L'idiozia e le verità nascoste al tempo del coronavirus

Società | 13 febbraio 2020

Riflettiamo. Con lucidità. Con razionalità. Senza farci prendere dal panico. Se finora (“fino al momento in cui andiamo in stampa” si scriveva una volta nei giornali) in Italia non è morto nessuno di coronavirus e i contagiati sono appena tre – la coppia di turisti cinesi e il ventinovenne ricercatore emiliano rientrato dal paese asiatico – qualcosa deve pur significare. Significa che la tanto bistrattata sanità nazionale regge. Funziona. Sa fare fronte alle emergenze più insidiose. E non è un caso che lo “Spallanzani” sia stato il quarto centro al mondo ad aver isolato il coronavirus. Grazie a tre ricercatrici provenienti dal Sud-Italia, da Campania, Sicilia, Molise. Significa che le misure adottate, il cordone protettivo allestito, tengono. Misure draconiane, eccessive secondo il governo di Pechino, irritato dalla sospensione nei nostri aeroporti dei voli da e per la Cina. Può darsi. Anzi, sì, lo sono. I cinesi in definitiva possono arrivare in Italia tramite altri collegamenti e scali intermedi che vanificherebbero l’efficacia del drastico provvedimento. Ma intanto prendiamoci i risultati. Pochi altri paesi possono rivendicare numeri così minimi – che in questo caso senza troppi giri di parole sono calcolati su tre parametri: contagiati, morti, guariti – come quelli che l’Italia è in grado di esibire al mondo. Importanti anche per tranquillizzare la comunità internazionale.

Per ricucire il rapporto diplomatico con Pechino ci sarà tempo. Toccherà al ministro degli esteri, al presidente del Consiglio, probabilmente più che altro a chi ha maggiore credito dentro e fuori i confini nazionali, a “san” Sergio Mattarella che, come si dice in casi del genere, “meno male che c’è”.


A proposito di tranquillizzare o, al contrario, diffondere panico. Dopo settimane di cautela e di sì-forse-ma-può darsi l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, negli ultimi giorni è uscita allo scoperto ed ha dichiarato che il “Covid 19”, nuovo nome tecnico del coronavirus, è “il nemico pubblico numero uno, peggiore del terrorismo”. Non ci pare un buon servizio alimentare l’isteria collettiva mondiale, già surriscaldata, con affermazioni del genere. Si deve esigere con forza di tenere alta la guardia, questo sì, ma scatenare l’irrazionalità è altra cosa. Rischia di diventare non solo controproducente ma anche pericoloso. Preferiamo leggere questo “si salvi chi può”, questo conato d’angoscia nella strategia dell’OMS come un warning, una richiesta di massima attenzione in una emergenza oltremodo seria. A cui sono chiamati anche e soprattutto stati di debole o debolissima struttura sanitaria in Asia, Africa, America latina. Vogliamo leggerlo anche alla luce della lapalissiana considerazione che la Cina è con tutta probabilità la nazione della terra con più affari, più contatti, più infiltrazione, più presenza di suoi abitanti negli altri paesi del mondo. Il rischio di contagio conseguentemente si moltiplica. Occorre allora, appunto, guardia sempre alta. Con consapevolezza ma senza isteria. Senza sconforto o, peggio, disperazione. La traversata del deserto sarà lunga e durerà almeno i diciotto mesi (si spera anche meno) per mettere a punto il vaccino, cominciare a produrlo ed utilizzarlo. Il nodo è tutto lì. Il sospiro di sollievo ci sarà solo quando si comincerà ad iniettare il vaccino. Quando, in altri termini, si aprirà il paracadute e ci si riprenderà dal senso di impotenza causato dall’inesistenza di contrasto farmacologico al “Covid 19”. Inevitabili saranno, al contempo, le conseguenze sulle economie di tutti i paesi: meno produzione, meno acquisti, meno importazioni ed esportazioni, meno commerci, meno turisti. L’economia del villaggio globale girerà molto più lentamente rispetto a prima e trascorrerà tempo prima di risalire la china dalla congiuntura recessiva ovvero dalla fase di stagnazione. Il vaccino avrà un effetto benefico non solo sul piano sanitario ma anche su quello economico-finanziario.


