In vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari

Società | 9 novembre 2020
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Il Covid-19 monopolizzatore esclusivo dell’informazione e, in misura assai più ridotta, le imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno relegato a fine ottobre ai margini delle prime pagine, se non all’interno, un avvenimento che avrebbe meritato ben altro risalto mediatico.

Ecco come riporta la notizia il 25 ottobre 2020 RaiNews: “Il trattato sulla proibizione delle armi nucleari entra in vigore dopo la ratifica di 50 paesi, la soglia minima richiesta. Il trattato, adottato da una conferenza delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017, è il primo accordo legalmente vincolante che vieta lo sviluppo, i test, la produzione, l'immagazzinamento, il trasferimento, l'uso e la minaccia delle armi nucleari. Il cinquantesimo stato a ratificare l'accordo è stato l'Honduras, consentendo che il trattato ora entri in vigore dopo 90 giorni, come ha riferito un dirigente dell'Onu. (…)

Nessuna potenza nucleare l'ha firmato e solo 6 dei 49 stati europei hanno approvato e ratificato il trattato: Austria, Irlanda, Malta, San Marino Liechtenstein e lo Stato del Vaticano. L'Italia non ha firmato né ratificato il trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Non ha partecipato alla negoziazione del trattato alle Nazioni Unite a New York nel 2017 e quindi non ha votato sulla sua adozione. L'Italia è attualmente uno dei cinque stati europei che ospitano testate nucleari statunitensi nell'ambito di accordi NATO. Si tratta di circa 40 bombe nucleari B61 presso le basi aeree di Aviano e di Ghedi. Nel 2019 l'Italia ha votato contro una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che invitava ad aderire al trattato”.

Riferisce a sua volta, sempre nella stessa giornata, la Radio Vaticana: “Il trattato per la messa al bando delle armi nucleari ha raggiunto le 50 ratifiche necessarie per entrare formalmente in vigore. (…) E' il primo accordo legalmente vincolante che vieta lo sviluppo, i test, la produzione, l'immagazzinamento, il trasferimento, l'uso e la minaccia delle armi nucleari. Dopo l'approvazione da parte dell'Assemblea generale Onu, il 7 luglio 2017, dunque, il no all'atomica diventa concreto.

Con l'adesione dell'Honduras, ufficializzata ieri sera dopo quella in giornata della Giamaica e di Nauru, il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari ha raggiunto le 50 ratifiche necessarie per entrare formalmente in vigore. Per produrre effetti dovranno passare altri novanta giorni e si arriverà al 22 gennaio 2021. In ogni caso, tre anni, tre mesi e diciotto giorni dopo la storica approvazione da parte dell'Assemblea generale Onu, il 7 luglio 2017, il bando all'atomica è concreto.  Il tutto accade all'apertura della settimana che, dal 1978, le Nazioni Unite dedicano al disarmo.

In sostanza le armi nucleari diventano illegali secondo norma internazionale. Soddisfazione viene espressa dalla “International campaign to abolish nuclear weapons” (Ican) - con i suoi partner italiani, Rete italiana pace e disarmo e Senzatomica - insignita dal Comitato di Oslo del Nobel per la Pace proprio per il suo impegno contro gli ordigni di morte.

Si calcola che nel mondo esistano oltre 13.000 ordigni. Si parla di 5 paesi possessori legali – cioè che rispettano il Trattato di non proliferazione (Tnp) – e sono Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina. Poi sono possessori dichiarati India, Pakistan, Israele e Corea del Nord.

Contrari alla messa al bando sono stati gli Stati Uniti, che sostengono la teoria della deterrenza. Significa che, in relazione al Tnp, siglato nel 1968 e entrato in vigore due anni dopo, si ritiene che l'unico modo per prevenire un attacco nucleare sia la minaccia di distruzione totale del nemico. Perché funzioni, i Paesi atomici devono essere sempre pronti al lancio - con un costo di dodici milioni di dollari all'ora - oltre che essere guidati da leader razionali. Il rischio di annientamento globale, con tale meccanismo, non viene scongiurato, come ha sottolineato il segretario generale Onu, Antonio Guterres. “Potremmo dirci al sicuro solo quando non esisteranno più le armi nucleari”, ha ribadito in occasione del settantacinquesimo anniversario delle tragedie di Hiroshima e Nagasaki, ad agosto scorso. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo, con 641 voti a favore, cinque contrario e 47 astensioni, ha adottato una risoluzione in cui definisce il trattato una tappa “imprescindibile” nel percorso per conseguire un mondo senza nucleare”.


