Lorefice: "La chiesa chieda perdono per i passati silenzi sui boss"

Società | 9 marzo 2018

“Dobbiamo chiedere perdono per quanto la Chiesa non ha fatto nel passato nei confronti della mafia. Per quanto la Chiesa sia stata omissiva, per quando abbiamo annunciato ma non praticato valori evangelici a difesa di una terra violentata dalla mafia”. Così don Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, condanna il silenzio che spesso in passato ha contraddistinto il rapporto tra la Chiesa e la mafia intervenendo alla conferenza promossa dal Centro Studi Pio La Torre sul tema “Il ruolo della Chiesa di Papa Francesco nel contrasto alle mafie, alla corruzione, alla povertà e alle diseguaglianze sociali” e svoltasi al Cinema Rouge et Noir di Palermo nell’ambito del Progetto educativo Antimafia promosso dal Centro. “Se oggi però sono qui a guardare avanti con fiducia ad una Sicilia liberata - continua don Lorefice -, se sono qui a sperare in un futuro di pace, giustizia e dignità è perché negli anni questo atteggiamento della Chiesa è cambiato. Se sono qui lo devo anche alla testimonianza di due preti e di un magistrato. Alla testimonianza di don Pino Puglisi, con il quale ho condiviso alcune esperienze con i giovani. All’esempio di don Peppe Diana, ucciso a 36 anni dalla camorra e di Rosario Livatino, magistrato ucciso a 38 anni e profondamente cattolico. Da loro ho ricevuto la testimonianza che una chiesa libera e liberatrice è una Chiesa che non cerca appoggi o privilegi dalle classi dirigenti, ma che confida solo nella potenza esaltante del Vangelo di Gesù Cristo. La Chiesa che Papa Francesco sta disegnando - conclude l’arcivescovo - vuole partire dalla realtà, dalla concretezza. Una indicazione di rotta indicata anche dal suo primo viaggio apostolico a Lampedusa nel luglio 2013. Bisogna partire dagli esclusi, dagli scartati della società, dalla lotta alle ingiustizie”.


"Il silenzio sulla mafia da parte della Chiesa siciliana - ha spiegato il professor Rosario Mangiameli, storico dell'Università di Catania - è spesso attribuito alla “necessità” negli anni dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta del comunismo (1989 – 90) di tenere compatto il fronte anticomunista. Minimizzando il ruolo della mafia la Chiesa avrebbe evitato di mettere in evidenza una realtà che avrebbe potuto avvantaggiare l’avversario, ritenuto il pericolo maggiore per via della professione di ateismo. Ciò può essere vero, si veda per esempio la vicenda dei frati di Mazzarino e la difesa ad oltranza fatta dalle gerarchie ecclesiastiche in diverse fasi del processo. Quella dell’anticomunismo - ha concluso Mangiameli - può essere però una spiegazione riduttiva, che vale meno per il periodo ottocentesco e primo novecentesco in cui non si sente una voce cattolica che condanni comportamenti e azioni mafiose. Tranne casi eccezionali come quello di Sturzo che conduce una vera battaglia antimafia nel comune di Palagonia”.


A moderare l’incontro Franco Nuccio, direttore di Ansa Sicilia che ha sottolineato come l’atteggiamento della Chiesa nei confronti della mafia è attraversato da varie fasi. La prima fase è quella del silenzio o dell’acquiescenza. Arcivescovo di Palermo era Ruffini che sosteneva che la mafia fosse una invenzione dei giornali e che il vero male della Sicilia fossero Danilo Dolci, che lottava a fianco dei braccianti, e il romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Poi c’è la fase del cardinale di Palermo Pappalardo, della sua denuncia aperta della mafia nei funerali di Falcone. La terza fase è nel 1993 dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio. Nella Valle dei Templi, Papa Giovanni Paolo II lancia un’anatema e una scomunica contro i mafiosi. Parole di condanna poi ripetute da Papa Francesco”. 



I profughi creati dai nuovi Erodi


 «A Lampedusa approdano migliaia di profughi che la vita ha reso scarti della terra, ma se ci sono degli esclusi questo non è frutto del caso o di un destino cieco, ma di un sistema economico, finanziario e politico che abbiamo costruito e che per alimentarsi e continuare a vivere nei suoi lussi ha bisogno che una parte sia scartata e questa parte può chiamarsi Africa o medio oriente. Un sistema costruito dai nuovi Erodi per difendere il proprio benessere, un sistema di peccato strutturale e perversione»,  ha detto l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.  

