Il terremoto del Belice, dopo 50 anni torna la paura

Società | 9 gennaio 2018

La terra si muove ancora nel Belice. Gli esperti osservano da tempo piccole fratture, sollevamenti del terreno e altre anomalie lungo una linea che da Castelvetrano conduce a Campobello di Mazara, tocca Capo Granitola e si allunga fino a mare. Le immagini satellitari e l'analisi dei dati geodetici confermano che c'è ancora una faglia attiva. E sarebbe la stessa frattura che distrusse l'antica Selinunte e nel 1968 provocò il devastante terremoto di cui ricorre il cinquantesimo anniversario.

Di questo sono certi i ricercatori dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) di Catania e delle università di Palermo, Catania e Napoli che da alcuni anni indagano sui fenomeni tellurici nella Valle. La ricerca fa parte del progetto «Tettonica della Sicilia sudoccidentale», coordinato da Mario Mattia.

Un dettagliato rilievo geologico e strutturale a terra ha accertato, dice Mattia, «l'esistenza di zone di taglio, che si sono mosse in tempi recenti, e anomalie nel tasso di sollevamento delle antiche linee di costa». Le deformazioni del terreno sarebbero legate a fenomeni di scorrimento.

Altre indagini geodetiche hanno rivelato l’esistenza della faglia, «espressione superficiale di una importante compressione che avviene a livelli profondi in quella zona della Sicilia».

Gli ultimi dubbi sono stati fugati dalle indagini geochimiche sia sui flussi di anidride carbonica dal suolo sia sulle acque. Le immagini fornite da queste esplorazioni geofisiche evidenziano, aggiunge Mattia, «dislocazioni recenti all’interno delle calcareniti che costituiscono il fondale, e sono molto ampie e riferibili a faglie inverse». In cima alla linea di faglia sono state osservate intense emissioni di gas, legate proprio alla presenza della faglia che permette la facile risalita dei gas lungo la sua estensione verticale. Anche in questo caso le anomalie riscontrate sulle emissioni sono tipiche di una zona caratterizzata dalla presenza di fratture. Gli studiosi sono in sostanza di fronte a fenomeni di cosiddetto "creep asismico», ovvero a scorrimento in assenza di terremoti.

Una conferma ulteriore dell’attività tettonica persistente è venuta dalle scosse registrate nella zona di Castelvetrano a partire dal 29 settembre dell’anno scorso. Le scosse si sono ripetute dal 15 al 19 ottobre. La più forte,di magnitudo 3, è stata avvertita dalla popolazione.

Tutte le informazioni sull'attività tettonica vengono costantemente aggiornate ma, affermano gli scienziati, non possono certo prevenire i terremoti. Rappresentano tuttavia uno strumento utile alla pianificazione urbanistica e danno un contributo alla elaborazione di una nuova mappa di pericolosità sismica in un’area a rischio sin dall’antichità.


La prima scossa fu avvertita alle 13:28 del 14 gennaio.


Poi ne arrivò una seconda e più tardi una terza. Tra spavento e agitazione tanta gente si riversò sulle strade e molti decisero di passare la notte all’aperto o in rifugi di fortuna. Fu per questo che sotto le case abbattute e sbriciolate si contarono «solo» 300 morti quando la terra tornò a tremare, e stavolta con una violenza devastante, alle 2:33 e alle 3:01 del 15 gennaio. Le vittime potevano essere di più di fronte alla terrificante ondata di scosse che in un baleno cancellò interi paesi della Valle del Belice. Epicentro del terremoto era l’area tra Gibellina, Poggioreale, Salaparuta e Montevago. Ma le scosse furono avvertite fino a Palermo.

Cinquant'anni fa il Belice subì una ferita profonda che ancora oggi non si è completamente rimarginata. La percezione dei danni non fu immediata. Le vecchie strade ritardarono gli interventi. E comunque il terremoto mise in luce subito le carenze di un Paese che non era preparato per l’emergenza ma neanche per gestire la ricostruzione, se è vero che per 40 anni migliaia di persone sono sopravvissute nelle baracche di legno o di lamiera e di eternit. Agli occhi dei cronisti e delle squadre di intervento cinquant'anni fa si stagliarono immagini terrificanti: cadaveri estratti dalle macerie e allineati in luoghi improvvisati, feriti che aspettavano i soccorsi, strade piene di detriti, monumenti perduti e opere d’arte irrimediabilmente sfregiate. Le lacerazioni dei tessuti urbani dei paesi erano aggravate dal fatto che le case del Belice erano di tufo e di impasto con le canne. E per questo si polverizzarono quando le scosse si fecero più forti.