I contenuti del trattato

Ma entriamo un po’ più nel dettaglio nei contenuti del trattato, in particolare nel fondamentale articolo 1:

Secondo l’articolo 1 del trattato, ciascuno Stato parte si impegna, in qualsiasi circostanza – scrive il quotidiano Il Dubbio, sempre il 25 ottobre - a non:
a) Sviluppare, testare, produrre, produrre oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari;
b) Trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari o il controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente;
c) Ricevere il trasferimento o il controllo delle armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari, direttamente o indirettamente;
d) Utilizzare o minacciare l’uso di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari;
e) Assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi modo, qualcuno ad impegnarsi in una qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato;
f) Ricercare o ricevere assistenza, in qualsiasi modo, da chiunque per commettere qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato parte del presente Trattato;
g) Consentire qualsiasi dislocazione, installazione o diffusione di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo”.

Il quotidiano aggiunge un paio di interessanti particolari. Il primo: “La cinquantesima ratifica è avvenuta nel settantacinquesimo anniversario della ratifica della Carta delle Nazioni Unite che ha istituito ufficialmente le Nazioni Unite. Una volta entrato in vigore, tutti i paesi che l’hanno ratificato saranno vincolati dai requisiti previsti dal trattato”.

Il secondo: “Gli Stati Uniti hanno scritto ai firmatari del trattato definendo la sua sottoscrizione «un errore strategico» ed esortandoli a revocare la loro ratifica. La lettera degli Stati Uniti, ottenuta dall’Associated Press, diceva che le cinque potenze nucleari originali – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia – e gli alleati della Nato dell’America «sono uniti nella nostra opposizione alle potenziali ripercussioni» del trattato. Che, secondo l’amministrazione Trump, «è e rimarrà divisivo nella comunità internazionale e rischierà di radicare ulteriormente le divisioni nelle sedi esistenti di non proliferazione e disarmo che offrono l’unica prospettiva realistica per un progresso basato sul consenso», afferma la lettera. «Sarebbe un peccato se al Tpan (Trattato per la proibizione delle armi nucleari, n.d.r.) fosse permesso di far deragliare la nostra capacità di lavorare insieme per affrontare la pressante proliferazione»”.

E’ semplicemente rivoltante che l’Amministrazione Trump, quanto di più divisivo abbiano mai conosciuto a Washington, adotti giusto l’aggettivo “divisivo” in questa circostanza.


Una goccia di positività in un mare di pessime notizie”

Come osserva Enrico Vendrame sul settimanale cattolico L’Azione il 27 ottobre, “in un mare di pessime notizie, una “goccia” di positività proprio in occasione della 75ª Giornata delle Nazioni Unite, che segna l’inizio della Settimana Internazionale per il Disarmo, una importante e storica notizia ha rallegrato la comunità internazionale per il controllo degli armamenti e per la pace. Con il deposito della ratifica dell’Honduras si sono infatti raggiunte 50 adesioni al Trattato di Proibizione delle armi nucleari (TPNW) che così entrerà in vigore tra 90 giorniil 22 gennaio 2021. 

Il documento, adottato da una conferenza delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017, è il primo accordo legalmente vincolante che vieta lo sviluppo, i test, la produzione, l’immagazzinamento, il trasferimento, l’uso e la minaccia delle armi nucleari. Il 50esimo Paese a ratificare il trattato è stato l’Honduras. 

Si badi bene che nessuna potenza nucleare l'ha firmato, e solo 6 dei 49 stati europei hanno approvato e ratificato il trattato: Austria, Irlanda, Malta, San Marino Liechtenstein e lo Stato del Vaticano. Tuttavia si concretizza un passo in avanti per la messa al bando delle armi nucleari, iniziativa fortemente voluta dalla società civile internazionale e che ha avuto una accelerazione tre anni fa portando la Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari a ricevere il Premio Nobel per la Pace”.

L'Italia – ribadisce e sottolinea Vendrame - non ha firmato né ratificato il TPNW. Non ha partecipato alla negoziazione del trattato alle Nazioni Unite a New York nel 2017 e quindi non ha votato sulla sua adozione. L'Italia è attualmente uno dei cinque stati europei che ospitano testate nucleari statunitensi nell'ambito di accordi NATO presso la basi aeree di Aviano e di Ghedi. Nel 2019 l'Italia ha votato contro una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che invitava ad aderire al trattato”.