L’approccio finora adottato in Italia potrebbe contemperare qualche spiraglio di apertura alla Cina rispetto agli “zero collegamenti” aerei in atto? Anche per non bloccare del tutto gli approvvigionamenti delle nostre aziende di componentistica e prodotti “made in China”? Sì, si potrebbe operare in questa direzione. Riaprendo ad esempio agli aerei cargo la rotta Milano-Roma con Pechino e Shangai e altre città del grande paese asiatico. Dovrebbero mobilitarsi – con modalità di carico e scarico che garantiscano la tenuta stagna dello “zero contagio”, anche con la quarantena di più di nove giorni del virus sulle superfici degli oggetti, come calcolava, non si sa bene in base a quale principio, uno studio tedesco – tutti gli aerei cargo disponibili per riprendere almeno i flussi commerciali delle merci. Quanto ai flussi marittimi ed alle gigantesche navi portacontainer, sono gli stessi lunghissimi giorni di navigazione dalla Cina all’Italia a far morire il virus, ammesso che sia presente ad esempio sulle superfici di strumenti meccanici, prodotti elettronici, articoli di plastica.

Un altro tasto su cui urge premere è quello dell’aiuto immediato da fornire alla Cina inviando su larga scala prodotti sanitari, farmaci, apparecchiature mediche. Non perché non ne dispongono o non sanno produrne, tutt’altro, ma perché i numeri dei contagiati sono talmente consistenti che anche le scorte più ampie e previdenti si stanno esaurendo. L’Italia nel settore elettromedicale, delle apparecchiature sanitarie, dei farmaci non è seconda a nessuno nel mondo. Aiutiamoli mandando in Cina tutto quello che possiamo e subito. Ci sarà tempo per essere risarciti, per recuperare i costi di questo mini-Piano Marshall sanitario, di questa massiccia operazione strategica di export di necessità. Ora non è il momento dei conti e delle partite doppie ma quello dell’emergenza. Senza badare ai calcoli. Visto il propagarsi del contagio, in Cina non hanno solo bisogno di mascherine ma di ben altro e di ben più consistenti e sofisticate attrezzature mediche e materiali. Mandiamoli con urgenza con ponti aerei, con i cargo, perché l’epidemia va contrastata soprattutto là dove si sviluppa il suo focolaio, a partire dalla regione di Hubei che ha come capoluogo la metropoli di Wuhan.


Questi auspici non si sottraggono a due conseguenti valutazioni. La prima è che bisogna porsi una domanda: “Quando in Cina si tornerà a lavorare e produrre a pieno regime?”. Le città sono ancora fantasma e la gente resterà chiusa in casa. Per quanto tempo? C’è da temere a lungo. La seconda valutazione è che un po’ di sana autarchia - in un paese come il nostro che ha visto negli ultimi decenni sbriciolarsi il sistema produttivo e chiudere decine di migliaia di aziende piccole e grandi – cozzerebbe con l’imperante globalizzazione e con la delocalizzazione ma sarebbe auspicabile. Per quanto paradossale possa apparire, visto che l’emergenza coronavirus non finirà domani se qualche straccio di paraurti di plastica lo si tornasse a produrre anche in Italia e non lo si importasse necessariamente dalla Cina o da qualche altra economia asiatica rampante non sarebbe né un reato né un peccato mortale.


Ultimo capitolo: la diffusa, operosa comunità cinese che vive nel nostro paese. Siamo davvero idioti. Siamo irredimibili. Se fino a meno di due mesi fa il nemico dichiarato, il male, gli untori del nostro tempo erano i marocchini, i neri subsahariani, i musulmani – terroristi per definizione – insomma gli immigrati dal sud del mondo, nel giro di un niente gli untori sono ovviamente rimasti tutti costoro e però si sono aggiunti i cinesi. Finora guardati un po’ fatalisticamente come formiche, come “macchine da lavoro” o accompagnati dal rassegnato “Questi fra non molto saranno loro a comandare noi, comanderanno il mondo…”. Oggi tutti i componenti della consistente comunità cinese residente in Italia – anche di seconda o terza generazione, bambini d’asilo compresi – sono untori per definizione. Per non parlare dei ristoratori dai locali sempre più vuoti. Musica per le orecchie dei paladini delle crociate anti-immigrati. Linfa per alimentare stanchi slogan. Triti e ritriti.

