di terapia intensiva o di ventilazione polmonare o reparti di terapia infettiva fondamentali in presenza di pochi e circoscrivibili casi ma potenzialmente pericolosi quando il contagio è ormai sfuggito ad ogni controllo. Altro che ospedali dove il contagio si è moltiplicato con la progressione dei nostri cugini di secondo grado. Virologi e scienziati approfondiscano il tema: quando le epidemie dilagano bisogna intervenire dentro gli ospedali o fuori dagli ospedali? Nell’una e nell’altra ipotesi con quali modalità, con quali vincoli, con quale calcolo dei rischi? In definitiva, quale dura lezione ci viene ed è necessario trarre per il futuro dai percorsi di contagio che il coronavirus sta disegnando?


Noi che nei mesi invernali, semplicemente per pigrizia e per liberarci dal rasoio elettrico, ci facciamo crescere la barba (due settimane e si taglia, ricresce per due settimane e si taglia) siamo ridotti con la chiusura di barbieri e parrucchieri ancora per chissà quante settimane a vecchi con barba bianca, ispida, incolta. Canuti ancora più di quanto attesti la nostra carta d’identità. Allora capite bene perché manifestiamo la nostra più incondizionata solidarietà a tutte le signore private del conforto della periodica tintura dei capelli, private della mano sapiente del parrucchiere, private del liberatorio ricorso alla ceretta in un centro estetico o del ricorso a modalità depilatorie meno dolorose. Sì, anche in questo caso siamo tutti sulla stessa barca, non solo nella lotta al coronavirus ma anche in quella ai peli. Che, come è noto, nell’età senile a noi uomini cadono dove prima crescevano, nelle gambe ad esempio, ma crescono in punti improbabili: dentro il naso, nelle orecchie. Facciamoci coraggio, uomini e donne: ce la faremo. Anche in questa guerra di liberazione (dai peli).


Un dubbio amletico. Si approssima Pasqua. E’ il caso o non è il caso di scambiarci gli auguri, con computer, smartphone, via skype, dai balconi? Per noi, credenti o non credenti – anche i secondi comunque di cultura e civiltà cristiana – la ricorrenza è la più importante e significativa. Pasqua è per definizione “di resurrezione”. E non solo del Nazareno, sia chiaro. Resurrezione di tutti. Ci si chiederà: quale resurrezione, tappati in casa? Semmai Pasqua di lutto e di paura. Nel fondato rischio che nell’ascoltare i nostri auguri all’altro capo del telefono un conoscente, un parente, un collega si commuova, abbia una crisi di pianto o, peggio, si metta a bestemmiare a ruota libera forse per quest’anno è meglio rinunciare agli auguri di Pasqua. O, tesi opposta, appunto perché siamo alle prese con dolore, angoscia, precarietà infiniti, abbiamo bisogno mai come adesso di scambiarci gli auguri. Per incoraggiarci. Per sperare e non disperare.

Non abbiamo soluzioni in tasca da proporre. Non sappiamo cosa consigliare. Fate voi, regolatevi come meglio ritenete. Perché è Pasqua. Ma non è Pasqua.

 di Pino Scorciapino

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