Sempre in ambito cattolico, è Lucia Capuzzi sul quotidiano Avvenire, il 25 ottobre, a firmare una ampia analisi intitolata “Cinquanta ratifiche, in vigore il Trattato Onu. Così il mondo prova a bandire l’atomica”: “«Da ora cambia tutto, le armi nucleari sono illegali secondo una norma internazionale», ha commentato a caldo la “International campaign to abolish nuclear weapons (Ican)” – con i suoi partner italiani, Rete italiana pace e disarmo e Senzatomica –, insignita dal Comitato di Oslo del Nobel per la Pace proprio per il suo impegno. Fino all’ultimo l’opposizione era stata feroce da parte degli Stati detentori della “bomba”. Anzi, degli oltre 13mila ordigni esistenti nel pianeta. Il cosiddetto club dei nove che include, oltre ai cinque “possessori legali” in base al Trattato di non proliferazione (Tnp) – Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina –, anche India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Capofila della battaglia anti–bando sono gli Stati Uniti di Donald Trump. In una lettera – rivelata dall’Associated Press pochi giorni fa –, Washington era arrivata a chiedere ai sottoscrittori di ritirare l’adesione, definita un «errore strategico». Con un’argomentazione apparentemente paradossale. Il divieto avrebbe «voltato le spalle al sistema di verifica e disarmo stabilito e ciò è pericoloso». Il riferimento è evidentemente al Tnp, siglato nel 1968 e entrato in vigore due anni dopo, e alla teoria della deterrenza che ne costituisce l’asse fondamentale. In base a quest’ultima, l’unico modo per prevenire un attacco nucleare è la minaccia di distruzione totale del nemico.

Come la storia passata e recente, però, dimostra – osserva la Capuzzi - si tratta di un compromesso estremamente fragile. Perché funzioni, i Paesi atomici devono essere sempre pronti al lancio – con un costo di dodici milioni di dollari all’ora –, oltre che essere guidati da leader razionali. Il rischio di annientamento globale, con tale meccanismo, è, dunque, sempre in agguato”.

Il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana si sofferma sull’azione diplomatica della Santa Sede e sul ruolo dei paesi europei – soprattutto purtroppo i più piccoli ma anche i più convinti ad aderire al trattato - così come sul ruolo di numerose città del vecchio continente e su una presa di posizione del Parlamento Europeo: “Papa Francesco ha sancito in più occasioni l’immoralità delle armi nucleari, incluso nell’Enciclica Fratelli tutti. L’azione diplomatica della Santa Sede è stata importante nel sostenere il divieto. Non a caso, proprio il Vaticano è stato uno dei primi tre Paesi ad aderire al bando, il 20 settembre 2017, insieme a Guyana e Tailandia. Anche nel fronte Nato – sottoposto alla forte pressione Usa –, di recente, qualcosa si muove. Irlanda, Austria e Malta hanno rotto gli indugi e sono diventati parte del Trattato. Il 26 settembre scorso – Giornata Onu per l’eliminazione dell’atomica –, inoltre, 56 ex leader, tra cui Enrico Letta e Franco Frattini, hanno chiesto ai governi delle loro nazioni di fare altrettanto, a dispetto dell’opposizione degli alleati.

Centinaia di città europee – da Berlino a Parigi, da Brescia a Saragozza – si sono espresse a favore del divieto, sottoscrivendo la petizione lanciata da Ican. Mercoledì, il Parlamento Europeo, con 641 voti a favore, cinque contrari e 47 astensioni, ha adottato una risoluzione in cui definisce il Trattato una tappa «imprescindibile» nel percorso per conseguire un mondo senza nucleare”.


Le contorsioni dell’Italia

E l’Italia? Roba da avviare una serie di sedute dallo psichiatra. Brucia la posizione assunta in questa vicenda dal nostro pese. Alle nostre istituzioni è mancato il coraggio di gridare “Basta!” all’incubo nucleare. L’ennesima occasione sprecata del nostro balbettante paese nell’agone internazionale. Con contorsioni, decisioni, smentite, con voti dati per poi rimediare una figuraccia sostenendo: “Ci siamo sbagliati”. Soffermiamoci sul modo in cui il nostro paese si è posto rispetto al trattato.

Immutata, invece, finora, la posizione italiana. – lamenta la Capuzzi prima di puntare il dito ed inanellare una serie di incisivi “se” - Roma si era pronunciata contro la Conferenza Onu che lo ha approvato. E poi l’aveva disertata. Anche l’ultimo appello, lanciato da Setsuko Thurlow il 18 giugno scorso, sopravvissuta alla catastrofe di Hiroshima e esponente di Ican, è caduto nel vuoto. Il bando, però, ce l’ha fatta ugualmente.

