Grasso: “Stragi di mafia e politica, ora indaghi il Parlamento”

Società | 6 luglio 2018
La sentenza dei giudici di Caltanissetta ha certificato che le indagini sulla strage di via D’Amelio furono volutamente «deviate», depistate da interessi politici, finanziari e imprenditoriali esterni a Cosa nostra. Alcune delle menti che hanno agito in sinergia con la mafia sono morte, altre dovranno difendersi in un processo. Eppure sembra ancora di esser molto lontani dal conseguimento di una piena comprensione di quanto è accaduto in Italia tra la fine degli anni ’80 e la prima metà dei ’90. «E’ vero», ammette il senatore Pietro Grasso che, prima di diventare presidente del Senato (nella scorsa legislatura) ha trascorso lunghi anni ad occuparsi dei misteri di mafia e politica, come procuratore di Palermo e poi da procuratore nazionale.

 «Ho avuto io il privilegio, dopo aver insistito per anni, di convincere Spatuzza a collaborare con la giustizia, e proprio grazie alle sue dichiarazioni si è potuta aprire questa nuova stagione processuale su Via d’Amelio che ha reso possibile la prova inconfutabile del depistaggio. Ma è vero pure - continua - che è proprio questo il limite dell’inchiesta giudiziaria, stretta nei confini dell’accertamento processuale e delle responsabilità che, per legge, sono personali. L’interpretazione di quanto sta attorno o lateralmente alla verità giudiziaria non è compito dei magistrati, ma della politica. Per questo sono sempre stato favorevole alla Commissione d’inchiesta su tutte le stragi irrisolte, sia mafiose che terroristiche. Ricordo di averlo proposto anche nel mio discorso di insediamento come presidente del Senato». 

Eppure non è la prima volta che dalla magistratura arriva un input in direzione del Parlamento, perché si faccia carico di intervenire laddove per necessità si deve fermare la magistratura. «E’ vero anche questo. Nel luglio del 2002 la Commissione antimafia convocò il pm Gabriele Chelazzi, titolare delle indagini sulle cosiddette stragi nel Continente (1993). Il magistrato, scomparso prematuramente, spiegò a chiare lettere che il lavoro svolto era attinente all’individuazione degli organizzatori ed esecutori materiali, quindi uomini di Cosa nostra. Ma disse anche che restava da svolgere l’impegno principale, collettivo di tutte le Istituzioni, per «stabilire il perché di queste stragi». E disse pure che nella storia repubblicana non si era mai verificato un attacco così massiccio contro lo Stato: sette attentati con morti e feriti in 11 mesi. L’audizione di Chelazzi durò solo 15 minuti, con l’impegno di una riconvocazione che non arrivò mai». 

Ma che c’entra tutto ciò col depistaggio accertato a Cal tanissetta? «La storia è unica. C’è un filo che parte dal fallito attentato a Giovanni Falcone, Addaura 1989, e si spinge fino al fallito attentato contro i carabinieri, anno 1994, allo stadio Olimpico di Roma, dove i morti avrebbero dovuto essere centinaia. Se si fa attenzione, non si può non notare che anche nell’indagine di Caltanissetta sul depistaggio restino aperti molti interrogativi sulla causale di quella deviazione. Chi depista lo fa per qualche motivo. Allora mi chiedo: cosa si voleva nascondere? Cosa non si voleva venisse alla luce? Si potrebbe fare un lungo elenco delle domande ancora senza risposta nella trama di questo tragico romanzo italiano». 

Può essere più preciso? «Uno dei quesiti fondamentali riguarda la strage di Capaci. Falcone doveva essere ucciso con armi convenzionali a Roma, dove Riina aveva mandato un gruppo di fuoco. Improvvisamente cambia idea, richiama i killer comunicando che si cambia strategia: “si fa diversamente”. E dall’omicidio classico si passa alla strage eclatante che, con la consapevolezza di Riina - uno né stupido né sprovveduto - assume la diversa connotazione di operazione mafioso-terroristica, come ebbe a definirla il pentito Gaspare Spatuzza. Forse bisognerebbe chiedersi perché Riina trasforma Cosa nostra in un gruppo terroristico, rinnegando la propria storia e la propria origine. Chi gli ha suggerito la giravolta? Perché ripete l’attacco meno di due mesi dopo contro Paolo Borsellino? E perché abbandona il progetto di uccidere altri uomini politici dopo Salvo Lima e Ignazio Salvo, indirizzando la violenza mafiosa contro il patrimonio artistico fuori dalla Sicilia? Certo, Riina non credo conoscesse l’esistenza del Velabro e degli obiettivi di Firenze e Milano. Interrogativi pesanti, ancora di più se si pensa che le indagini successive hanno più volte indicato presenze estranee alla mafia nei luoghi di preparazione degli attentati. Tanto per citarne alcuni: il collaboratore del Sisde (indicato come faccia da mostro), presente sulla scogliera dell’Addaura nei giorni dell’attentato a Falcone (riconosciuto da una teste poi ritenuta inattendibile), o la “persona elegante” vista da Spatuzza mentre i mafiosi riempivano di esplosivo la 126 fatta esplodere in via D’Amelio». 

Sta dicendo che c’è stata una regìa estranea alla mafia? «Di pari passo con i bombaroli di Cosa nostra abbiamo visto muoversi, come in una regìa unica, non solo la mafia. Gli attentati contro i carabinieri in Calabria, in un primo tempo liquidati come normali scontri a fuoco o l’attentato alla caserma dell’Arma di Gravina, vicino a Catania. Per non parlare dell’attività della sedicente Falange Armata e del black-out di Palazzo Chigi, la sera degli attentati del ‘93, che fece temere il golpe al presidente Ciampi. E potremmo andare avanti ancora. Per esempio bisognerebbe chiedersi perché Cosa nostra in un primo mo- Perché a un certo punto Cosa nostra decise di fondare un partito e poco dopo lo sciolse? I pentiti dicono che avesse trovato di meglio mento senta la necessità di fondare un partito politico (Sicilia libera di Leoluca Bagarella) che poco dopo tempo scioglie, perché, dicono i pentiti, aveva trovato di meglio». Questa è la tesi del presunto abbraccio con Forza Italia? «Non ci sono prove in proposito, nel senso che non è parso credibile che la formazione di quel partito sia stata suggerita da interessi meramente mafiosi. Resta, tuttavia, un punto certo: la condanna per mafia, confermata in Cassazione, per Marcello Dell’Utri che di quel Su La Stampa L’appello per la commissione Il commento di Francesco La Li- cata sul giornale di lunedì dopo la notizia della pubblicazione delle motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio. partito è cofondatore». 

È certo che una Commissione d’inchiesta sia il toccasana? «Abbiamo il dovere dell’ottimismo e verificare se le dichiarazioni roboanti del “Cambiamento” poggino su qualcosa di concreto o se basti affermare che “la mafia fa schifo” con lo stesso slogan di Cuffaro. L’ultima relazione - approvata all’unanimità - ha fatto molti passi avanti, e offre buoni consigli per la prossima, che io ho raccolto nel Ddl che ho presentato il primo giorno di questa Legislatura».(La Stampa)

 di Francesco La Licata

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