La lotta alla mafia passa anche dal riscatto dei figli dei boss

Cultura | 10 maggio 2019

Vincenzo Pirozzi è un attore, uno sceneggiatore e uno dei registi di "Un posto al sole". Ma è anche il figlio di Giulio Pirozzi, boss della Camorra. "Fino a qualche anno fa - racconta - io non interessavo come Vincenzo Pirozzi giovane attore e giovane regista. Interessavo più come Vincenzo Pirozzi che ha scelto di fare il regista e l’attore, però è figlio di una persona che è in carcere con un ergastolo sulle spalle e che da venti anni vive al 41 bis. Per tanto tempo si è parlato di me solo come del “figlio di Giulio” e i giornalisti mi chiamavano solo per parlare di questo anziché di me e del mio percorso professionale". Questa una delle testimonianze di "Figli dei boss", libro del giornalista Dario Cirrincione che racconta uno spaccato dell’Italia poco conosciuto: i figli dei capiclan, di tutti i clan. Il volume, con la prefazione di Calogero Gaetano Paci (procuratore aggiunto di Reggio Calabria) e la postfazione di Alessandra Dino (sociologa all’Università di Palermo) è stato presentato stamani presso il Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” di Palermo per iniziativa del Centro studi Pio La Torre (cui saranno devoluti in beneficenza i diritti d’autore del libro), delle Librerie Paoline e dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia.

Nel volume tante storie: da quella inedita di Vita Maria Atria, nipote della testimone di giustizia Rita Atria e figlia del mafioso Nicola Atria e dell’onorevole M5s Piera Aiello, prima donna testimone d’Italia, a quella di Tommy Parisi, cantante e figlio del boss pugliese Savino Parisi; da quella di Francesco Tiberio La Torre (arrestato dopo il rilascio dell’intervista), figlio di Augusto La Torre, capo dell’omonimo clan camorristico di Mondragone ai “figli dei boss tra i boss”, quelli dei Riina e dei Provenzano, che hanno scelto di continuare per la strada criminale intrapresa dai genitori.

"Molti dei ragazzi protagonisti di questo libro - spiega l'autore, Dario Cirrincione - non sono solo 'figli di' ma hanno un nome e cognome, una identità. Le loro storie sono quelle di ragazzi che amano la propria vita e che invece sono considerati dei fantasmi. Per molti, essi non esistono, non vivono una vita loro, non sognano; e per i pregiudizi della gente hanno festeggiato i compleanni da soli o non possono vivere storie d'amore.  Questo libro è stato viaggio bellissimo, dove la ricerca della Ndrangheta non è partita dalla Calabria ma da Milano dove ormai si è affermata“. 

“Da Carmela Iuculano che nel 2010, per amore dei figli, trovò il coraggio di ribellarsi al marito e al clan mafioso dei Rizzo diventando una pentita ai più recenti esempi di Piccirillo a Napoli che rinnega il padre camorrista sono sempre più frequenti gli esempi di ribellione interna alla mafia. Il passaggio generazionale che è necessario avvenga nella lotta antimafia auspichiamo avvenga anche nella mafia”. Così Vito Lo Monaco, presidente del Centro Studi Pio La Torre. "Oggi la struttura della mafia è cambiata, dalla mafia delle stragi è diventata mafia affaristica. Con essa è mutata anche la percezione che è cresciuta non solo tra i giovani studenti ma anche all'interno della mafia stessa, come dimostra il recente caso della famiglia di Pioppo che ha denunciato il conduttore Giletti che li aveva accusati di essere mafiosi. Un tempo sarebbe stato ritenuto un 'onore', adesso, per fortuna, è un'infamia da denunciare".