Se il 20 luglio scorso oltre a rispondere a Setsuko Thurlow dell’Ican, che chiedeva al governo Conte di aderire al Trattato, e alla sua «lettera commovente e all’appassionato impegno per il disarmo nucleare e per un mondo più sicuro», l’Italia avesse fatto anche solo un piccolo passo in avanti rispetto alla posizione fotocopia per mantenere lo status quo assunto dai Paesi Nato, a partire dagli Stati Uniti d’America... Se l’Italia non dichiarasse di temere, come gli altri membri dell’Alleanza Atlantica, che «l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari possa finire per contribuire a indebolire ulteriormente la credibilità dell’attuale quadro giuridico internazionale sul disarmo nucleare e la non proliferazione»...
Se l’Italia non continuasse a ospitare sul proprio territorio quelle bombe atomiche che gli Stati Uniti e la Nato ci hanno dato da custodire... Se la stessa Nato uscisse da un’ottica di messa a fuoco asimmetrica, che consente da un lato alla Turchia di Erdogan di dotarsi di missili prodotti da quel Vladimir Putin ultimo presidente della Russia sorta dalle ceneri dell’Urss per contrastare la quale proprio l’Alleanza è nata, e dall’altro si contrappone in linea di principio a qualsiasi alterazione dell’attuale (dis)equilibrio armato...
E se all’Onu l’Italia fosse stata l’ultima delle prime cinquanta nazioni che hanno compiuto la ratifica facendo vivere il Trattato... Allora, da oggi, il mondo sarebbe un posto ancora migliore”.


Facciamo un passo indietro: la gestazione del trattato e la posizione dell’Italia

Ma per capire qualcosa di quasi quattro anni di stato confusionale dell’Italia a proposito di questo trattato facciamo un passo indietro facendoci aiutare da Giorgio Nebbia e dal quotidiano Il Manifesto del 31 dicembre 2016: “Il 24 dicembre, vigilia di Natale, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York è stata approvata la risoluzione L.41 che impone l’avvio di negoziati per mettere fuori legge le armi nucleari, primo passo per la loro abolizione totale. La risoluzione è stata approvata con 113 voti a favore, 35 contrari e 13 astensioni. Hanno votato contro le potenze nucleari (ma la Cina si è astenuta), che non intendono privarsi delle loro bombe nucleari, molti paesi europei.

L’Italia ha votato a favore, cambiando il voto contrario alla stessa risoluzione espresso nella commissione disarmo il 27 ottobre scorso.
Il governo italiano, con il voto a favore del disarmo nucleare, ha ascoltato la voce di tante associazioni e persone che hanno chiesto tale svolta nella politica italiana e la voce del papa Francesco che domenica prossima, nella giornata della pace, ripeterà l’appello proprio in favore “della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari”, denunciando che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca non assicurano la coesistenza pacifica fra i popoli.
Nel mondo nove paesi possiedono armi nucleari; ce ne sono 15.000, molte su missili intercontinentali, pronte a portare morte e distruzione in qualsiasi parte del pianeta; alcune bombe termonucleari americane sono anche in Italia a Ghedi e Aviano.
Tutto questo dovrebbe gradualmente cessare con i negoziati per l’eliminazione delle armi nucleari che cominceranno nel 2017, settantadue anni dopo il lancio della prima bomba atomica americana su Hiroshima; molti problemi tecnici, economici, ecologici e politici dovranno essere risolti, il cammino sarà lungo e difficile ma è cominciato.
Con l’eliminazione delle bombe nucleari, le centinaia di miliardi di dollari che ogni anno le potenze nucleari spendono per l’aggiornamento e il perfezionamento dei loro arsenali potrebbero diventare disponili per assicurare cibo, acqua e case ai due miliardi di poveri del mondo.
Quante cose possono succedere se si preme il tasto giusto, quello del disarmo e della pace, durante la votazione in una aula delle Nazioni Unite, in un freddo giorno invernale”.


La campagna “Italia, ripensaci”

Così “ICAN – Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari” ricostruisce in un suo documento del 21 febbraio 2018 le vicende dei due anni precedenti a proposito della posizione italiana e delle pressioni delle associazioni della galassia pacifista finalizzate ad un ripensamento da parte del governo sul trattato in elaborazione:

