In ricordo di Albert Finney

Cultura | 12 febbraio 2019

Camaleontico ma non trasformista, proteiforme ma non istrionico, ‘cangiante’ pur senza l’impellenza di dover fare ricorso a trucchi e virtuosismi del ‘grande, inarrivabile attore’ (che poteva anche essere, per geniale mistura di intelletto, ‘mestiere’, istinto), il caro Albert Finney, scomparso due giorni fa a Londra (ad 82 anni), è stato “interprete” nell’accezione più sfaccettata e “illusionistica” dell’arte scenica. Del suo quotidiano diapason (allenamento, mimesi, straneazione) che “deve essere” in sintonia con la disciplina dei palcoscenici- e di ogni altro “luogo” si spettacolo.

Non credo che egli volesse emulare nessuno, ma se un accostamento “estremo” si interseca alla sua personificazione di arte e di vita (schiva ed esuberante, debordante eccessi e ritrosie), la mente corre ad una ipotesi e iconografica che, nell’ambiente del teatro, ha il solo ed mitico nome di Edmund Kean: specie in ambito anglosassone, così come Moissi, Ruggeri, Gustavo Modena, Ermete Zacconi lo furono per la tradizione italiana e, in parte, anche mittleuropea.

Ma senza che l’excursus storico nulla tolga alla turgida, complessa prismaticità di Finney- che e stato e sarà uno degli interpreti più esemplari del teatro e del cinema inglese di tutto il novecento. Nobilitando e rilanciando lo spessore didattico ed espressivo di quella “scuola” così promiscua, incandescente, ma spesso dozzinalmente assimilata (dalle erbe al fascio) allo star system americano. Poiché, se è indubbio che almeno gli ‘addetti ai lavori’ non attribuirebbero nulla di yankee ad interpreti della mole di John Gielgud e Laurence Olivier, è insidioso il (invece) il rischio di far confusione con altri, specie se rivelatisi nella seconda parte del secolo. Ai quali Albert Finney si “aggrega” a pieno diritto e autonomia di estro, personalità, innato talento.

Non è da tutti, ad esempio, in un arco temporale di circa dieci anni (quelli fra i sessanta e settanta) “essere” tre ruoli diametralmente, fisiognomicamente opposti come lo smagliante, aitante avventuriero celtico di “Tom Jones”, l’impareggiabile Poirot di “Assassinio sull’Orient Express” (arguta, sghemba rappresentazione dell’infallibile detective che ‘ironizza’ ma non scade in parodia), l’essudato e appesantito capocomico di “Servo di scena”, ove Finney gareggia con il coetaneo Tom Courtenay, anch’egli attore apicale delle scene britanniche. Senza poi inoltrarsi nella miriade di ruoli che, da “Spara alla luna” a “Sotto il vulcano”, da “Erin Brockvich” a “The big fish” hanno reso il brillante allievo dell’Accademia Drammatica di Sua Maestà la Regina uno fra i massimi esponenti dei set e dei palcoscenici continentali. E ridando a noi lo sprone, l’opportunità di ripensare a “quanto e come” gli attori britannici della sua generazione (e di quella successiva), da Michael Caine a Peter Fink, da Dirck Bogarde, Alan Bates a Kenneth Branagh (senza dimenticare l’apicale e ‘brillante’ David Niven) abbiano tributato- in termini di cultura, squisitezza, sensibile aplomb- al mestiere di hystrio, interiorizzaro e poi esternato nella sua accezione più impalpabile e sopraffina. 

Altro che Brexit!


Ps

 Come dicevamo, Albert Finney è stato versatile attore di prosa. Dove esordì Birmingham Repertory Theatre con gli shakespeariani "Machbet", "Re Lear" ed "Enrico IV" sotto la direzione di Charles Laughton.
Alll'inizio degli anni sessanta, sodale della generazione degli "arrabbiati" è "Billy il bugiardo" di Hall Waterhouse e "Lutero" di Osborne. Seguiranno, "L'ultimo addio di Armstrong" di Ardene "Black Comedy" di Shaffer, rappresentati con successo al Festival di Chicheser. Valorizzato dagli autori del "free cinema", cinque volte candidato all'Oscar ma restio alle pubbliche celebrazioni, Finney (che si tolse lo sfizio della regia dirigendo da giovane il film "L'errore di vivere"), è poi approdato all'Olivier Theatre di Peter Hall, solennizzando i ruoli di "Tamerlano il grande" di Marlowe e di nuovo "Machbet", in edizione anni novanta. Nel suo repertorio non era mancato, ovviamente, un apprezzato e molto replicato "Amleto".

 di Angelo Pizzuto

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