Il linciaggio degli italiani a New Orleans, scuse dopo 130 anni

Cultura | 1 aprile 2019

Il comune di New Orleans, capitale della Louisiana, stato del Sud degli USA chiederà ufficialmente scusa il 12 aprile alla comunità italo-americana di quella città per il ,linciaggio di 11 italiani che si consumò il 31 marzo del 1891. L'episodio è ricordato in diversi libri e fu oggetto nel 1958 di un saggio del famoso Giuseppe Prezzolini, il fondatore de “La Voce”: “ a partire da quell'eccidio”, scrive il grande intellettuale che dal 1930 aveva insegnato negli Stati Uniti e dal 1940 ne aveva assunto la cittadinanza, “ il nome di mafia è rimasto collegato con quello degli italiani, acquistando anzi forza e diffusione nel tempo.” Come un episodio della lotta tra due famiglie malavitose, Matranga e i Provenzano in lotta per il controllo del porto, lo descrive lo storico Giuseppe Carlo Marino nel suo “Storia della mafia” (Roma 1998) “frutto di una reazione xenofoba popolare agli esiti di una vicenda giudiziaria che era nata da un torbido conflitto di interessi tra due gruppi di siciliani”. 

 Mafiosi siciliani ebbero certamente un ruolo, ma si trattò in realtà del più grave episodio del razzismo antiitaliano diffuso a livello di massa nella società americana e che giunse a dimensioni estreme per l'uso spregiudicato che ne fecero alcuni politici locali. 

Un breve riassunto della vicenda, ormai quasi dimenticata dal pubblico più vasto. Nella città della Louisiana, fondata nel Settecento dai francesi, risiedeva già nel penultimo decennio dell'Ottocento una folta comunità di italiani, la gran parte di origine siciliana: circa 30.000 su una popolazione di 274.000 abitanti. La presenza e il peso degli italiani e la loro tendenza a ricostituire la comunità di origine saranno costanti nel tempo. La geografa sociale francese Reneé Rochefort, per esempio, ricorda che gli emigranti provenienti da Contessa Entellina nel 1918 potevano vantare nella capitale della Louisiana “un rispettabile circolo che dispone di una fanfara, di un medico e che spedisce a Contessa del denaro per la celebrazione delle feste patronali”. L'affluenza fu notevole da tutto il Palermitano”Nel 1906, anno di punta delle partenze per Oltreoceano, da Corleone erano arrivati a New Orleans 87 immigrati, nell'anno successivo addirittura 157. In totale dal 1876 al 1925 su 1.660.000 siciliani che abbandonarono l'isola, ben 1.279.000 approdarono negli Stati Uniti , mentre in Europa furono non più di 49.000.(R. Rochefort, Sicilia anni cinquanta, edizione italiana Palermo 2005 ma pubblicato in francese nel 1961). 

La dimensione stessa dell'afflusso rende possibile comprendere come nel Nuovo Mondo tendessero a trasferirsi anche le organizzazioni di criminalità organizzata che nella terra di origine avevano già assunto la forma della mafia. D'altronde, come ha dimostrato Salvatore Lupo (S. Lupo, Storia della mafia, Roma 1993), “già alla fine degli anni '70 del secolo Diciannovesimo la mafia emerge “dal lungo rivolgimento risorgimentale accentuando il suo ruolo d'ordine e rivelando la complessità della sua struttura.” Così la mafia compare anche in Louisiana e come ricorda lo storico catanese, comincia a tramare la sua rete di rapporti anche con alcuni livelli delle istituzioni. 

Tutto comincia nel maggio del 1890 con l'assassinio del capitano di polizia David C. Hennessey, un ambizioso irlandese di 33 anni sospettato di rapporti con la famiglia Provenzano. Dopo una retata ordinata dal sindaco che riempie le carceri con 250 siciliani, ne restano in galera 19 che sarebbero stati sottoposti a processo ed assolti nel marzo successivo, alcuni perché ritenuti estranei ai fatti, altri per insufficienza di prove. Il clima della città è da tempo avvelenato. Nel 1888 il sindaco Joseph Shaskepeare aveva definito gli italiani “gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistano al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi”. C'è feroce odio razziale (si pensa al significato,nel Sud che aveva praticato la schiavitù fino al 1865,dell'essere collocati al disotto degli afroamericani), ma traspare anche il conflitto tra la vecchia classe dirigente WASP (White Anglo Saxon Protestant) e la voglia degli immigrati di rompere il cerchio dell'emarginazione e conquistarsi un ruolo nella città. Lupo ricorda, a tal proposito, che l'origine del conflitto risiedeva nella volontà di impedire una convergenza tra irlandesi ed italiani per la conquista dell'amministrazione comunale. Racconta Enrico Deaglio, (E. Deaglio, Storia vera e terribile tra Sicilia ed America Palermo 2015) “Fu il signor Wickliffe, proprietario di giornali che conduceva una campagna contro i siciliani, a parlare alla folla. «Siamo qui per capovolgere l’infame sentenza di una giuria corrotta dalla società mafiosa. Mr. Parkerson, l’assistente del sindaco, sarà il vostro capo. Mr. Houston sarà il suo primo assistente ed io sarò il suo secondo».