In Italia era già partita da alcune settimane, promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo e da Senzatomica, la Campagna “Italia, ripensaci”, in occasione del voto nel Primo Comitato dell’Assemblea Generale dell’ONU sulla risoluzione che chiedeva all’Assemblea Generale di approvare una conferenza di Stati per adottare uno strumento giuridicamente vincolante che prevedesse la messa al bando e lo smantellamento delle armi nucleari. L’Italia votò contro. Era il 27 ottobre 2016. C’era tempo per ripensarci, visto che la risoluzione L41 avrebbe poi dovuto essere convalidata dal voto in Assemblea Generale, come avvenne il 23 dicembre successivo. In quell’occasione l’Italia votò a favore, in effetti, insieme alla maggioranza degli Stati; ma successivamente ammise di averlo fatto per errore. In pratica, non cambiava niente: la maggioranza era schiacciante, con o senza il voto dell’Italia. 113 a favore, 35 contrari, 13 astenuti.
Ma l’Italia (cioè, il Governo italiano e i diplomatici che lo rappresentavano), nonostante le ripetute richieste da parte della società civile, non ha partecipato alle conferenze in cui gli Stati hanno dibattuto sui grandi temi del disarmo globale per raggiungere, alla fine, una posizione comune e condivisa.
Con i due appuntamenti della conferenza degli Stati, a marzo e a giugno-luglio 2017, 
la Campagna “Italia, ripensaci” si è inquadrata nelle attività internazionali coordinate da ICAN e si è guadagnata molte adesioni e molta attenzione anche sui media. L’adozione del testo del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, il 7 luglio 2017, e la successiva attribuzione del Premio Nobel per la Pace a ICAN, hanno fatto convergere l’attenzione sulle campagne internazionali. Dalla fine della Guerra Fredda non si è mai parlato così tanto di disarmo nucleare in Italia!

Papa Francesco e il Dicastero per lo sviluppo umano integrale della Santa Sede avevano già da tempo l’idea di convocare un convegno internazionale ad alto livello e l’adozione del testo del Trattato ha aggiunto slancio all’iniziativa, che si è svolta in Vaticano il 10 e 11 novembre 2017.
Durante le giornate di Oslo, dal 9 al 12 dicembre, abbiamo non solo celebrato l’attribuzione del Premio Nobel alla Campagna internazionale ICAN, ma approfittato per incontrarci, condividere idee, proposte e progetti futuri. 
Sono quasi 500 i gruppi e le associazioni in tutto il mondo che collaborano alla campagna. Nell’assegnazione del Nobel l’Istituto norvegese ha voluto riconoscere il ruolo delle organizzazioni della società civile, forse anche rilanciare l’incipit della Carta delle Nazioni Unite, “Noi, Popoli della Nazioni Unite …”. E di certo si è voluto ritornare alla prima risoluzione approvata in Assemblea Generale a Londra il 24 gennaio 1946, in cui ci si impegnava ad eliminare le armi di distruzione di massa.

La Campagna “Italia, ripensaci” si coordina con le altre campagne nazionali a sostegno dell’entrata in vigore del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, in primo luogo con quelle portate avanti nei paesi la cui situazione è più simile a quella italiana: il Belgio, la Germania e i Paesi Bassi, tutti paesi europei membri della Nato e che ospitano armi nucleari statunitensi sul proprio territorio.

In questo momento (febbraio 2018) siamo in campagna elettorale. Ma non per questo la campagna si ferma. Anzi. Con qualsiasi Parlamento, con qualsiasi Governo, la campagna continua a dire: “Italia, ripensaci”.”


Mosse, contromosse, mediazioni, clima teso e contrastato alle Nazioni Unite

A fine 2018, il 27 novembre, fa il punto della situazione Alessandro Pascolini con una analisi sia tecnica che strategica e di politica internazionale su Radioblue.it dal titolo “Un tormentato primo comitato della 73esima Assemblea generale dell’ONU”. Studioso senior dell’Università di Padova, Pascolini, già docente di fisica teorica e di scienza per la pace, si occupa di fisica nucleare, controllo degli armamenti e divulgazione scientifica. Una ricostruzione molto accurata, ricca di particolari e circostanziati retroscena che di solito non vengono ripresi dalla stampa. “Si sono conclusi lo scorso 8 novembre i lavori del primo comitato della 73esima Assemblea generale dell’ONU (UNGA), dopo quattro settimane e tre giorni di discussioni, sotto la presidenza del rumeno Ion Jinga. Il primo comitato si occupa in modo specifico di disarmo e della sicurezza internazionale, preparando bozze di deliberazioni e risoluzioni per la stessa UNGA.

I temi trattati coprono tutto lo spettro degli armamenti: armi nuclearichimiche e biologichearmi incendiarieleggere e autonomedroni armatimine antiuomo e munizioni a grappolocommercio internazionale delle armi, guerra cibernetica, militarizzazione dello spazio; sono inoltre affrontate questioni generali, quali disarmo e sviluppo, prospettive di genere ed educazione al processo del disarmo.