"I figli di esponenti delle organizzazioni criminali che vogliono distaccarsi dal mondo mafioso che li circonda - spiega la professoressa Alessandra Dino - vivono una posizione scomoda, la sensazione di non trovare mai un riconoscimento sociale. A questi ragazzi si richiede di rinnegare la propria appartenenza per essere accettati. Ma non si può fare a meno della propria famiglia per vivere una vita normale. Vi è una terza strada - continua la Dino - che non esclude, ma non collude, con il mondo mafioso, ed è la possibilità di distaccarsi da quel mondo pur mantenendo un legame affettivo con la famiglia. Questo senso di sofferenza e contraddizione non appartiene solo ai 'cattivi'".

"È attuale - racconta Giulio Francese, presidente dell'Ordine dei giornalisti di Sicilia - la vicenda di Napoli con Antonio Piccirillo che prende le distanze dal padre raccontando la vita infernale dei figli di camorra che si devono scontrare con la realtà di essere figlio di un boss ma rifiutando quel mondo. Piccirillo propone a chi vive la sua stessa situazione una strada alternativa: lui fa un lavoro onesto e ha affetto, ma non stima, del padre e chiede anche agli altri di distaccarsi". “Noi familiari delle vittime di mafia siamo diversi perché non conosciamo la vendetta e crediamo nello Stato. A me hanno tolto il padre e sono stata invitato da Bruno Vespa per una una sorta di puntata riparatoria a quella vergognosa e senza contraddittorio che ha ospitato il figlio di Riina. Mi chiedo cosa dovrebbero dire le tante vittime di mafia, lui si lamentava della condizione del padre, ma almeno poteva rivederlo in carcere, a me lo hanno ucciso. Eppure quando ho visto la cattura del boss Provenzano ho provato anche pietà per quell’uomo che è stato una belva sanguinaria”, ha continuato. 

“In Calabria quest’anno ci sono stati 16 scioglimenti di consigli comunali, l’ultimo ieri a Stilo e 189 sono state le interdittive antimafia. La repressione è efficace ma ha un limite, la Ndrangheta si è affermata nei cda di mezza Europa, diventando aggressiva sulla scena internazionale. Occorre una strategia parallela che faccia capire la necessità di frantumare un legame familiare che è alla base del tessuto connettivo della Ndrangheta ed evitare una narrazione sospesa tra il coraggio di pochi giornalisti uccisi e un’agiografia minimizzante che è funzionale alla stessa forza delle mafie”, ha detto Gaetano Paci, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, intervenendo alla presentazione del libro “Figli dei boss” di Dario Cirrincione. “Molti scrittori anche famosi hanno tirato fuori argomenti dalla forte presa emotiva contro la sottrazione dei minori a questi contesti familiari mafiosi”, ha aggiunto Paci, che ha parlato del Progetto ‘Liberi di scegliere’, un protocollo tra il tribunale dei minori di Reggio Calabria e l’associazione Libera per prevenire la marginalità sociale e garantire ai ragazzi provenienti da contesti familiari di criminalità organizzata un’alternativa di crescita sana. “Si è argomentata una presunta ingerenza dello Stato - ha proseguito Paci - che si baserebbe sul fatto che lo Stato non può avere lo stesso calore delle mamme verso quei figli di boss. Peccato che spesso si dimentica che sono proprio quelle madri ad essere state condannate all’ergastolo per aver commissionato efferati omicidi”.

“Ieri a Cinisi per l’anniversario della morte di Peppino Impastato sentivo gli slogan scanditi dai tanti giovani in corteo che urlavano: ‘Fuori la mafia dallo Stato’, ora però mi chiedo, ma siamo sicuri che lo Stato voglia davvero che la mafia esca? Se prima al Nord le vicende corruttive legate alle grandi opere prevedevano la presenza di due soggetti, corrotto e corruttore, cioè politico e imprenditore, ora anche al Nord i soggetti sono tre, con le mafie entrate indisturbate in questa trattativa”,  ha detto il magistrato Vittorio Teresi, presidente del centro studi Borsellino.

 di Antonella Lombardi e Davide Mancuso

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