Oltre centomila sfollati vagavano tra strutture di accoglienza precarie e molti vennero sopraffatti o da malattie respiratorie, che provocarono altre vittime, o dalla disperazione. Una condizione che li spinse verso l’emigrazione da una terra che aveva già mandato molti giovani all’estero e nelle fabbriche del Nord. La prima risposta dello Stato fu quella di incoraggiare le partenze. Ai terremotati furono offerti biglietti ferroviari gratis e passaporti rilasciati a vista. Chi restava nelle baracche viveva in condizioni degradanti. Leonardo Sciascia, in un reportage per L’Ora, paragonò le baraccopoli ai «più efferati e abietti campi di concentramento».

La protesta esplose subito ponendo non solo la questione della pronta ricostruzione, che invece imboccò il calvario dei tempi lunghi, ma soprattutto quella della rinascita. Le popolazioni dei 21 paesi colpiti si mobilitarono con manifestazioni e marce di protesta guidate dagli amministratori, dal sindaco di Santa Ninfa, Vito Bellafiore, dal parroco don Antonio Riboldi, da Danilo Dolci. Dal marzo 1968 furono approvate più di venti leggi ma, nonostante il fervore politico, i finanziamenti arrivarono con il lumicino. Si calcola che da cinquant'anni a questa parte siano stati investiti meno di 13 mila miliardi di vecchie lire e servono altri 300 milioni di euro circa per finanziare gli ultimi interventi. Pochi i progetti dei privati ancora giacenti negli uffici comunali, il resto riguarda opere di urbanizzazione.

I ritardi sono in parte dovuti a quella che Danilo Dolci definì la «burocrazia che uccide il futuro» ma soprattutto alla discussa gestione dei piani di ricostruzione. Interi paesi come Gibellina, Poggioreale e Salaparuta vennero ricostruiti in altri posti. Antiche culture vennero cancellate, il tessuto sociale fu radicalmente mutato, la vita civile di migliaia di persone venne sconvolta. Cambiò anche il paesaggio del Belice: da un lato le "new town» con le grandi piazze e le lunghe strade, dall’altro le tracce di ruderi che restano ancora in piedi negli antichi abitati. Simbolico è il caso di Poggioreale: tutto l’assetto del paese è rimasto al suo posto e il tempo sembra essersi fermato nella città fantasma svuotata dagli abitanti. A Gibellina invece, su impulso di Ludovico Corrao, si è costruita una «città d’arte» con il Cretto di Burri, un sudario di calce bianca che ricopre le macerie del vecchio abitato, e un circuito di eventi e testimonianze che ruotano attorno alle Orestiadi.

Il segno distintivo della ricostruzione ritardata è dato in primo luogo dalla progettazione, più attenta alla sperimentazione che alla concretezza, e dallo spreco di risorse per opere imponenti ma inutili. Un caso emblematico di spreco è dato dall’Asse del Belice, una grande strada che attraversa la Valle e si ferma in aperta campagna.

Questo comunque è il passato. Il Belice che troverà il presidente Sergio Mattarella domenica 14, giorno del ricordo e delle cerimonie, è quello di un territorio che si è rimesso in piedi. «Lo ha fatto da solo e con le proprie forze», dice con orgoglio Nicola Catania presidente del comitato dei sindaci. Il sogno della rinascita, sostiene, è a portata di mano. Le attività produttive sono state rilanciate, l’agricoltura è stata modernizzata. Sono stati promossi i beni culturali e aperti nuovi musei come luoghi della memoria civile.

Il Belice chiede solo di chiudere con poche risorse la pagina del terremoto. Vuole cancellare le ultime ferite e invoca condizioni di sviluppo per quella che il sindaco Catania definisce una «concorrenza leale» con il sistema Italia.



Mattarella e i sindaci della valle ricordano le scosse di 50 anni fa


Uno dei grandi traumi della Sicilia, il terribile terremoto che la notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 seminò morte e distruzione tra i paesi della Valle del Belice, viene commemorato con una serie di manifestazioni che andranno avanti per tutto il 2018. Il momento più significativo sarà la cerimonia che si svolgerà domenica 14 gennaio, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella e di tutti i sindaci del Belice, nell’auditorium "Giacomo Leggio» di Partanna. Durante la cerimonia Mattarella consegnerà targhe in ricordo di personalità simbolo che hanno perso la vita nell’aiuto alle popolazioni terremotate.