L’importanza del primo comitato è dovuta al suo essere l’unica sede ove tutti i paesi possono intervenire su queste tematiche fondamentali e prendere decisioni a maggioranza (dei tre quarti dei presenti) che non possono essere bloccate dal veto di singoli stati. Va notata la partecipazione attiva dei paesi che non sono parti del trattato di non-proliferazione (NPT): Corea del Nord, India, Israele e Pakistan.

Quest’anno ci sono stati interventi di 135 rappresentanze nazionali e sono state approvate le bozze di 68 risoluzioni, solo 26 senza ricorso a votazioni, una frazione molto inferiore al solito. La necessità di ricorrere a votazioni, anche plurime per una stessa delibera, pure su aggiornamenti di delibere prese all’unanimità negli anni precedenti, è una chiara indicazione del clima teso e contrastato in cui si sono svolti i lavori, con comportamenti lontanissimi e senza precedenti rispetto allo stile di un’assise di diplomatici. 

Il tema di massima discordia è stato quello delle armi nucleari, ove è netta e appare insanabile la contrapposizione fra i sostenitori del trattato per il bando delle armi nucleari (TPNW), aperto alla firma il 20 settembre 2017da una parte, e i paesi contrari, includenti le potenze nucleari e loro alleati. La contrapposizione è risultata molto più forte che negli incontri preparatori della conferenza di revisione del 2020 dell’NPT, svoltisi nel 2017 e 2018, un crescendo che potrebbe portare a un fallimento della conferenza e a porre a rischio la stessa tenuta dell’NPT.

Il primo gruppo, che deteneva la maggioranza qualificata, ha inserito nelle bozze di delibera riferimenti al TPNW come strumento necessario per il disarmo nucleare e presentato delibere specifiche per la promozione dell’adesione al trattato; le potenze nucleari, individualmente o collettivamente, hanno condannato il TPNW quale minaccia per il NPT e impedimento al processo di disarmo; in particolare gli Stati Uniti hanno ribadito la necessità della creazione di prerequisiti politici e strette garanzie di non-proliferazione e limitazione globale degli armamenti per il disarmo nucleare. Alleati delle potenze nucleari – prosegue il fisico Pascolini - hanno espresso preferenza per un percorso graduale con rafforzamento dei trattati esistenti e passi successivi in grado di garantire la sicurezza globale ad ogni stadio. Molte votazioni hanno così visto un 120 paesi a favore e una quarantina contrari o astenuti. 

Accanto a questa contrapposizione, si è assistito a violenti contrasti fra le potenze nucleari, con accuse reciproche di violazione dei trattati e di sviluppi quantitativi e qualitativi degli arsenali esistenti. Particolarmente duro è risultato il confronto fra USA e Russia, in particolare a seguito dell’annuncio della denuncia americana del trattato INF sulle forze nucleari intermedie mettendo in dubbio anche il rinnovo del trattato New START.

A favore del mantenimento dei trattati INF e New START si sono pronunciati anche molti paesi della NATO e alleati asiatici degli USA, segnalando una spaccatura anche nel gruppo dei paesi “occidentali”. Questa divergenza si è confermata nelle votazioni sulle bozze di proposizioni sulle armi nucleari in Medio oriente, dove Israele e gli USA si trovati soli all’opposizione (qualche volta anche con l’Arabia Saudita) di ogni iniziativa per la denuclearizzazione della zona e a sostegno dell’accordo con l’Iran sulla questione nucleare, lo Joint Comprehensive Plan Of Action (JPCOA), sottoscritto nel 2015 da USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania e dall’Unione Europea, da cui gli USA si sono unilateralmente ritirati imponendo sanzioni a ogni paese che voglia mantenere relazioni economiche con l’Iran. 

Il gruppo dei paesi arabi ha introdotto una risoluzione operativa sull’annosa questiona della creazione di una zona denuclearizzata in Medio oriente: la L.22/Rev.1 richiede che il Segretario-generale convochi all’ONU entro il 2019 una conferenza per la costituzione nel Medio-oriente di una zona libera da armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa. Un’analoga conferenza era stata decisa nella conferenza di revisione dell’NPT del 2010, senza esito, causando il fallimento della successiva conferenza di revisione. La nuova proposta differisce dalla precedente in quanto a promuoverla è il solo Segretario-generale, senza Russia, Regno Unito e USA, non si deve cercare una sede e un “facilitatore” e l’obiettivo è ben definito: elaborare un trattato legalmente vincolante per la creazione della zona, sulla base della risoluzione adottata nella conferenza di revisione dell’NPT del 1995. Alla conferenza sono invitati gli stati della regione, le cinque potenze nucleari membri dell’NPT e le organizzazioni internazionali responsabili del controllo di tali armi. La proposta ha avuto 103 paesi a favore, Israele e gli USA contrari e 71 astenuti.