Ebbene, se da una parte le millenarie abitudini alimentari dei cinesi nella madrepatria sono discutibili (dalle nostre parti sono decenni che nessuno va al mercato, si fa macellare un animale vivo e se lo porta a casa per mangiarlo e nessuno per altrettanto millenaria cultura alimentare mangerebbe stufato di pipistrello od arrosto di serpente) forse non ci siamo ancora resi conto che i cinesi sono molto più progrediti di noi in campo tecnologico, scientifico, tecnico, informatico. Nella nostra sconfinata ignoranza – vecchia e nuova, degli anziani e dei giovani, mista a presunzione illimitata – finiamo sempre per guardare agli immigrati in Italia dall’alto in basso. Per noi sono sempre tutti zulù. Ed invece, guarda un po’, sono proprio i cinesi che – più intraprendenti, più attivi, più istruiti, più capaci – hanno tutte le carte in regola per farci le scarpe. Prendiamone atto una volta per tutte. Piuttosto dobbiamo essere accanto a loro nella lotta allo sfruttamento ed all’assenza di regole, nelle battaglie di civiltà dell’affermazione dei diritti inalienabili delle persone. A cominciare dai luoghi di lavoro.

E poi dimostriamo un barlume di discernimento alla luce della più elementare delle considerazioni. Su mille cinesi immigrati in Italia, di tutte le fasce d’età, quanti torneranno in patria? E quanti, piuttosto, resteranno definitivamente nel Belpaese? Quanti bambini già si vedono affiancato all’originario astruso cognome cinese un nome che sia Maria, Francesco o Anna? Quanti sono e sempre più saranno cittadini italiani? Non stranieri. Non “altri”. Non intrappolati nel “noi” e nel “voi”. E allora non maltrattiamo e non disamoriamo questi nostri concittadini con gli occhi a mandorla con insulti verbali e cartelli-carogna o, drammaticamente peggio, con ricorrenti aggressioni fisiche e pestaggi dettati dall’isteria sul coronavirus. Non sono portatori di coronavirus. Sempre più illustreranno il “loro” paese, cioè l’Italia, nel lavoro, nell’arte, nello sport, nella ricerca, nella scienza. Al pari degli immigrati in Italia di altre etnie. Perché è l’Italia il “loro” paese. Ormai non più la Cina. Come è successo da un secolo e mezzo a questa parte alle generazioni di italiani definitivamente stabilitisi in Argentina, Stati Uniti, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Gran Bretagna.

Come sempre in passato, anche e soprattutto nel XXI secolo un verbo è essenziale più di altri, antidoto alla violenza ed ai conflitti: integrare. A partire dalle comunità straniere più chiuse. Per aprirle. E per non desistere un solo istante dalle picconate al “noi” e al “voi” che ha sempre messo il mondo a ferro e fuoco. Perché in qualsiasi contesto esista sempre e solo il “noi”. Multirazziale, multicolore, multietnico e con la sua Bibbia laica di riferimento per tutti nella nostra Costituzione repubblicana.

Niente in Italia è più proiettato nel futuro di una classe delle materne, delle elementari, delle medie, dell’università con scolari e studenti di tutte le razze, le cui famiglie sono originarie di ogni angolo del mondo. E giacché ne stiamo scrivendo: quando si approverà lo “ius soli” sarà sempre tardi. Anche per i cinesini italiani. I quali – si tranquillizzino i patiti del “sì, però” e del “non si sa mai” - naturalmente non sono figli di untori. E non sono untori.

 di Pino Scorciapino

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