Figli dei boss, vite bruciate e in cerca di verità e riscatto

Cultura | 22 marzo 2019

C'è chi segue le orme del padre e conduce più modernamente l'azienda di famiglia anche rilanciandola sui mercati, c'è chi il padre lo ha rinnegato ricostruendosi la vita lontano migliaia di chilometri dalla famiglia e c'è anche chi non rinnega il padre ma non vuole continuarne l'attività. Attività mafiosa, criminale, totalizzante che spesso non ammette fughe. C'è anche, come insegna la recente vicenda dei palermitani Lombardo, il figlio che si pente e dopo dolorosi confronti fa pentire il padre mafioso, anche davanti al Dio. “Figli dei boss – Vite in cerca di verità e riscatto” (ed. San Paolo) è un libro di storie e di storia. Scritto dal giornalista Dario Cirrincione con la prefazione di Calogero Gaetano Paci (procuratore aggiunto di Reggio Calabria) e la postfazione di Alessandra Dino (sociologa all’Università di Palermo) racconta uno spaccato dell’Italia poco conosciuto: i figli dei capiclan, di tutti i clan. Nati e cresciuti in famiglie di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita, questi “eredi” sono protagonisti consapevoli o inconsapevoli della storia della criminalità organizzata italiana. I figli sono considerati boss di diritto, anche se non vogliono. Spesso portano cognomi “pesanti”, cognomi di chi negli ultimi trent'anni ha scritto tra le peggiori pagine della cronaca nera nazionale.

Il volume si sviluppa in 3 sezioni: la prima dedicata ai figli dei boss che hanno cercato e trovato una strada alternativa ai circuiti criminali familiari; la seconda dedicata ai ragazzi del progetto calabrese “Liberi di scegliere” che preede l'allontanamento dei ragazzi dagli ambienti criminali e la terza focalizzata sul destino dei Riina e dei Provenzano, “figli dei boss tra i boss”. Cirrincione ha sviluppato il lavoro attraverso ricostruzioni storiche, incontri e interviste con i figli dei capimafia, i loro amici, i membri della loro famiglia, magistrati, giudici, avvocati e psicologi. Gli incontri con i protagonisti del libro sono stati videoregistrati e le interviste precedute da un‘introduzione che aiuta il lettore a conoscere il contesto dove sono nati e cresciuti e la storia della loro famiglia d’origine. Il volume è destinato a tutti coloro che desiderano avere un nuovo punto di vista sulla criminalità organizzata che va oltre le “carte” processuali. A chi ama il giornalismo serio e preciso, frutto di un’inchiesta che è andata avanti quasi due anni. Agli studenti universitari dei corsi di laurea in Sociologia, Psicologia, Scienze della Comunicazione, Economia e Giurisprudenza. Ai figli, ai genitori e ai nonni. Alle persone che si scontrano con la cultura della criminalità organizzata e cercano riscatto. Ma soprattutto a coloro che considerano le mafie una “prerogativa del Sud”, perché il viaggio di Dario Cirrincione racconta anche della mafia e della ‘ndrangheta lombarda e della ricerca di riscatto di un calabrese a Padova. Il volume, inoltre, costituisce una preziosa banca dati per chi desidera ricostruire una parte importante della storia criminale del nostro Paese. “Tra i pregi del libro di Dario Cirrincione – scrive Alessandra Dino - sono da annoverare l’originalità e la ricchezza delle fonti utilizzate. Fonti di prima mano, spesso inedite, preziose per il ricercatore. Interviste ai diretti protagonisti chiamati a offrire il proprio punto di vista sulla propria vicenda esistenziale e familiare; individuati con pazienza e incontrati nei luoghi in cui dimorano, in “spazi neutri” (come lo studio dell’avvocato) e sedi improvvisate (come un negozio di tatuaggi). Testimonianze dense che consentono al lettore di osservare dall’interno un quotidiano fitto di contraddizioni e ostacoli e offrono un ottimo materiale all’analisi scientifica in un campo in cui scarseggiano le voci dal di dentro”.

I figli dei boss sono inevitabilmente destinati a seguire le orme dei loro padri? O esiste anche per loro la possibilità di condurre una vita normale, lontana dal crimine? Quanto pesano sulle loro vite i percorsi dei loro genitori?” chiede Calogero Gaetano Paci nell’introduzione. “Dario Cirrincione – scrive il procuratore aggiunto di Reggio Calabria - ha il merito di raccontare una serie di storie vere attraverso un dialogo a viso aperto con i diretti protagonisti, tutti provenienti da famiglie la cui vita è stata drammaticamente sconvolta dalla Mafia. Storie molto diverse tra loro: di chi, consapevole dell’inaccettabilità del vissuto familiare, ha avuto la forza di prenderne le distanze e riuscire a ritagliarsi un percorso autonomo e talvolta anche di successo in ambiti diametralmente opposti a quelli di provenienza; di chi invece ha finito, in tutto o anche solo in parte, per ripercorrerne le orme; o di chi ancora, pur non cadendo nel delitto, non ha mai accettato l’idea che il proprio genitore fosse un criminale, giustificandone e anzi difendendone sino alla fine il ruolo e la memoria”.

Il libro è dedicato a “Mario Francese e a Giancarlo Siani: modelli di un giornalismo da cui ci siamo troppo in fretta allontanati”.

 di Angelo Meli

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