Le polarizzazioni hanno reso vani i tentativi di alcuni paesi di trovare una mediazione fra le posizioni contrapposte. Un esempio è costituito dall’intenso dibattito sulla proposta L.54 (United action with renewed determination towards the total elimination of nuclear weapons) presentata tradizionalmente dal Giappone in cui si rinnova la determinazione di tutti gli stati a operare congiuntamente per l’eliminazione totale delle armi nucleari riducendo le tensioni internazionali e rafforzando la fiducia reciproca degli stati, come previsto nel preambolo dell’NPT. L’esame paragrafo per paragrafo ha richiesto 13 voti, ad assetto variabile, alcuni rifiutati dai sostenitori del TPNW, in quanto non abbastanza riconoscenti dell’approccio umanitario contro le armi nucleari o troppo compiacenti con le posizione delle potenze nucleari, altri respinti dalle potenze nucleari, in quanto troppo insistenti sulla necessità del disarmo. Alla fine la proposta è passata con 160 voti favorevoli, 4 contrari (Cina, Corea del Nord, Russia e Siria) e 24 stensioni, fra cui quelle di Francia, Pakistan e USA e dei principali sostenitori del TPNW.

I risultati e il clima di questa sessione del primo comitato – conclude Pascolini - non sorprendono, riflettendo la presente grave situazione internazionale, basata sul confronto e l’erosione della propensione alla creazione o mantenimento di un approccio pattizio per la soluzione dei problemi posti dagli armamenti nucleari in particolare e della sicurezza mondiale globale. Tuttavia l’incapacità di un dialogo costruttivo anche in un contesto tecnico-diplomatico lontano dalla diretta propaganda politica, mentre i programmi di potenziamento degli armamenti nucleari mondiali proiettano la presenza di tali armi praticamente per tutto il secolo, non può non accresce le preoccupazioni per il futuro e far naufragare definitivamente le speranze di “un mondo privo di armi nucleari”.”


Perché bandire le armi nucleari

Cinque mesi dopo, il 24 aprile 2019, sono stati resi noti i dati di un sondaggio su cosa pensano gli italiani rispetto all’adesione al trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. Ebbene, 7 italiani su 10 sono favorevoli all’adesione dell’Italia al trattato e 6 su 10 chiedono che le testate atomiche statunitensi vengano rimosse dal nostro paese.

Come abbiamo avuto modo di leggere, l’Italia è in “buona” – o piuttosto “cattiva” – compagnia: quasi tutti gli stati che contano nel mondo hanno snobbato il trattato. Dobbiamo concludere allora che il trattato altro non sia che una “vittoria di Pirro”? No. Bisogna essere realisti e, al contempo, ostinatamente pacifisti. Intanto esiste ora uno strumento giuridico che fino a qualche settimana fa non esisteva. Uno strumento che, snobbato per quanto si voglia, avrà implicazioni ed effetti giuridici a partire dal prossimo mese di gennaio. E bisogna insistere in tutti i modi, sempre e dovunque, nella lotta contro le armi nucleari. Perché non sono armi come tutte le altre. Questo è il punto. Nelle armi nucleari è insito un potere superiore a quello dell’uomo stesso: la capacità di annientare più e più volte ogni forma di vita nel nostro pianeta. Tutto il resto viene dopo, è secondario. Gli esseri umani continueranno a scannarsi come sempre ed in modo sempre più tecnologico e sofisticato. Che sia, come nella preistoria, con una clava di legno o un rudimentale coltello o, successivamente, con una pistola o un fucile o un cannone o con un drone o con un aereo da combattimento o con un missile da crociera. Ma finchè il cannone o gli aerei o il drone o il missile non sono armati con ordigni nucleari si produrranno danni incalcolabili in termini di vite e distruzione e tuttavia la terra non sarà trasformata in un corpo celeste inanimato, senza esseri viventi – tranne forse alcune specie di insetti e volatili – e senza esseri umani.