Ma accanto al momento istituzionale sono numerose le iniziative promosse dal Coordinamento dei sindaci per mantenere viva la memoria e contribuire al recupero di identità e patrimonio culturale della comunità locale. Come il MuDiA, uno dei Poli espositivi della Diocesi di Agrigento che ha inaugurato il 5 gennaio a Sambuca di Sicilia un Museo d’Arte sacra nella seicentesca Chiesa del Purgatorio, restaurata dopo i danni provocati cinquant'anni fa dal terremoto. E sempre a Sambuca di Sicilia la Chiesa Madre, costruita nel 1420 sulle rovine del castello arabo, potrà finalmente riaprire i battenti nelle prossime settimane in seguito a un primo stralcio di lavori che renderanno finalmente fruibile e aperto al culto il monumento.

La tragedia del terremoto rivivrà anche attraverso numerose mostre fotografiche, la prima delle quali sarà inaugurata il 12 gennaio a Chiusa Sclafani, ed ad alcuni spettacoli teatrali. In particolare una performance di Alessandro Preziosi, che si esibirà la sera di Sabato 13 gennaio sul palcoscenico del Teatro Comunale di Sambuca, un piccolo gioiello architettonico costruito nel 1848 e che si è miracolosamente salvato dalla furia del sisma. L’attore, accompagnato musicista Lello Analfino, leggerà testi di Leonardo Sciascia, Danilo Dolci, Don Antonio Riboldi, Giovanni Paolo II, Ludovico Corrao e Vincenzo Consolo, ma anche l’appello di solidarietà che Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Bruno Cagli e altri firmarono per le piagate popolazioni che da quel gelido gennaio furono costrette a vivere in tende e in container di fortuna, per molti anni. Sul palcoscenico del teatro di Sambuca la sera successiva, domenica 14 gennaio, anche Enrico Lo Verso con una riduzione di «Uno, nessuno e centomila» di Luigi Pirandello.

Ma il ricordo del sisma attraverserà tutti i paesi colpiti, da Salaparuta a Santa Margherita di Belice, da Gibellina a Montevago dove il 14 gennaio sarà celebrata una Messa in suffragio delle vittime dal cardinale di Agrigento, Mons. Francesco Montenegro e dai vescovi di Monreale e Mazara del Vallo, Michele Pennisi e Domenico Mogavero. In programma, sempre nella stessa giornata, anche la proiezione di un cortometraggio di Domenico Occhipinti.

Il 27 gennaio le celebrazioni si spostano a Palermo, a Palazzo Sant'Elia, con una mostra dal titolo «1968-2018 Paura Sismica», organizzata dalla Fondazione Orestiadi Gibellina, che sarà visitabile fino al 13 marzo. A Maggio il 101° Giro d’Italia di ciclismo farà tappa a Santa Ninfa, per rendere omaggio a quei territori. E, infine, ad ottobre, la Valle del Belice, farà parte della manifestazione «Le vie dei Tesori», che rende fruibili i luoghi d’arte più prestigiosi della Sicilia.



I giorni del terremoto in una mostra a Palermo


Gli scatti dei fotoreporter, il primo servizio del radio giornale, i filmati degli archivi Rai. E ancora: il progetto urbanistico per Gibellina Nuova, i bozzetti dei monumenti e le opere degli artisti che, raccogliendo l’appello del sindaco Ludovico Corrao, parteciparono al tentativo di ricostruzione di quel territorio e del suo paesaggio distrutto dal sisma nel segno dell’arte e della land art. E’ il materiale che sarà esposto dalla Fondazione Sant'Elia che ospita a Palermo la mostra «1968/2018 Pausa sismica. Cinquant'anni dal terremoto del Belìce. Vicende e visioni». La mostra, che sarà inaugurata il 27 gennaio a Palermo a Palazzo Sant'Elia, potrà essere visitata fino al 13 marzo. L'iniziativa rientra tra le manifestazioni organizzate per i 50 anni dal terremoto del Belìce, anniversario che domenica 14 gennaio vedrà l’omaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sui luoghi del sisma.

Il progetto espositivo - curato dalla Fondazione Orestiadi e coprodotto dalla Fondazione Sant'Elia, in collaborazione con il Comune di Gibellina - va avanti per sezioni ed è articolato secondo la pluralità di linguaggio che è propria dell’arte: pittura, scultura, teatro, foto, video, poesia, musica, architettura e installazioni contemporanee.

