“L’incantesimo” di Emanuel Bergmann, una magia riuscita a metà

Cultura | 13 aprile 2017

Ha poco più di un anno di vita La Nave di Teseo, la casa editrice fondata da alcuni illustri fuoriusciti che costituivano lo scheletro di Bompiani (prima che finisse nella “galassia” Mondadori e, poi, fosse acquistata da Giunti), ma è ancora presto per i bilanci. C’è una fase d’assestamento di medio periodo di cui tener conto, qualsiasi riflessione “definitiva” apparirebbe generica, o fuorviante, o presuntuosa. Fra tanti ripescaggi del catalogo Bompiani (tanto Eco) e non solo (Mazzetti e Buttafuoco), qualche obliquo titolo nuovo di evergreen (Magris, Cunningham, Maalouf, Ben Jelloun) o specialisti del bestseller (Coelho, Burton, Musso, Dicker), piace qui segnalare alcune opere non alla moda, ma di qualità, che possono restare nel tempo e hanno già arricchito il catalogo de La Nave di Teseo: “La città interiore” di Mauro Covacich su una Trieste che forse nessuno era riuscito davvero a raccontare fino in fondo, “Se avessi una piccola casa mia”, memoir di Paola Bassani, figlia di Giorgio (scrittore formidabile, tra i grandi del Novecento italiano), “Bambini di ferro” di Viola Di Grado, già maturo romanzo di una giovane e non convenzionale scrittrice siciliana (anche se cosmopolita com’è, inorridirà a sentirsi apostrofare “siciliana”), “Un dio ti guarda” di Sandro Veronesi, tutt’altro che semplici reportage sportivi.

Poteva far parte di questo novero anche “L’incantesimo” (378 pagine, 18 euro) di Emanuel Bergmann, tedesco che si è trasferito negli Stati Uniti. Nei suoi quaranta e rotti anni ha certamente letto libri bellissimi dello scorso e di questo secolo, avrà fatto “scorpacciate” con i fratelli Singer, Foer e Nicole Krauss. E ha provato a scrivere un romanzo simile ai loro, con un ragazzino ebreo del presente che prova a riannodare certi fili della memoria e si mette sulle tracce di qualcuno, con uno squarcio nell’Europa dell’Est alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale. Quando Max Cohn – dieci anni, protagonista della storia del presente – bussa alla porta del bungalow 112 di una casa di riposo di Los Angeles incontra l’ultraottantenne Mosche Goldenhirsch, un tempo noto come il Grande Zabbatini, illusionista e “mentalista” di un certo successo, ormai caduto in disgrazia. Bergmann procede alternando le due vicende principali, prima un capitolo su quella del passato (probabilmente la parte della storia più riuscita, che ha inizio a Praga all’inizio del secolo e si concluderà nei lager del Terzo Reich), poi uno sul presente (col piccolo Max alle prese con la separazione dei suoi genitori, che tenta in ogni modo di scongiurare) e così via. Sul cuore di Mosche pesano gli anni del successo in Europa (quando perfino Hitler gli aveva chiesto, in gran segreto, un consulto… magico), ancor prima che negli Usa, e a ritroso le algide acrobazie del destino, le torture inflittegli dai nazisti, il rimorso d’essere stato costretto a tradire l’amore della sua vita, Julia Klein (“colpevole” di amare un ebreo), per la quale aveva abbandonato la casa del padre, l’ortodosso ma non troppo rabbino Laibl, e si era unito alla compagnia di un circo itinerante, quello dell’Uomo Mezzaluna; da lui aveva imparato i trucchi del mestiere, a lui aveva sottratto il cuore della bella Julia, con lui vive un inaspettato e tragico rendez-vous…

La prosa è sciolta, la lettura tutt’altro che difficile, la caratterizzazione dei personaggi non è niente male, eppure qualcosa resta inespresso, non tutte le promesse sono mantenute. La magia de “L’incantesimo” riesce a metà, non colma lo scarto con i romanzi a cui si ispira, non riesce a graffiare davvero testa e cuore. 
 di Salvatore Lo Iacono

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