Commenti positivi e condivisibili

L’entrata in vigore del trattato è stata salutata da positivi commenti nella galassia delle associazioni pacifiste e non solo. In particolare dall’ICAN. “«A tutti i 50 stati parti del trattato finora: siete dalla parte giusta della storia e vi applaudiamo per aver affrontato gli stati nucleari e aver portato per sempre la strada verso un mondo libero da queste terrificanti armi», scrive ICAN sulla sua pagina. «Naturalmente ci congratuliamo e ringraziamo ognuno di voi che ha contribuito a far accadere questo momento. Questo è un traguardo incredibile per il nostro movimento e siamo incredibilmente orgogliosi di ciò che tutti abbiamo raggiunto insieme! E no, questo non significa che il lavoro sia terminato. Lontano da questo. Ci sarà molto da fare fino all'entrata in vigore del trattato, e dopo. Ma oggi celebriamo questo momento speciale, celebriamo i leader che ce l'hanno fatta, e iniziamo il conto alla rovescia per i 90 giorni!». Così riporta il 25 ottobre Vita, mensile dedicato al racconto sociale, volontariato, sostenibilità economica e ambientale. E aggiunge: “Il direttore esecutivo dell'ICAN, Beatrice Fihn ha detto: «Questo è un nuovo capitolo per il disarmo nucleare. Decenni di attivismo hanno raggiunto ciò che molti dicevano impossibile: le armi nucleari sono vietate». Con l’entrata in vigore del trattato, cambierà molto anche gli Stati che non hanno aderito, assicura Fihn: «Possiamo aspettarci che le aziende smettano di produrre armi nucleari e le istituzioni finanziarie smettano di investire in società produttrici di armi nucleari. Come lo sappiamo? Perché abbiamo quasi 600 organizzazioni partner in oltre 100 paesi impegnati a promuovere questo trattato e la norma contro le armi nucleari. Persone, aziende, università e governi di tutto il mondo sapranno che quest'arma è stata proibita e che ora è il momento per loro di stare dalla parte giusta della storia».

La Rete Italiana Pace e Disarmo e Senzatomica (membri italiani della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) si rallegrano e gioiscono per il risultato ottenuto anche grazie allo sforzo della società civile italiana e internazionale e si impegneranno fin da subito affinché il numero degli Stati aderenti al Trattato possa aumentare, a partire dall’Italia. «Siamo emozionati e felici non solo per il risultato ottenuto - commenta Lisa Clark, co-presidente dell’“International Peace Bureau” e coordinatrice delle iniziative di disarmo nucleare per la Rete Italiana Pace e Disarmo - ma anche che la cinquantesima ratifica arrivi proprio nell’anniversario della firma dello Statuto dell'Onu 75 anni fa. La campagna globale che ha portato all'approvazione del TPNW è stata portata avanti nello spirito di quello Statuto, con il desiderio di restituire democraticità alla suprema istituzione mondiale».

«Il nostro lavoro non è finito - aggiunge Daniele Santi, presidente di Senzatomica - La nostra campagna si impegnerà ancora di più al fianco di ICAN e di RIPD per far crescere ulteriormente la rete di solidarietà di azioni che, con i giovani in prima linea, incoraggi l’Italia a stare dalla parte giusta della storia. A tal fine è in cantiere una versione aggiornata della nostra mostra che speriamo possa essere inaugurata nel 2021»”.

In un’altra dichiarazione, ripresa dal quotidiano Il Dubbio, la Fihn puntualizza: “Sono trascorsi 75 anni dagli orribili attacchi a Hiroshima e Nagasaki e la fondazione dell’Onu che ha reso il disarmo nucleare una pietra angolare. I 50 paesi che ratificano questo trattato hanno dimostrato una vera leadership nella definizione di una nuova norma internazionale, secondo cui le armi nucleari non sono solo immorali ma illegali”.
Fihn (il direttore esecutivo alla guida di ICAN dal 2007 è una giovane avvocatessa svedese nata a Goteborg trentotto anni fa, n.d.r.) sottolinea che «il Trattato di non proliferazione riguarda la prevenzione della diffusione delle armi nucleari e l’eliminazione delle armi nucleari e questo trattato lo implementa. Non c’è modo di minare il Trattato di non proliferazione vietando le armi nucleari. È l’obiettivo finale del Trattato di non proliferazione».

Un commento non meno significativo è venuto da Peter Maurer, presidente della Commissione internazionale della Croce Rossa, sempre nella giornata del 25 ottobre: “Oggi è una vittoria per l’umanità e una premessa per un futuro più sicuro”.

Il trattato costituisce un passo significativo, importante. Ma il cammino è ancora lungo. E, purtroppo, questa è una lotta contro il tempo. “Prima che sia troppo tardi” rimane la stella polare d’ogni ragionamento e d’ogni azione. Senza mai rassegnarsi alla constatazione che “pacifismo” sia in antitesi con “realismo” e con il realismo non possa convivere. Ne va delle sorti del pianeta.

 di Pino Scorciapino

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