Mafia, massoneria, spazzolino: Antonio Giaimo, periodista

Cultura | 28 novembre 2019

Gorro – pasaporte – remedios - ropa interior y medias – càmara – recuerdos - el corazòn apretado”. (Berretto – passaporto – rimedi - intimo e calze - macchina fotografica – ricordi - il cuore stretto).

Questo elenco bizzarro è un post pubblicato su Facebook. La pagina è quella di Gian Giaimo, musicista uruguayano. Mostra anche una foto, è il dettaglio di un bagaglio. Al suo interno, tutti gli oggetti elencati nel post. I recuerdos, sono quelli contenuti in una foto in bianco e nero. Ingrandendola e capovolgendola, svela un giovane uomo con due bambini in una località imprecisata dell’Uruguay. L’uomo della foto è Antonio Giaimo, periodista italiano, corrispondente dell’agenzia Ansa da Montevideo.

Questa storia inizia come in un film di Wim Wenders. Un uomo alla ricerca di un ricordo custodito in una foto. Il protagonista è un musicista sudamericano, il ricordo è quello di suo padre, Antonio Giaimo. Anche il luogo dell’appuntamento con Gian Giaimo è wendersiano: una stazione di servizio. La rassomiglianza con il padre è impressionante. Concordiamo un viaggio a Palermo. Intervisteremo una serie di giornalisti e amici di suo padre. Videointerviste che saranno proiettate nel corso di uno spettacolo teatrale dal titolo “Invece ce la faccio da solo”, firmato dal regista Gianluca Sodaro, protagonista l’attore Vito Ubaldini, musiche di Michele Di Leonardo, direzione artistica Walter Amorelli, supervisione di Rino Agnello e Antonio Ortoleva, con il contributo del video-artista Simone Scarpello . Un pot-pourri di versi e testi sparsi, brani da inchieste giornalistiche, clip fotografiche. È il ricordo postumo che Enna dedica al suo intellettuale più eccentrico e bizzarro.

Il mio primo ricordo di Antonio Giaimo è altrettanto cinematografico. Enna, galleria Liborio Coppola. Campo lungo. Uno strano figuro porta in spalla una sacca da marinaio. Guadagna con andatura sudamericana la salita di via Roma. Si ferma a parlare con ogni passante. Liborio Coppola presenta Peppe Giaimo. La sosta di presentazione, si trasforma in una conversazione tra due minotauri ennesi lunga un paio d’ore. Alla fine, un appuntamento a Palermo. Portineria del Giornale di Sicilia. Un gesticolare nevrotico mi invitava a salire in fretta la rampa di scale. Guadagnato l’enorme stanzone della redazione, mi indicò la scrivania del redattore della provincia di Enna. “Ortoleva non c’è. Lascia i tuoi articoli. Ti chiamerà domani. Ciao. Devo tornare a lavorare”. Il mio padrinaggio giornalistico giaimiano si esaurì così nel breve volgere di qualche minuto. La nostra frequentazione invece, proseguì per tanti anni. Giaimo il marinaio, divenne una sorta di zio scellerato e incosciente come il Mr. Magoo dei cartoni animati della mia infanzia. Uno di quei personaggi leggendari che affollavano le redazioni palermitane. Una commedia umana balzachiana ormai soppiantata da una drammatica realtà: redazioni alle prese con gravi crisi aziendali, giornalisti alienati da ritmi inumani di produzione. Giaimo avrebbe detto che era questo il trionfo della banalizzazione della professione giornalistica, come schematizzato dal luciferino Licio Gelli, uno dei suoi cavalli di battaglia in ogni discussione. Il rimando a Giaimo è spesso ammantato di leggenda. Realtà e finzione si compenetrano splendidamente. Come nel caso dell’amicizia con il professore Umberto Eco. Leggenda orale che navigando di redazione in redazione, si arricchiva ogni volta di nuovi particolari. Io stesso, che avevo avuto il privilegio di accompagnarlo, mi chiedo ancora quanto ci sia di vero e quanto di leggendario. Questo il ricordo, credo. Una sosta da Flaccovio per comprare una copia del nuovo libro di Umberto Eco. La corsa sgangherata contro il tempo inforcando la mia splendida vespa. La facoltà di Lettere era circondata da una folla immensa. Giaimo avanti a me al grido di: “Stampa, stampa”, fendeva la folla come il burro. L’ultimo baluardo, una selva di cronisti che, invano, avevano tentato di intervistare il semiologo. A questo punto i ricordi si fondono con la leggenda. Umberto Eco esordisce con un: “Antonio, Antonio”. Giaimo mi presenta “Il professore che corteggiava mia moglie”. Giusto il tempo di un autografo ed Eco scompare tra la folla. Il tributo ad Antonio Giaimo, con una di quelle casualità misteriose a lui tanto care, cade proprio nel giorno e nell’ora di un avvenimento palermitano di rilievo. Un’edizione straordinaria, per raccontare il giornale “L’Ora”. Una manifestazione che vedrà coinvolti tutti i grandi cronisti dello storico quotidiano palermitano. Giaimo come suo solito, darà il suo contributo al mitico “L’Ora”, nel luogo più eccentrico della Sicilia, alla stessa ora, all’interno di una ex sinagoga.

Antonio Giaimo è stato tutto e il contrario di tutto. Poeta e impertinente. Gentile e volgare. Coraggioso e vigliacco. Generoso e tirchio maledetto. Ma soprattutto è stato l’uomo più solo della terra. Angosciato al calar della sera, trasformandosi in una sorta di lupo mannaro. Grattava con disperazione i citofoni degli amici. Cerca scampo su un divano, bramando un rifugio notturno. Triste, solitario y final, avrebbe sentenziato con il titolo di uno dei suoi amati scrittori sudamericani.

L’ultimo fotogramma giaimiano che custodisco è legato ad un appuntamento classico, il pranzo domenicale a casa Ortoleva, una scena degna di un film di Soldini. Ad un certo punto, Ortoleva sancisce solenne: “Siamo tutti un po’ Giaimo. Ma solo lui ha il coraggio di esserlo fino in fondo”.

 di Concetto Prestifilippo

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