La crisi della sinistra compie 25 anni, analisi di quel turbolento 1993

Politica | 11 aprile 2018

Leggo con parsimonia articoli ed interventi sulla crisi della sinistra per evitare di farmi travolgere dalla depressione montante. Tuttavia mi ha incuriosito che in due interviste di personalità distanti per età e storia politica (Fabrizio Barca sull'Espresso e Giuseppe Provenzano su Repubblica) ricorra la medesima espressione: dobbiamo guardare non solo agli errori degli ultimi cinque anni ma a quelli degli ultimi venticinque.  

Avessero detto ventinove anni, quanti ne son passati dal 1989 in cui crollò- sotto la spinta dei tedeschi dell'Est- il muro di Berlino l'avrei capito. Ma perché proprio venticinque? 

Venticinque anni fa era il 1993, anno tutt'altro che insignificante nella storia dell'Italia contemporanea: il 15 gennaio viene arrestato a Palermo Totò Riina e qualche giorno dopo Giancarlo Caselli si insedia come capo della procura della Repubblica del capoluogo siciliano; il 28 aprile ottiene la fiducia il governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, il primo guidato da un non parlamentare; il 29 aprile la Camera dei deputati nega l'autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi il quale, l'indomani, all'uscita dall'hotel Raphael di Roma viene bersagliato da monetine; due ministri vicini a PDS e Rutelli escono dal governo in seguito alla votazione sul leader socialista; il 27 maggio a Firenze si consuma la strage mafiosa di via dei Georgofili e una bomba esplode agli Uffizi di Firenze, il 27 luglio la mafia torna a colpire a Milano con la strage di via Palestro e a Roma con la bomba contro Maurizio Costanzo; il 4 agosto è approvato il Mattarellum, nuova legge elettorale prevalentemente maggioritaria che prende il nome dall'attuale presidente della Repubblica; Il 12 settembre viene assassinato a Brancaccio don Pino Puglisi primo sacerdote ucciso per mano mafiosa; il primo di Novembre nasce l'Unione Europea ed entra in vigore il Trattato di Maastricht. Ma è anche l'anno in cui si suicida in carcere Gabriele Cagliari ex presidente dell'ENI e Raoul Gardini, esponente di punta dell'industria privata, si spara un colpo in testa terrorizzato di finire in galera. E' un momento importante anche per le relazioni industriali e per i rapporti tra Esecutivo e parti sociali: l'accordo del luglio tra governo, sindacati e confindustria sancisce il criterio della concertazione, dà nuove linee alla politica dei redditi, fissa le regole della contrattazione definendo un modello basato su due livelli, il contratto nazionale e quello integrativo aziendale o territoriale. 

Il parallelo con il momento attuale, quando la seconda repubblica è ormai defunta ma la gestazione della terza appare confusa al punto che appena se ne cominciano ad intravedere gli assetti politici ed istituzionali, è evidente: la repubblica dei partiti di massa nati dalla Resistenza nel 1993 è definitivamente tramontata, il processo di trasformazione del PCI si è concluso l'anno precedente ma alle elezioni politiche convocate per aprile il ridimensionamento elettorale sarà pesante. Achille Occhetto, il leader che ha fatto la Bolognina, il 5 e 6 aprile 1992 non va oltre il 16,11% ad appena tre punti dal PSI che mantiene il 13,62% nonostante la tempesta di Tangentopoli. Gli oppositori del cambio di nome, tra cui esponenti importanti della storia comunista come Pietro Ingrao raccolti in Rifondazione Comunista raggiungono appena il 5,62%. La Democrazia Cristiana conserva ancora il 29,66%. Nel giro di nemmeno ventiquattro mesi tutto cambierà: democristiani e socialisti scompaiono, alle elezioni politiche del marzo 1994 un imprenditore milanese che ha trasformato la sua azienda in partito- Silvio Berlusconi- conquista il 42,84% dei voti mentre la “gioiosa macchina da guerra di Occhetto”, quell'Alleanza progressista che va da Leoluca Orlando a Fausto Bertinotti e in cui erano stati accolti anche i sopravvissuti alla tragedia socialista, si ferma al 34,34% (dodici punti i n più della somma tra PD e LEU lo scorso 4 marzo).  

Nel corso dei due anni precedenti il gruppo dirigente post comunista aveva considerato i socialisti il principale nemico da sconfiggere, forse nell'illusione di nascondere sotto il tappeto le enormi difficoltà di una transizione che rifiutava nei fatti, anche dopo l'adesione della nuova formazione al partito socialista europeo, di fare i conti col proprio passato. E' l'equivoco che ha accompagnato questi venticinque anni di storia politica italiana e che ha impedito alla sinistra italiana di confrontarsi fino in fondo con il cambiamento all'interno del nostro paese e nel resto del mondo. Se è questo che vogliono dire, allora Barca e Provenzano hanno ragione: la sinistra è in crisi in tutta Europa perché la sua risposta alla globalizzazione ha oscillato tra la passiva accettazione dell'egemonia neoliberista e la nostalgia per un mondo che non esisteva più. Già venticinque anni fa erano visibili i segni del cambiamento profondo che stava verificandosi nel campo tradizionale di riferimento sociale della sinistra: il mondo del lavoro innanzitutto, ma anche tutte quelle realtà sociali, intellettuali e territoriali che si scommettevano per il cambiamento dello stato di cose esistente. In Italia tale processo è stato reso più complesso e contraddittorio dall'idea sbagliata di una pretesa “diversità”del nostro paese rispetto al resto dell'Europa derivante dall'esistenza del più forte partito comunista occidentale. L'attenzione, paradosso per chi si era formato nella cultura marxista, si è spostata dalla “struttura” alla “sovrastruttura”; insomma invece di analizzare e far fronte al rapido mutare delle strutture sociali ed economiche del paese che, già deboli per assenza di riforme, sono state in gran parte travolte dalla recessione decennale cominciata nel 2008, si è concentrata la lotta contro il nemico Berlusconi nell'illusione che la sua sconfitta avrebbe di per se stessa aperto vaste praterie ad uno schieramento progressista che non era riuscito nel frattempo a cambiare e ricostruire se stesso su basi nuove, nell'eterna incertezza tra rincorsa al voto moderato e massimalismo.  

Ora i nodi sono venuti al pettine e la traversata nel deserto sarà lunga e dolorosa. Tuttavia quella ricerca di senso è l'unica strada per dare un significato nuovo alla parola “sinistra”; altrimenti sarà impossibile non associarsi all'amaro, ma lucido giudizio di Massimo Cacciari:“o la sinistra significa cultura di governo, approccio sistemico ai problemi di riforma, competenza, autorevolezza...oppure il suo destino è la liquidazione nell'ampio seno dei movimentismi, dei populismi e delle politiche d'occasione”.

 di Franco Garufi

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