La lotta alla disuguaglianza di genere comincia a scuola

Cultura | 2 novembre 2021
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In Italia, così come nel resto del mondo, bambine e ragazze penalizzate da stereotipi, disuguaglianze di genere e mancanza di opportunità educative che affondano le proprie radici già nella prima infanzia. Un gap che la pandemia rischia di allargare ulteriormente, privando le bambine e le ragazze della possibilità di sviluppare talenti e competenze indispensabili per costruirsi il futuro che sognano.

Tali disuguaglianze nel nostro Paese continuano a lasciare indietro le bambine e le ragazze, rispetto ai loro coetanei maschi, nei risultati in matematica e nelle materie scientifiche, minando fortemente il loro accesso agli studi e alle carriere nel mondo della scienza e delle tecnologie. “Un gap inaccettabile- ha detto Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children- che con la pandemia rischia di diventare ancora più profondo, di lasciare indietro le bambine e le ragazze, soprattutto per coloro che vivono nei contesti di maggiore vulnerabilità socio-economica, dove più gravi sono le conseguenze della povertà economica e della povertà educativa, ed il rischio di dispersione scolastica, compromettendo così la possibilità di far crescere le loro competenze e talenti”.

Oggi in Italia, secondo i dati Invalsi 2019, alla fine della scuola primaria le bambine ottengono risultati in matematica mediamente inferiori di 4,5 punti rispetto ai loro coetanei maschi: uno svantaggio che sale a -6,1 punti al secondo anno delle superiori e a -9,8 all’ultimo anno. E tra gli studenti con alto rendimento nelle materie scientifiche, solo 1 ragazza su 8 si aspetta di lavorare come ingegnere o in professioni scientifiche, a fronte di 1 su 4 tra i maschi. Un gap che, secondo i dati statistici del MIUR relativi all’a.s. 2018/2019, ha origine nei primi anni di scuola e che si rafforza con la scelta del liceo o della facoltà universitaria: tra i diplomati nei licei i ragazzi sono più presenti in quelli scientifici (il 26% di tutti i diplomati rispetto al 19% delle ragazze), mentre solo il 22% delle ragazze si diploma in istituti tecnici, quasi la metà rispetto ai maschi (42%).

Inoltre, come si evince dai dati ISTAT riferiti al 2019 “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali”, solo il 16,5% delle giovani tra i 25 e i 34 anni si laureano in facoltà scientifico-tecnologiche, a fronte di una percentuale più che doppia per i maschi (37%), un dato tuttavia migliore della media europea. Un lungo percorso costellato di ostacoli che, secondo quanto si legge nel focus del Miur “Le carriere femminili in ambito accademico” del marzo 2020, di conseguenza si riflette nel mondo del lavoro: nelle aree STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), le giovani rappresentano il 41% dei dottori di ricerca, il 43% dei ricercatori accademici, solo il 20% dei professori ordinarie e tra i rettori italiani solo il 7% sono donne.

Lo spaccato appena delineato mette in risalto la mancanza di opportunità che bambine e ragazze continuano a vivere sulla propria pelle nel campo scientifico e sui quali Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – vuole accendere i riflettori alla vigilia della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza che si celebra in tutto il mondo l’11 febbraio. Partirà online una mobilitazione che l’Organizzazione promuove per tenere alta l’attenzione su un gap che continua a lasciare indietro ancora troppe bambine e ragazze, in Italia e nel mondo. Un’iniziativa che vede come grande protagonista Instagram, con il coinvolgimento diretto di tante attiviste e di donne e ragazze del mondo della scienza e del digitale particolarmente attive sul social che hanno deciso di unire il loro impegno a quello di Save the Children per dare voce a tutte quelle bambine e quelle ragazze che non possono esprimerla.

Post e azioni sui social conditi da alcuni hashtag di riferimento nell’intento di alimentare le conversazioni online e creare engagement tra il pubblico: perché #noncivuoleunascienza per rendersi conto degli ostacoli e degli stereotipi che non permettono alle bambine e alle ragazze di affermarsi in percorsi di studio e professionali in ambito scientifico, ma anzi – è l’appello al centro dell’iniziativa - #civuoleunascienziata. Il ruolo fondamentale che le donne scienziate hanno rivestito nella storia, nonostante gli ostacoli posti sul loro cammino, è confermato da diversi esempi di successo che saranno ricordati nel corso della mobilitazione online attorno all’hasgtag #senzadilei. Storie significative di donne scienziate, come Barbara McClintock, americana, costretta a studiare botanica perché allora gli studi di genetica erano vietati alle donne, ma che fu in grado di conquistare il Nobel per la Medicina proprio per i suoi lavoro in ambito genetico.

Oppure come Emmy Noether, tedesca, costretta a insegnare matematica all’università con nome e falso e maschile, e che più tardi fu indicata come “il più significativo e creativo genio matematico apparso finora” niente meno che da Einstein. E, ancora, l’italiana Rita Levi Montalcini, la cui caparbietà la portò a iscriversi all’università contro i volere del padre, convinto che per una donna una carriera del genere avrebbe comportato distrazioni nei doveri di una moglie. O, per arrivare ai giorni nostri, la biochimica ungherese Katalin Karikò, la donna scienziata dietro al vaccino anti Covid-19.

 di Melania Federico

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