"La tempesta" illumina De Fusco con Eros Pagni e Gaia Aprea

Cultura | 1 dicembre 2019

Da Benedetto Croce a Umberto Eco, per un dibattito lungo quasi un secolo, “lo stereotipo della traduzione bella e infedele o brutta e fedele non è che un luogo comune”- annotava Alessandra Tarozzo ad apertura dell’annuale Salone Internazionale del Libro di Torino. E il ragionamento, la parabola logica-filologica credo che possano agevolmente applicarsi ad ogni adattamento teatrale che evade, travalica, disconosce – di proposito- il dettame della tradizione e della ‘bella forma’ coniugate indistintamente al passato e al presente (scenico).

Diversamente non sarebbero esistite le avanguardie storiche e tutti i fautori (da Brook al Living, da Bene a Grotowski) che ad esse si correlano. Pertinente quindi, a proposito di questa elaborazione eccentrica e claustrale dell’ultimo capolavoro shakespeariano risalente al 1611, distinguere quel “prima” e quel “dopo” che, in prima battuta, sono stati in tanti ad avvertire, a proposito di ogni acquiescente uniformità al calco originale (ovvero il ‘dettato’, il copione del Bardo, da non intendersi come ‘sacro’ feticcio) e della variopinta, pensierosa ‘trasgressione’ che ne coglie Luca De Fusco- per questa sua ultima collaborazione con il Napoli Teatro Festival, al quale sembra consegnare una sorta di consuntivo, memoriale, relazione morale di fine mandato.

E dunque, quale dramma più de “La tempesta” si prestava ad una reinvenzione critico-poetica? Rinfrancata e rinnovata (a mia memoria) da almeno tre tentativi di sconquasso e ‘alterazione’: dalla parafrasi fantascientifica del “Pianeta proibito” (1956) di Fred MacLerd.Wilcox (eccentrico mix di suspense ed affetti speciali naif), alla commedia dell’assurdo (in chiave “camp” e stile Monthy Python) di Dereck Jarman del 1979- sino alla nostra preferita trasposizione di Paul Mazursky (del 1982) dove John Cassavetes è un architetto di successo che abbandona New York e tutti i suoi riti fasulli per rifugiarsi in un’isola del Peloponneso, terra dei suoi avi, ma non per questo ritrovando requie e ispirazione (imbattendosi fra l’altro in uno strepitoso cammeo di Vittorio Gassman, greve capitalista in odore di mafia).

Sin qui gli antefatti, il resto è “solo” cronaca. Quella di uno spettacolo (o rivisitazione, come è più elegante esprimersi) azzardato ma affascinante, claustrale ma a suo modo ‘arieggiato da sbrigliata fantasia’, che “va oltre” le canoniche simbologie di Shakespeare. Per consegnargliene altre e più inattese.

Essendo –credo- l’idea drammaturgica su cui fonda la messinscena di De Fusco quella di cesellare un Prospero intellettuale e visionario, “alchimista e osservatore”, prigioniero della sua biblioteca-universo-rifugio estremo (contro l’empio mondo). Personaggio qui interpretato dal sublime e carismatico Eros Pagni, mago suo malgrado (come in fondo lo è ogni artista) , capace- con la sola forza della sua mente ‘magnetica’- di dar via ad un caleidoscopio di immaginazioni e canovacci che, nel fuoriuscire dalla sua intima suggestione, prendono forma e fattezze umane (in ectoplasmi medianici ed evanescenti). Primi fra tutti gli spiritelli di Ariel e Calibano (interpretati entrambi dalla superlativa Gaia Aprea) ad emanazione “delle due anime di Prospero, l’incarnazione del bene e del male, delle speranze e delle paure che abitano il protagonista ed in cui, nel contempo, ciascuno può riconoscersi” (stando ad una nota di agenzia stampa).

Altro asse portante dell’esperienza scenica è quella inerente “Il teatro come realtà in crescita ed aumento di senso”. In che modo? Facendo sì che tale realtà venga contaminata dalla divagazione onirica, “dal presentimento, dal tedio della vita vissuta in ottemperanza a ruoli, funzioni, personaggi”. Che noi

rappresentiamo, volenti o nolenti, per dovere civico. E mille ossequi alla sempiterna lucidità di Luigi Pirandello.

Alla cui filosofia scettico-sofistica, qui si aggiunge una sorta di congedo, presentimento, finale di partita o per lo meno di “addio al Novecento” rispetto all’invasività nevrotizzante, digitalizzata, imperscrutabile del cosiddetto (che mai sarà?e chi lo sa?) terzo millennio. Non senza una punta di snobismo (per l’intellettuale ‘trapassato’) rispetto alla “pura barbarie millennial che non comprende, che riesce ancora se non a sconfiggere, almeno a contenere, ma alla quale sa che dovrà alla fine arrendersi”. Come avviene, non senza disagi o tragedie, al tramonto di ogni epoca ed al passaggio di testimone ad ‘innominabili’ eredi.

Emergendo da uno sfondo scenografico surreale e cangiante, con insersioni figurative di micro-personaggi appartenenti ad ogni epoca, il contenitore di una “La tempesta” (sfoltita di intrighi, agnizioni, fratelli\coltelli ad inseguimento di Prospero) che destabilizza ma non stupisce. Poichè, oltre ad essere parte integrante della nuova stesura (indispensabile alla tessitura drammaturgica), sa essere, e sa di essere (in alcuni passaggi), ridondante ed ‘prepotente’, tracimando in quella sensazione di “eccedenza e dismisura” che, reiterandosi, inficia talvolta non poche esperienze di teatro contemporaneo (quando esso “tira troppo la corda o… se la tira”).

Plausibile tuttavia la scelta di “rompere la quarta parete” (almeno al debutto dello spettacolo a Pompei) per l’indubbia efficacia di permettere agli astanti di attraversare (adesso idealmente?) lo spazio di un viaggio probabilmente mai esistito- ma proprio per questo ultima ‘esibizione’ ed incantesimo del grande Prospero, al capolinea della sue terrene tribolazioni ed allucinati incantesimi. Delle sue passioni tristi.

Dopo di lui il diluvio? Non è escluso….

°°°

“La Tempesta”

di William Shakespeare

traduzione Gianni Garrera

adattamento e regia Luca De Fusco

con Eros Pagni, Gaia Aprea, Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta,

Gennaro Di Biase, Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini,

Alfonso Postiglione, Carlo Sciaccaluga, Francesco Scolaro, Paolo Serra, Enzo Turrin

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Gigi Saccomandi

musiche originali Ran Bagno

installazioni video Alessandro Papa

movimenti coreografici Emio Greco e Pieter C. Scholten

adattamento vocale Ciro Cascino

produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Roma, Teatro Eliseo

La tournée:

Reggio Calabria, Teatro Cilea 4 e 5 dicembre 2019. Como, Teatro Sociale 12 e 13 dicembre 2019. Genova, Teatro Della Corte dall’8 al 19 gennaio 2020. Perugia, Teatro Morlacchi dal 22 al 26 gennaio 2020. Udine, Teatro Nuovo dal 28 al 30 gennaio 2020. Arezzo, Teatro Petrarca 3 e 4 febbraio 2020. Prato, Teatro Metastasio dal 6 al 9 febbraio 2020



 di Angelo Pizzuto

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