Le Istituzioni della Repubblica rendano onore ai caduti sul lavoro

Politica | 17 agosto 2019

I caduti sul lavoro meritano un tributo che il nostro paese non sa riservare loro. Non riusciamo a fermare questa strage, i cui numeri sono ogni anno più impressionanti. Almeno però onoriamoli per come meritano. Perché le morti sul lavoro ed a causa del lavoro sono ingiuste, come quelle dei bambini e dei giovani.

Lotta alla criminalità mafiosa, pace, lavoro sono stati i tre pilastri dell’impegno politico di Pio La Torre. Ci sembra del tutto logico – in qualche modo conseguenziale – che dal “Centro di studi e iniziative culturali Pio La Torre onlus” sia lanciata oggi una iniziativa. O, per meglio dire, una proposta, una richiesta. Il 2 giugno di ogni anno, Festa della Repubblica, uno dei momenti più simbolici della ricorrenza consiste nell’omaggio al Milite Ignoto nell’Altare della Patria da parte del Presidente della Repubblica con la deposizione di una corona d’alloro. Rappresenta il ricordo ed il ringraziamento che tramite il Capo dello Stato sessanta milioni di italiani tributano a tutti quei nostri giovani in divisa che sono stati sacrificati per questo paese, per la sua esistenza, per il suo futuro. Vite spezzate, immolate sull’ara insanguinata della follia dei conflitti.

Ebbene, noi chiediamo che il Primo Maggio, Festa del Lavoro, continui ad essere celebrato con i grandi raduni sindacali di anno in anno fissati in una città del nostro paese. Con il concertone pomeridiano e serale a Roma o altrove. Ma che abbia anche e soprattutto una novità istituzionale, importante, altamente simbolica: il Presidente della Repubblica - o, solo in caso di sua indisposizione, qualcuna delle altre tre maggiori cariche dello Stato – renda omaggio ai morti sul lavoro a nome di tutti gli italiani con la deposizione di una corona d’alloro. Questo tributo, non più rinviabile considerata l’ampiezza della strage, presuppone la realizzazione nella capitale di un sacrario dedicato alle vittime del lavoro. Nulla di faraonico, nulla di particolarmente costoso ma un monumento-simbolo della Repubblica, che dovrà essere conosciuto e riconosciuto da tutti, con un sacello vuoto al contrario della tomba che custodisce i resti del Milite Ignoto nell’Altare della Patria. Una sorta di Vittoriano civile minore in cui gli italiani – di ogni collocazione politica, d’ogni ceto sociale, d’ogni angolo del paese o colore di pelle – possano vedere un monumento importante per una dedica importante.

La realizzazione potrebbe richiedere anni per il suo iter progettuale, burocratico e costruttivo. Finché non sarà completata si potrebbe ipotizzare il provvisorio ricorso ad un monumento già esistente che lo anticipi e lo rappresenti. Per poi approdare in modo definitivo ed al più presto possibile al “Sacrario dei caduti sul lavoro” che dovrà entrare a far parte dei “luoghi – simbolo” della nazione.


Il lavoro è dignità, è sostentamento, è ascensore sociale, è benessere economico. Ma, come un Giano bifronte, è un dramma che distrugge esistenze se non ce l’hai. Se ce l’hai sempre più spesso ti sradica, ti porta lontano. Ti procura calli nelle mani, talvolta ti fa andare fuori di testa, provoca invalidità. Causa umiliazioni e lavate di capo. Ti fa tornare a casa stanco. Capita che ti intossichi, ti faccia ammalare. E a volte – inaccettabile pedaggio pagato, inammissibile sacrificio richiesto – giunge persino ad esigere il prezzo della vita, giunge ad uccidere. Che fregatura!

Dramma nel dramma, la progressiva tecnologicizzazione del lavoro non arresta la mattanza. In tanti settori – agricoltura, costruzioni, industria – si muore nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche come e più di prima.

E allora per questa “fregatura” che colpisce giovanissimi neoassunti da poche settimane, la cui comprensibile felicità si spegne in un eterno nulla, così come anziani lavoratori con tanta esperienza sulle spalle che ci sia un gesto istituzionale risarcitorio, un tributo, un riconoscimento, un ringraziamento. Il ricordo non sia lasciato solo al dolore infinito dei familiari nella ricorrenza della data dell’incidente o il 2 novembre. Ma sia collettivo, di tutta la nazione, ogni anno il Primo Maggio, Festa del Lavoro.


I dati della mattanza sono inaccettabili, impressionanti. Dietro questa strage che si sviluppa se non nell’indifferenza dell’opinione pubblica in una fatalistica stretta di spalle – come dire? “Che possiamo farci?” – quasi sempre si nascondono sfruttamento, superficiale adozione delle più elementari norme di sicurezza, improvvisazione. Si muore così, giovani e meno giovani, bianchi e neri, autoctoni e - in numero sempre più consistente – immigrati. Accomunati.

Dall’1 gennaio di quest’anno ad oggi sono deceduti 884 lavoratori (compresi i morti sulle strade mentre si recano in azienda e in itinere) di cui 433 sui luoghi di lavoro. Ben 96 coloro che hanno concluso la loro esistenza nelle campagne, schiacciati dai trattori. Dei 433 decessi 51 sono avvenuti in Lombardia, 45 in Campania, 34 nel Lazio, 32 in Sicilia, 28 in Piemonte. Persino la minuscola Valle d’Aosta ha pagato un tributo di 3 vittime. I dati sono dell’“Osservatorio indipendente di Bologna sui morti sul lavoro”, giunto con un impegno meritorio che va segnalato al dodicesimo anno di monitoraggio giornaliero aggiornato.

La distinzione tra morti nell’azienda o “fuori dall’azienda” non sempre rende collimanti percentuali e confronti. Ma ci si può rendere conto di come il fenomeno non accenni a ridursi da dati omogenei confrontabili anche se parziali.

Nel 2018 l’Inail ha accertato 704 infortuni mortali sul lavoro di cui 421 (60 per cento) “fuori dall’azienda”. Il 4 per cento in più rispetto al 2017. Nei primi 4 mesi del 2019 le denunce di infortuni mortali sono state 303 con un aumento del 5,9 per cento sullo stesso periodo del 2018.

Nel primo semestre del 2019 sono stati 13 i lavoratori in più deceduti rispetto ai primi sei mesi del 2018 (+2,8 per cento).

Si può continuare ad attribuire a fatalità queste vite cancellate? No. Si deve fare mille volte di più di quanto si fa per prevenirle e rendere sempre più efficaci le misure di prevenzione e sicurezza? Sì. Si deve rendere un tributo pubblico – in rappresentanza della collettività nazionale – a quelle persone più sfortunate di altre la cui vita è stata falciata sul lavoro e per il lavoro? Sì. Decisamente sì. E’ venuto il momento di dare respiro istituzionale ad un gesto dovuto e ad una nuova consapevolezza civile. E’ in questa direzione che va la nostra proposta.

 di Pino Scorciapino

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