La vocazione settentrionale delle opere pubbliche nel nostro Paese

Economia | 9 novembre 2018

Il dossier delle “opere bloccate”.

Il mese scorso, il 25 ottobre, “Repubblica.it” ha pubblicato un corposo dossier con immagini e schede dal titolo “Il movimento del no”. Sommario: “Tutte le opere bloccate dai Cinquestelle: 24 progetti in tutta Italia, dalle strade agli ospedali viaggio tra i cantieri sospesi”.

Si legge nella presentazione del dossier: “Le grandi opere come la TAV Torino – Lione, il TAP, Il Terzo valico ancor più urgente dopo il crollo del Ponte Morandi. Ma anche strade, sottopassi, piste di aeroporto, ferrovie urbane, metropolitane, ponti. Tutti bloccati. Tutti in attesa di approfondimenti, valutazioni, “project review”, analisi supplementari. E’ l’Italia dei 5 Stelle che hanno giurato e spergiurato di bloccare i cantieri. Una Italia che, da Torino a Messina, è come la Bella Addormentata. Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti fresco di ultimatum dalla Francia sulla Torino – Lione, detta la linea comportandosi come se i cantieri non esistessero e ci fosse una carta geografica intonsa su cui decidere se aprirli o meno. Ma non è il solo. Nei comuni guidati da M5S, Roma, Torino, Livorno, piccoli Toninelli crescono”.

Premesso che non tifiamo certo per le incompiute – ne sono disseminate troppe in Italia – teniamo a precisare che non è nostro intendimento addentrarci nella polemica politica. “Repubblica” – cartaceo o punto it che sia – fa il suo mestiere, è noto a tutti che come organo di stampa non è iscritto tra i fan del governo gialloverde e non ha alcuna empatia né per i leghisti né per i grillini. Senza la presunzione di cimentarci dunque in questa sede in critiche alla coalizione al governo, o più precisamente alla più “bloccante” delle due formazioni, la nostra chiave di lettura a proposito di questo dossier è piuttosto particolare. Si limita a richiamare niente altro che la geografia e la matematica. Quella finanziaria ovviamente.

Per comprendere i motivi e le finalità di questo approccio bisogna scorrere l’elenco delle opere bloccate riportate nel dossier, una per una. Divise per settori. Con la localizzazione e con accanto l’indicazione dell’importo dell’investimento.

Metropolitane. Linea 6 della metropolitana di Napoli, 790 milioni. Metro C di Roma, 3,7 miliardi.

Strade e autostrade. Pedemontana Lombarda, 7,4 miliardi. Tunnel cittadino piazza Baldissera a Torino, 30 milioni. Sottopasso largo Maroncelli a Torino, 15 milioni. Pedemontana Veneta, 2,2 miliardi. Gronda di Genova, 4,2 miliardi. Passante di mezzo (Emilia Romagna), 800 milioni. Bretella Campogalliano – Sassuolo (Emilia Romagna), 514 milioni. Autostrada Tirreno – Brennero, 1,8 miliardi. Ponte dei Congressi a Roma, 145 milioni.

Industria. Ilva di Taranto, 1,8 miliardi. Termovalorizzatore A2A di San Filippo del Mela (Messina), 300 milioni.

Gasdotti. TAP Trans Adriatic Pipeline, 4,5 miliardi.

Infrastrutture. Nuova pista aeroporto Vespucci di Firenze, 350 milioni. Darsena Europa di Livorno, 660 milioni.

Ferrovie. Alta Velocità Brescia – Verona, 2,5 miliardi. Sottoattraversamento e stazione TAV di Firenze, 755 milioni. Linea ferroviaria alta velocità Torino – Lione, 8,6 miliardi. Tunnel del Brennero, 8,4 miliardi. TAV Verona – Padova, 2,7 miliardi. Terzo valico di Giovi (Liguria), 6,2 miliardi. Raddoppio ferroviario Finale – Andora (Liguria), 1,5 miliardi.

Ospedali. Nuovo ospedale di Livorno, 266 milioni.



Georeferenziazioni e percentuali impressionanti. Lo “strabismo infrastrutturale”.

Abbiamo fatto un po’ di conti. Il dossier raccoglie le schede con le motivazioni del blocco delle 24 opere per un importo complessivo di 60 miliardi e 225 milioni di euro. Le localizzate nel Sud sono quattro per un importo totale di 7 miliardi e 390 milioni e le localizzate nel Centro sono sei per complessivi 5 miliardi e 876 milioni. Pari rispettivamente al 12,27 per cento (Sud) ed al 9,75 per cento (Centro). In valore assoluto, dalla Toscana alla Sicilia, 13 miliardi e 366 milioni. Tutte le altre opere, per complessivi 46 miliardi e 859 milioni, sono localizzate nel Nord Italia. Ossia il 77,98 per cento.

Un dossier che ha come focus le infrastrutture bloccate può non essere un indicatore attendibile od automatico delle opere cantierate. Il blocco può fare riferimento a motivi contingenti o localistici – ad esempio una giunta cittadina guidata dal M5S oppure una georeferenziazione che attraversa più territori come nel caso di TAV e TAP (la seconda sbloccatasi nei giorni scorsi con forti code polemiche che hanno investito il Movimento 5 Stelle). E tuttavia non può non essere se non altro indicativo di uno “strabismo infrastrutturale” che ormai da decenni, in modo consolidato, vede culla prediletta – si direbbe schiacciante in base alle percentuali degli investimenti destinati, come confermano importi e percentuali riportati – l’area settentrionale del nostro paese.

