I giovani siciliani svogliati, negligenti e abbandonati

Giovani | 19 settembre 2018

In Sicilia nel 2017 il 39,6% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni erano NEET (not in education, employment, training) cioè non lavoravano, non seguivano corsi di formazione professionale e non studiavano. Da un punto di vista meramente statistico, rispetto all'anno precedente, la situazione è addirittura migliorata perché il dato registrato nel 2016 arrivava al 41,4%. L'isola resta comunque saldamente all'ultimo posto seguita solo dalla Guayana francese, regione d'oltremare della repubblica transalpina situata sulla costa sud orientale del Sud America ed un tempo nota per il bagno penale della Caienna. Se la Sicilia è nella posizione di coda tra le 276 regioni europee, le altre grandi regioni del Mezzogiorno d'Italia non se la passano meglio: la Campania registra la seconda peggiore performance con il 38,6% di NEET e tra le 11 della parte inferiore della graduatoria si collocano Puglia (36,4%) e Calabria (36%).

 La media dell'Unione Europea è del 14,3%, in calo per il quinto anno consecutivo; in Italia i NEET sono il 25,7%, sostanzialmente stabili rispetto al 26% dell'anno precedente. Dai dati emerge una situazione, per altro nota da tempo, di serio indebolimento della relazione delle classi di età più giovani sia con il sistema dell'istruzione e formazione che con il mercato del lavoro. Si tratta di giovani che hanno già adempiuto all'obbligo scolastico (in Italia attualmente fissato a 16 anni d'età) ma che sono ancora in una fascia anagrafica che renderebbe possibili tre alternative: l'ingresso nel mercato del lavoro attraverso i meccanismi dell'apprendistato, l'avvio di un percorso di formazione professionale o la continuazione della carriera scolastica con il conseguimento del diploma di secondo grado ed, eventualmente, l'accesso agli studi universitari. Ebbene, nella nostra isola un terzo di questi ragazzi e ragazze restano fuori da tutti e tre i percorsi, sospesi in un nulla fatto di attese inutili e crescente frustrazione. La prima questione riguarda perciò il rapporto con il sistema dell'istruzione e con la formazione professionale. 

Cominciamo da quest'ultima che in Sicilia non esiste più per le note vicende che, a partire dai tentativi di riforma finalizzati a liberare il settore dal marcio, hanno portato invece alla completa paralisi. Con tutto il rispetto dovuto alle circa ottomila persone che lavoravano nel sistema e che sono rimaste vittime della tenaglia tra le storture preesistenti ed una riforma mal concepita e comunque lasciata a metà, la verità è che la formazione professionale in Sicilia era ormai da decenni assolutamente inadeguata- per l'impostazione generale e la qualità della maggior parte dei corsi- all'obiettivo di far accedere i giovani al mercato del lavoro. D'altro canto anche l'orientamento dell'istruzione secondaria superiore non si è mai proposto di traguardare lo sbocco nel mercato del lavoro, come dimostra anche la scarsa valenza formativa delle esperienze di alternanza formazione-lavoro fin qui sperimentate. Senza voler generalizzare, l'impressione è che esse a volte sono rimaste generiche, in altre occasioni hanno rischiato addirittura di trasformarsi in forme più o meno mascherate di sfruttamento del lavoro gratuito delle ragazze e dei ragazzi. 

Sull'Università il discorso sarebbe molto lungo e non è questa la sede per approfondirlo; bastano tuttavia i dati diffusi lo scorso giugno dalla Svimez per indicare la dimensione del problema. Dei 685.000 ragazzi meridionali iscritti ad un corso di laurea nell'anno 2016-17, sono circa 175.000 quelli che hanno fatto la scelta di spostarsi dalla terra d'origine. I maggiori flussi d'uscita riguardano proprio la Sicilia e la Puglia con oltre 40.000 giovani per ciascuna delle regioni che vanno al Nord. Invece gli studenti che fanno la strada in senso inverso, cioè dal Nord vengono a studiare nelle regioni meridionali, sono appena 18.000, nemmeno il 2%. Cosa fa questa massa di giovani donne e giovani uomini che le statistiche europee definiscono con il freddo acronimo NEET? Come passa le sua giornate? Quali speranze ed aspirazioni coltiva? Mancano purtroppo indagini specifiche, ma la sensazione diffusa è che una quota importante vive del welfare familiare, cioè la paghetta dei genitori mentre la parte più attiva si affaccia sul mercato del lavoro nero o irregolare. In sostanza, vi è uno sfruttamento diffuso e perlopiù senza controllo del lavoro di decine di migliaia di giovani che, per paghe al di sotto del minimo vitale (nella gran parte dei casi inferiori ai 400 euro) occupano le posizioni più basse del mercato del lavoro nei settori del terziario arretrato, del commercio e dei servizi; in sostanza un “esercito di manodopera di riserva” (per usare una definizione famosa) che si colloca appena un gradino più su degli immigrati che lavorano nelle campagne dell'isola. Naturalmente si tratta di lavoro senza diritti e senza tutele, da cui si scappa appena è possibile. Se ci si guarda attorno nella vita quotidiana, anche mentre si fa la spesa, non si fatica a riconoscere situazioni di tal fatta. Tuttavia questo è solo un aspetto del problema: le fasce d'età immediatamente superiori, quelle che arrivano ai trentacinque- ma ormai anche ai quarantanni- presentano le più alte percentuali di disoccupazione e di lavoro precario, nonostante gli incentivi alle assunzioni di cui hanno goduto negli anni scorsi le aziende.

 Insomma la questione del lavoro in Sicilia coincide per larghissima parte con la questione giovanile: almeno due generazioni sono ormai ai margini del mercato del lavoro e, se non si cambiano le politiche fin qui praticate, non avranno concrete prospettive di ingresso. Ciò produce conseguenze drammatiche non solo di carattere economico, ma anche sul versante dell'approccio alla vita e della psicologia individuale. E' di tutta evidenza, per esempio, il nesso tra l'orizzonte di precarietà e la crisi demografica che nella nostra regione è particolarmente accentuata. Senza un grande ed innovativo sforzo per creare ai giovani nuove possibilità di lavoro e, con ciò, la possibilità di determinare il proprio futuro, non c'è futuro per la Sicilia e per tutto il Mezzogiorno. Non dovrebbe essere difficile capirlo, ma né la politica né- purtroppo- le organizzazioni sociali a partire dai sindacati- sembrano cogliere la drammatica novità creata dallo spossessamento di massa che le giovani generazioni hanno subito nel rapporto con il lavoro. A nulla servono le vecchie ricette e la ripetizione delle tradizionali e consolanti giaculatorie; navighiamo in mari incogniti e giorno dopo giorno dobbiamo trovare la rotta.

 di Franco Garufi

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