Il patto scellerato tra impresa e politica e il voto in Sicilia

Politica | 19 maggio 2017

Appena avviata la campagna elettorale, è precipitato sulle prossime amministrative siciliane il meteorite della vicenda trapanese. Nel giro di 24 ore due candidati pesanti sono stati messi fuori gioco. Il senatore Antonino D’Alì è stato proposto dalla DDA di Palermo per il soggiorno obbligato e l’on. Mimmo Fazio è ristretto agli arresti domiciliari per un’inchiesta che ipotizza il reato di corruzione in correità con imprenditori, politici, pubblici funzionari. Il minore dei due capoluoghi siciliani chiamati alle urne il prossimo 11 giugno si trova adesso in una complicatissima condizione che manda gambe all’aria alleanze già stipulate e rende impossibile ogni previsione sull’esito. Ripensando ad una recentissima fiction televisiva che ha offerto splendide fotografie del centro storico e del territorio circostante la “città del sale e della vela”, vien da pensare che a volte la realtà supera l’invenzione letteraria. 

Degli sviluppi dell’inchiesta, che potrebbero essere eclatanti se fosse confermata la notizia dell’avviso di garanzia al presidente Crocetta, ci sarà tempo e modo di parlare. Qui interessa considerare che Trapani è uno dei luoghi dove la sostanziale scomparsa delle liste di partito, che è il fenomeno tipico di questo turno elettorale, interessa in particolare il centrodestra al cui interno il senatore e l’ex sindaco - antichi alleati - si preparavano a scontrarsi frontalmente. Per la verità nel capoluogo più ad Occidente dell’isola il PD sembra contraddire a questa tendenza perché presenta un proprio candidato, Pietro Savona, sostenuto dal simbolo del partito. Anche ad Erice il logo democratico compare a sostegno della candidata Daniela Toscano mentre a Castelvetrano i Dem appoggiano l’ex sindaco centrista Gianni Pompeo. Nelle altre ex province i simboli dei partiti quasi scompaiono e la cosa riguarda nella stessa misura i democratici, Forza Italia e le altre forze organizzate a livello nazionale. Fa eccezione solo il M5S che, dove presenta liste, lo fa con il proprio simbolo. 

A Palermo il PD ha accettato, a prezzo di duri conflitti interni, il diktat del sindaco uscente Leoluca Orlando di partecipare alla competizione senza rendere visibile il proprio simbolo, ma lo stesso avviene a Termini Imerese, Cefalù per quanto riguarda il Palermitano, Misterbianco, Paternò, Palagonia e Scordia nel Catanese. Nell’area metropolitana etnea fa eccezione Aci Catena, unico comune dove la stessa coalizione che governa la Regione sostiene un unico candidato, Francesco Petralia, mentre il centrodestra, Musumeci compreso, punta su Nello Olivieri. Nessuna traccia di simboli anche nel Siracusano. Cosa si nasconde dietro questa scelta? Il fenomeno non è nuovo, si verifica ormai da diverse scadenze elettorali ed ha una ragion d’essere strutturale nei piccoli comuni, nei quali- anche in conseguenza del sistema elettorale vigente- le alleanze si formano sempre sulla base di logiche prettamente locali. Per i comuni maggiori le risposte sono invece diverse. La prima potrebbe riferirsi alla preoccupazione dei partiti di evitare la conta sul simbolo in una competizione elettorale che si presenta assai difficile ed incerta. In altri casi, come a Palermo, l’assenza di liste di partito è stata imposta dal candidato sindaco che ha voluto caratterizzare la campagna elettorale all’insegna del civismo e della trasversalità degli schieramenti. L’operazione è riuscita ad Orlando, non al giovane Ferrandelli che ha dovuto accettare – pare grazie all’interposizione di Totò Cuffaro- la presenza del simbolo di Forza Italia nella propria coalizione. La mia opinione è che dietro l’estendersi di questo tipo di alleanze anche a comuni medio- grandi (Misterbianco e Paternò contano ciascuna oltre 49.000 abitanti) stiano i processi di frammentazione che investono i grandi partiti. 

A Termini Imerese, per esempio, una parte del PD sostiene Vincenzo Fasone che è candidato anche dall’ex senatore di AN Antonio Battaglia, il senatore Lumia appoggia invece Pietro Sorce. A Misterbianco il sindaco uscente Nino Di Guardo, un pezzo della storia della sinistra, è sostenuto da una parte dei renziani mentre un altro pezzo della corrente di maggioranza del PD appoggia, insieme al NCD, Marco Corsaro. A Paternò il sindaco democratico uscente Mauro Mangano è sostenuto dall’on. Giuseppe Berretta si contrappone ad Anthony Di Stefano che è fiancheggiato da altri esponenti Dem con alleanze locali che contraddicono lo schema delle collocazioni correntizie al recente congresso di quel partito. Insomma, a livello locale i partiti si scompongono su linee di frattura che riflettono le cordate di appartenenza e la rappresentanza di interessi dei gruppi egemoni dei singoli comuni. Ciò è conseguenza della debolezza dell’attuale forma-partito, ma anche della legge elettorale approvata dall’ARS che, abbassando il tetto per l’elezione del sindaco al primo turno 40%, rende teoricamente più semplice evitare il ballottaggio e perciò ha reso appetibili le coalizioni larghe. 

All’assenza dei simboli di partito fa riscontro la moltiplicazione dei candidati sindaci e delle liste che li sostengono. A Palermo, dopo bocciature e ritiri, restano sei candidati, a Scordia sono addirittura otto. Forse, ma è un’analisi che richiederebbe ben altro approfondimento, si potrebbe ipotizzare un ritorno di attenzione delle èlites locali alla gestione del potere comunale in una fase di ridefinizione degli equilibri politici ed istituzionali generali. Sarà interessante inoltre verificare la tenuta del voto grillino, specialmente nei comuni più grandi, ponendo mente al fatto che si va a grandi passi verso elezioni regionali che potrebbero determinare novità rilevanti.

 di Franco Garufi

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