Si parte dalla cronaca: la notte del terremoto, tra il 14 e il 15 gennaio 1968, e gli scatti dei fotografi - Brai, Giaramidaro, Minnella, Scafidi - che l’indomani si precipitarono nella valle tra Palermo e Trapani; i primi video delle Teche Rai, gli scatti di Letizia Battaglia nella baraccopoli. Quindi la sezione Arte, con opere, fra i tanti, di Guttuso, Schifano, Rotella, Scialoja; bozzetti di sculture e frammenti di scenografie di Pomodoro, Paladino, Consagra, Isgrò per le Orestiadi; il progetto urbanistico per Gibellina Nuova, il Cretto di Burri, i versi dei poeti, la musica, l’archivio orale e molto altro ancora



Il sindaco Vito Bellafiore: ma la rinascita dei paesi è ancora negata


La ricostruzione è stata lenta, frutto di mille lotte e di grandi battaglie parlamentari. E poi la risposta dello Stato ha privilegiato l'aspetto assistenziale. «Avrebbe dovuto invece puntare sulla rinascita», dice Vito Bellafiore, sindaco di Santa Ninfa dal 1952 al 1983, deputato regionale e senatore del Pci, ma soprattutto protagonista con altre figure storiche come don Antonio Riboldi e Danilo Dolci degli scioperi, delle proteste e delle manifestazioni dei terremotati del Belice.

Bellafiore oggi ha 88 anni, per 31 è stato presidente del comitato dei sindaci dei paesi terremotati e continua a essere un testimone attento, ma anche critico, di una tragedia infinita. Non solo ne conserva lucidamente la memoria sin dalla notte in cui i paesi della Valle vennero sconvolti dal terremoto ma ricorre alla sua lunga esperienza di amministratore per raccontare, dice, «fatti e misfatti» della ricostruzione. Lo fa anche con un libro ("Storia del Belice. Dal terremoto alla rinascita negata") in cui traccia il bilancio di un «eterno presente». Il fervore e la rabbia di quegli anni fanno capolino tra i documenti ufficiali e le tre relazioni al Parlamento che Bellafiore ha firmato tra il 1994 e il 1999.

«Questa storia - dice - è lo specchio del modo in cui lo Stato ha sempre guardato al Mezzogiorno. Nell’immediatezza del terremoto venivano offerti biglietti ferroviari per indurre la gente a lasciare la propria terra. Si sono costruite baracche sopravvissute per quarant'anni. Sono state pensate opere grandiose, e spesso inutili, prima di dare un alloggio dignitoso a chi aveva perso la casa. E i fondi per la ricostruzione sono stati insufficienti oppure erogati con il contagocce».

C'è stata insomma una grande «inadempienza» ma perché, insiste Bellafiore, «la Sicilia non veniva percepita dai governi del tempo come parte della grande questione del Mezzogiorno».

Nella memoria del «sindaco del Belice» riaffiorano le lotte di cinquant'anni fa quando si creò una mobilitazione popolare e politicamente trasversale per correggere i limiti della prima legge del marzo 1968. «Prevedeva - dice Bellafiore - una miseria per la ricostruzione e nulla per la rinascita. I terremotati e gli amministratori si attendarono davanti a Montecitorio. E io facevo la spola tra la piazza e gli uffici parlamentari per strappare, grazie all’articolo 59 della legge, nuovi fondi per la ripresa sociale e produttiva».

Ben diversa sarebbe invece stata, sostiene Bellafiore, l'attenzione verso i terremotati del Friuli. «Anche in questa tragedia - denuncia - abbiamo visto due Italie. A cominciare dai fondi impegnati. A parità di condizioni (stesse vittime, stessi danni), al Belice è andato un terzo delle somme destinate alla ricostruzione nel Friuli. Ma attenzione: qui non si tratta di dare l’immagine di un Mezzogiorno che piange e si lamenta. L'intervento in Friuli è stato meritorio. Nei confronti del Belice è però mancata l’attenzione verso l’attuazione dei piani di rinascita, che erano tra gli obiettivi principali delle lotte popolari. Erano previsti 25 mila posti di lavoro. Non ne è arrivato neanche uno».

La ricostruzione ritardata e la rinascita negata avrebbero aperto la strada a una massiccia emigrazione. Bellafiore è da un lato preoccupato dal rischio della «desertificazione umana» dei paesi della Valle e dall’altro è rasserenato dai richiami di Mattarella sulla condizione del lavoro giovanile. Dai quali ricava un suo messaggio: «Senza giovani non c'è futuro e senza il Sud l’Italia cammina con una gamba sola».  