 «Andando a Lampedusa, l’8 luglio 2013, per il suo primo viaggio dopo la nomina a marzo da pontefice - ha aggiunto Lorefice - Papa Francesco ha voluto indicare una rotta: partire dagli esclusi, annunciando il Vangelo. Quei bambini e quei ragazzi annegati hanno cuori e aspirazioni come i vostri - ha detto poi l’arcivescovo rivolgendosi ai ragazzi presenti - Oggi la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Il denaro governa con la frusta della paura e della diseguaglianza economica, in una dittatura del profitto facile che distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali rendendoci alla fine crudeli e indifferenti verso gli altri. La chiesa di Francesco vuole partire dalla carne della gente, è una chiesa in uscita dalle proprie mura e sacrestie per andare sulla strada, dove stanno le vittime delle ingiustizie e gli scartati della terra».

«Nei confronti dell’immigrazione dobbiamo essere lucidi. Alcuni temi come questo possono essere cavalcati per altre intenzioni, finalità e interessi, ma non possiamo dimenticare che sul volto di ogni uomo c'è il nostro. Se noi ci relazioniamo con l’altro partendo dal colore della pelle o dalla cultura abbiamo perso il cuore di ogni convivenza umana». 


Il tetto ai dirigenti dell'Ars

 «Chi ha dei ruoli di dirigenza tra le istituzioni deve avere la consapevolezza di esprimere un’esemplarità di vita. La questione di fondo è questa, oggi troppe persone vivono di stenti, con pensioni che non bastano neanche ai bisogni necessari. Chi ha un compito e un ruolo tra le autorità deve avere la consapevolezza di essere un punto di riferimento e dare anche una testimonianza di vita». Lo ha detto l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, rispondendo a una domanda sulle polemiche sul tetto degli stipendi dei dirigenti Ars.


Facciamo tutti cento passi lontani dal potere

«Quando sono stato appena consacrato sono stato criticato per aver citato Impastato, ma a Cinisi io ho portato i miei parrocchiani. Le denunce da Radio Aut di questo giovane coraggioso, non interessa se credente o meno, hanno insegnato che tutti dobbiamo imparare a fare i nostri 100 passi dal potere, come ha fatto Gesù cacciando i mercanti dal tempio», ha detto l’arcivescovo. «Oggi la Chiesa sta camminando e lo deve alla testimonianza dei nuovi buoni samaritani che in terra di mafia sono scesi da cavallo per piegarsi alle ferite di una terra violentata come Salvatore Carnevale, don Beppe Diana, il giudice Livatino, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e Peppino Impastato», ha anche detto. E poi: «Una politica distante che diventa, per certi aspetti, cortile, dimentica il sangue e la sofferenza della gente e di quanti oggi vivono in uno stato di povertà avanzata. Il nostro Paese è in ginocchio e di questo bisogna prendere atto e occuparsi».


La comunione e i divorziati


«Perché un mafioso pentito può avere la confessione e il perdono dalla Chiesa e una donna divorziata no?» È la domanda schietta rivolta da una studentessa, Giulia, nel corso della conferenza promossa dal centro Pio La Torre, all’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. 

 «Mia nonna è stata una delle prime donne in Sicilia a divorziare, ma da quando ha fatto questa scelta è stata esclusa dalla sua chiesa e non ha potuto avere la comunione, allora mi chiedo perché un mafioso può avere la confessione e il perdono mentre una donna che ha divorziato viene esclusa», ha detto la giovane. 

 «Ogni realtà si sclerotizza attraverso i secoli - ha risposto Lorefice - nelle tue parole colgo i segni della sofferenza, è come se tu avessi letto l’esortazione apostolica 'Amoris letitià di Papa Francesco che parla di accoglienza e dove si dice che i divorziati non sono scomunicati. Anche il mafioso può cambiare vita - ha precisato l’arcivescovo - ma se lo fa si deve vedere e deve dire che prende le distanze da quello stile di vita. La potenza del Cristianesimo sta qui, nessun uomo o donna può avere una condanna come ultimo giudizio, tutti possono cambiare, e se un mafioso denuncia a un prete il suo peccato e lo ripara può avere il perdono da quel prete che gli dirà di cambiare vita, ognuno può sbagliare, ma l’ultima parola non può essere lo sbaglio. Oggi siamo abituati a perdonare chi ci chiede scusa, ma Dio ci perdona in anticipo. C'è una chiesa che deve progressivamente tornare al Vangelo, altrimenti il rischio è che si allarghi la forbice con i suoi fedeli e deve essere sempre più capace di assomigliare al suo Cristo, questa è la sfida del cristianesimo».


Il prossimo appuntamento del Progetto Educativo Antimafia sarà il 27 aprile, giorno nel quale verrà ricordato il 36° anniversario dell'uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo.


 

 di Davide Mancuso

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