Oltre che i dati del Sud anche i dati del Centro lasciano di che pensare. Per quell’area ci aspettavamo percentuali meno modeste.

D’accordo, il Nord è la locomotiva dell’Italia. D’accordo, nel Nord, area già di suo più popolosa d’Italia, si stabilisce sempre più popolazione migrante dalle due altre aree, dal Mezzogiorno in particolare, ma percentuali di questa portata lasciano esterrefatti quanto a localizzazione di investimenti infrastrutturali pubblici.

Uno strabismo territoriale che non è colpa dei 5 Stelle, solo da pochi mesi co-padroni del vapore. Si tratta di progetti e stanziamenti che risalgono ad anni, spesso a decenni, fa. Perché i governi di centrosinistra e di centrodestra da molto tempo hanno deciso di mollare il Mezzogiorno piagnone, irrecuperabile e irredimibile. Focolaio o piuttosto fucina di tutti i mali del Bel Paese. Del Meridione sembra che non interessi niente a nessuno, tranne alla Svimez. Neppure agli stessi meridionali, rassegnati sia all’evidenza che alla certezza che non una sola famiglia del Sud non debba emigrare - con qualche giovane della sua ultima generazione o in blocco - verso nord od Oltralpe o da qualche parte nel mondo.

Non solo da decenni è stata rimossa la questione meridionale. E’ stato rimosso tout court il Sud, un terzo del territorio nazionale ormai a perdere, non a caso con questi chiari di luna ormai condannato ad area più in ritardo di sviluppo dell’Unione Europea.



Un caso a parte: infrastrutture in Sicilia.

In un simile contesto la Sicilia diventa una regione emblematica. Se dobbiamo guardare freddamente a statistiche e percentuali, nel dossier di “Repubblica.it” delle opere bloccate dai grillini ne ritroviamo “solo” una per un importo grosso modo pari allo 0,5 per cento dei 60 e passa miliardi complessivi. Vale la pena ricordare per avere il polso delle proporzioni che – anche a considerare il dissanguamento migratorio in corso - in Sicilia vive tuttora l’8,3 per cento della popolazione nazionale. E vale la pena leggere la scheda accompagnatoria che illustra la vicenda e i motivi del blocco: “A2A, colosso energetico delle municipalizzate della Lombardia, ha acquistato l’ex centrale elettrica di San Filippo del Mela, sulla fascia tirrenica del Messinese, ed ha presentato un progetto di riconversione per realizzare un termovalorizzatore. La Sicilia da anni è in emergenza rifiuti e sono state realizzate solo discariche, in gran parte private, senza alcun impianto alternativo. L’impianto della A2A avrebbe consentito di smaltire circa 400 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Il Movimento 5 Stelle ha guidato la protesta contro questo impianto e qualche settimana fa il governo Conte ha dato lo stop definitivo al progetto, nonostante il Ministero dell’Ambiente avesse dato parere positivo nel 2017. “Lo stop del Consiglio dei ministri all’inceneritore della Valle del Mela è un fatto epocale e una vittoria del governo del cambiamento” ha detto la capogruppo del Movimento all’Ars, Valentina Zafarana”.

Una percentuale dello 0,5 per cento, così striminzita in una regione in cui metà degli elettori erano e sono – pur con recenti avvisaglie di disaffezioni – paladini dei “giuratori e spergiuratori di bloccare i cantieri”, per riprendere le parole del dossier? In cui non molti mesi fa è parso che persino gli alberi delle campagne votassero per i 5 Stelle? Perbacco. O piuttosto una percentuale così striminzita perché il dato è la conseguenza dello stato di fatto che da queste parti non si investe più e le “grandi opere” e i “grandi progetti” non vanno oltre – se va bene – l’episodico, isolato ammodernamento di qualche malandata arteria stradale? O piuttosto una percentuale così striminzita perché non si effettua più neppure uno straccio di modestissima, minuta manutenzione alle disastrate autostrade, strade statali e vie di comunicazione provinciali ridotte a trazzere? Altro che grandi opere.

Il cosiddetto gap infrastrutturale della Sicilia rispetto alla media del paese anche in anni di intervento straordinario e vacche grasse non è mai riuscito a viaggiare oltre il 75 per cento. E’ il caso di richiedere a gran voce di aggiornare l’indagine, ricalcolandola al 2018. Possibilmente conteggiando non solo la percentuale del gap sulla media nazionale, sulle altre regioni, sulle tre macroaree del paese (Nord, Centro e Sud) ma aggiungendo alla rilevazione un – definiamolo così – “coefficiente di quanto sono decrepite” le infrastrutture siciliane. Emergerebbero numeri e dati da lasciare tramortiti. A prescindere dalla vocazione al blocco di cui sono accusati i 5 Stelle e di quella “sindrome della decrescita felice” di cui gli avversari, in particolare Forza Italia, sostengono che siano affetti. Immobilismo su cui saranno chiamati a rispondere tra dieci o più anni quando si tireranno le somme di cosa hanno saputo o non hanno saputo impostare e realizzare in materia di infrastrutture pubbliche. Mentre per la deficitaria situazione attuale delle infrastrutture nei nostri territori sul banco degli imputati devono essere chiamati a rispondere altri schieramenti ed altre precedenti classi politiche.

 di Pino Scorciapino

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