La metamorfosi di Camilleri e una cameriera alla paprika

Cultura | 11 marzo 2018


Il casellante di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale. Mimesis e diegesis, essenza drammatica e narrativa fuse insieme per inscenare una truculenta e immaginifica storia siciliana - ambientata negli anni bui della dittatura fascista - onusta di riferimenti mitologici, dalla chiusa incredibilmente metamorfosante e dal vernacolo isolano fantasiosamente rielaborato dal fluviale autore dell’ormai celeberrimo commissario televisivo Montalbano. Presentato al 59° Festival dei Due Mondi di Spoleto, “Il casellante” racconta, imbastendo un’impressionante favola nera, (al Teatro Brancati di Catania, che per l’occasione si avvale della più capiente sala del vicino ABC, fino all’11 marzo) il brutale oltraggio della povera Minica Oliveri (moglie del casellante Nino Zarcuto), alla quale l’inusitata violenza esercitata da un collega di lavoro del marito, giunto come sostituto nell’immaginaria Vigata, sottrae per sempre la maternità ardentemente desiderata (la donna viene ferocemente stuprata e lasciata in fin di vita perdendo il bimbo che porta in grembo). Metafora della violenza del fascismo - che Camilleri ha voluto rappresentare, attraverso il dipanarsi ora del racconto ora della drammatizzazione - “Il casellante” riporta più volte indietro l’orologio del tempo, alla ferocia della guerra nazifascista e alla descrizione d’una Sicilia arcaica, irretita dalle prodigiose ritualità d’una mammana sommariamente (e ridicolmente) en travestì o ancora immersa nelle irriverenti serenate “a comando” stornellate sotto i balconi d’un “cornuto” da punire, massima offesa alla sicula mascolinità. Una dolorosa Sicilia primitiva, dalla quale - attraverso la vendetta privata di Nino Zarcuto - sembra nascere una necessaria azione di ribellione finalmente liberatoria, dove il bimbo (mai nato) ed ora magicamente ritrovato integro dopo un bombardamento ne simboleggia la rinascita tra le braccia della donna-albero che Minica è divenuta. Sofferta, lamentosa, coinvolgente e straziante interpretazione di Valeria Contadino (Minica); Moni Ovadia ricopre con navigata esperienza i molti ruoli affidatigli (ben 6!); encomiabile Mario Incudine (il casellante) anche’egli impegnato come attore, cantante e autore delle musiche. Lodevole tutto il cast restante - Giampaolo Romania (5 ruoli), Sergio Seminara (2 ruoli), Antonio Vasta e Antonio Putzu (2 ruoli minori per entrambi) - diretto con mano sicura dal rodato Giuseppe Dipasquale (a cui va anche il merito d’aver coraggiosamente riaperto lo storico teatro “Musco”), anche ideatore delle scene.

Celestine: femme de chambre. Un sesso asservito, ma al contempo paradossalmente vissuto come principio liberatorio e riscatto sociale avverso l’ottusità della classe “dominante” rappresentata dai “padroni”, i predatori datori di lavoro, che inevitabilmente ne fanno oggetto d’ossessione dominante e d’inestirpabile perversione. Celestine, giovane “femme de chambre”, cameriera tutto sesso, racconta con irriverenza della sua vita di fantesca spregiudicata, sballottata da una famiglia all’altra, priva di requie, perennemente inseguita dalla bramosia degli uomini, condizione che in fondo non sembra troppo infastidirla e gioiosamente accettata. Un’accettazione che infine - trovato e sposato il lenone - trasformerà la sua “gioia di sesso” in redditizio mestiere. Sul palco del teatro “Del Canovaccio” di Catania, con la briosa regia di Gianni Scuto e gli attori Barbara Cracchiolo (una saltellante e dissacrante Celestine), Alessandro Gambino, Domenico Maugeri e con la partecipazione di Nellina Laganà, in scena (dal 9 all’11 marzo, con ripresa dal 15 al 18) la riduzione teatrale di “Celestine: femme de chambre”, liberamente tratto dal romanzo (scritto all’inizio del ‘900) “Diario di una cameriera”di Octave Mirbeau. 90’ minuti di buonumore seguendo l’allegria sessuale d’una cameriera alla paprika.  

 di Franco La Magna

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