La folla aumentava di minuto in minuto, fino a raggiungere le ventimila persone. Il corteo partì in direzione della prigione, accompagnato da cori di ragazzini che scimmiottavano la parlata dei dagoes (n.d.a. Dagoes, alterazione di Diego erano definiti gli immigrati italiani ed ispanici) e ritmavano «Who killa da Chief! Who killa da Chief!» (n.d.a: chi ha ucciso il capo, cioè gli assassini).Alla testa della folla comparvero improvvisamente cento uomini armati di fucile a ripetizione Winchester e divenne chiaro il finale della giornata. La porta della prigione venne abbattuta e cominciò la caccia agli italiani, cella per cella. Ne trovarono undici e li uccisero. Presero i cadaveri e li portarono alla folla. Alcuni li impiccarono ai lampioni, dove rimasero per un giorno intero. Intanto squadre attaccavano i siciliani nella Little Palermo, sfondavano e incendiavano i loro negozi. I siciliani non ebbero alcuna possibilità di reagire; il clima di terrore costrinse molti di loro a nascondersi, per settimane, nelle cantine.

Non fu l'ultimo episodio: nel 1899 nella cittadina di Tallualah, sempre in Louisiana, un medico uccise una capra di immigrati siciliani che aveva sconfinato sul suo terreno, uno degli immigrati ferì il medico, la popolazione acciuffò cinque siciliani di Cefalù e li impiccò. Tuttavia il linciaggio del 14 marzo provoca una reazione del governo italiano. Salvatore Francesco Romano nel suo libro sulla mafia (S.F. Romano, Storia della mafia, Milano 1963) racconta che l'ambasciatore a Washington Fava, a nome del governo Di Rudinì chiese al governatore dello Stato che si processassero e condannassero gli autori ed i responsabili del linciaggio, indennizzando le famiglie delle vittime. Alla sprezzante risposta del governatore Blaine, il governo italiano ritirò l'ambasciatore. Per evitare la rottura dei rapporti diplomatici, nel dicembre seguente il presidente Harrison deplorò l'incidente ed offrì“la somma di 125.000 franchi come indennità” alle famiglie delle vittime. 

Ben vengano, dunque, le scuse delle municipalità di New Orleans, anche se con 128 anni di ritardo. Sia però la riattualizzazione di questa terribile storia degli anni bui in cui il sogno americano poteva divenire incubo l'occasione per ripensare a quanto sta avvenendo nel nostro paese. L'Italia, tradizionale nazione di migranti, è oggi contemporaneamente terra di emigrazione, soprattutto di giovani scolarizzati, e porto di arrivo dei flussi di migranti dalle aree più povere del mondo. La Sicilia, per la sua posizione geografica, è il naturale ed inevitabile punto di approdo di chi attraversa il Mediterraneo per sfuggire alla guerra o più semplicemente- come fecero tanti dei nostri nonni- perché aspira ad una più dignitosa condizione di vita. Certo, tra chi sbarca in Sicilia ci sono anche appartenenti alla criminalità organizzata dei paesi di origine,come dimostrano le inchieste giudiziarie; così come un numero limitato di mafiosi aveva infiltrato il milione e mezzo di siciliani che partirono per l'America. Non è però il fatto determinante, né dal punto di vista numerico né da quello qualitativo. La percentuale di stranieri residenti in Italia, compresi i cittadini comunitari, è l'8,5% della popolazione; in Sicilia scende al 3,8%, appena 193.014 persone su oltre cinque milioni di abitanti. Perché allora si è creato il clima di intolleranza che diffusamente avvertiamo, fomentato da imprenditori politici della paura, il cui capofila appare il ministro degli interni e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini? E' uno dei temi decisivi su cui si giocherà il futuro del nostro paese, il vero discrimine tra egoismo sociale e sovranismo becero da un alto e una visione aperta e progressiva della nostra comunità dall'altro. 

Meglio di lunghi discorsi politici, un articolo comparso sul Corriere della Sera del 1° aprile consente di comprendere quanto sta avvenendo. Le due associazioni che rappresentano gli psicanalisti italiani-la SPI e la CIPA- rompendo la tradizione di assoluta riservatezza che le ha viste sempre aliene dall'assumere posizioni pubbliche, hanno scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per denunciare il clima di disumanità e razzismo che vedono lievitare nel paese e che potrebbe diventare l'anticamera di una società psicopatica, paranoica, autoritaria in cui prevarranno angosce, paure , sofferenze figlie di un clima culturale spaventoso e spaventato . “Prima l'umanità” è il senso dell'appello che chiede vengano “riconosciuti i nessi profondi tra psiche individuale e collettiva (e) le conseguenze prodotte su libertà personali e destini comuni dalla realtà di governi e leader”. L'abbaiare confuso di un personale di governo teso esclusivamente a conseguire vantaggi elettorali immediati è mille miglia lontano da un appello che parla contemporaneamente alla dimensione individuale della sofferenza e a quella del disagio sociale Ed è dentro questo spazio vuoto tra politica politicante e cultura dell'umanesimo che si apre l'abisso su cui il nostro paese si affaccia.

 di Franco Garufi

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