Nel nulla tutte le inchieste giudiziarie, sull'affare ricostruzione l'ombra della mafia


 Tra archiviazioni, proscioglimenti, e assoluzioni le inchieste sulla ricostruzione del Belice si sono concluse senza colpevoli. L’ultima sentenza su quello che i giornali hanno descritto come un caso emblematico del «sacco del Belice» è stata emessa 28 anni fa: tutti assolti gli imputati, che erano stati arrestati con accuse molto pesanti. Da allora non è accaduto più nulla. Così si può dire che, almeno sul fronte giudiziario, il caso Belice è dal 1990 definitivamente chiuso. 

 Ben altre erano le aspettative suscitate dalle numerose iniziative della magistratura. La commissione di inchiesta del Senato aveva elencato nel 1981 oltre una trentina di casi aperti negli uffici giudiziari di Trapani, Agrigento, Sciacca, Marsala e Palermo. Un’indagine complessiva sui ritardi e sulle distorsioni dei piani di ricostruzione non c'è mai stata. Sono state invece aperte inchieste che hanno messo a fuoco solo casi particolari. E questa lettura parcellizzata ha impedito che il giudizio politico, fortemente critico, su ciò che nel Belice è accaduto trovasse riscontro nelle aule di giustizia. 

 Anche dai singoli casi è stato però possibile ricavare una visione d’insieme sulle cause del grande scandalo. Da un’analisi dei tanti filoni giudiziari aperti la commissione del Senato ha fissato le distorsioni più emblematiche: «la abnorme dilatazione della spesa, la ipertrofia delle perizie suppletive e di variante, l’ampiezza patologica delle proroghe, la cattiva esecuzione delle opere, la inefficienza dei controlli sull'attività degli appaltatori». 

 Sotto la lente di ingrandimento dei magistrati era finita soprattutto la gestione degli appalti con l’opaco corollario di affari, scambi di favori tra politici e imprenditori, interessi illeciti, clientele. Tutto questo ha comportato una dilatazione della spesa che sfugge a un calcolo sistematico. Ma un’idea sulle cause che hanno inceppato la macchina della ricostruzione e sulla dilatazione della spesa si può ricavare almeno da due casi. A Menfi la costruzione di un lotto di case popolari doveva essere ultimata nell’agosto 1972. Ma i lavori si sono protratti fino alla fine del 1975 e sono costati un miliardo e 747 milioni di lire contro i 378 milioni preventivati. Ancora più grave il caso di Salemi, uno dei paesi meno danneggiati dal terremoto. L'Ises, l’ispettorato per le zone terremotate creato per coordinare la ricostruzione, aveva appaltato due lotti per 135 alloggi popolari. Ma sull'appalto all’impresa di Giuseppe Pantalena aveva indagato il pm Giangiacomo Ciaccio Montalto (poi ucciso dalla mafia nel 1983) e l’inchiesta era sfociata nell’arresto dello stesso Pantalena, del direttore dei lavori Giovanni La Rocca e di tre funzionari: Arrigo Fratelli, capo dell’Ises, Salvatore Maligno e Stefano Tedesco del Genio Civile di Trapani. Erano accusati a vario titolo di avere messo in piedi un sistema di aumenti ingiustificati fino al 35%. Il resto lo avevano fatto le perizie di variante che, oltre a ritardi consistenti, avevano provocato una lievitazione dei costi da 2 miliardi e 720 milioni di lire a 8 miliardi e mezzo. Dopo le condanne di primo grado, tutti sono stati poi assolti nel 1990 a 22 anni dal terremoto e 12 dall’avvio dell’inchiesta. 

 Sul grande affare del terremoto è sempre aleggiata l’ombra degli interessi criminali e in qualche caso mafiosi. Ma solo in un caso il coinvolgimento di Cosa nostra è stato dimostrato in un processo che non riguardava direttamente l’affare della ricostruzione ma l’uccisione del giornalista Mario Francese che per il Giornale di Sicilia aveva curato un’inchiesta sui terreni sui quali è stata costruita la diga Garcia. Francese aveva rivelato che su una delle opere per le quali erano state promosse da Danilo Dolci grandi mobilitazioni popolari Totò Riina aveva organizzato un sistema di appropriazione dei terreni da espropriare. Francese, hanno poi accertato i giudici che hanno condannato Riina all’ergastolo, sarebbe stato eliminato proprio per avere rivelato l’interesse della mafia sulla diga che ora è intestata proprio al giornalista. 

 di Angelo Meli

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