Mercanti di parole e ...bugiardi sinceri a Catania

Cultura | 4 marzo 2018

Il Mercante di Monologhi di Autori Vari

Maschera inossidabile di giullare, lo “zanni” dall’inappagata fame atavica (su cui l’inarrivabile Dario Fo ha costruito uno dei suoi più travolgenti monologhi ricavato dal Ruzante); l’ormai inevitabile caricatura del politico cialtrone, imbonitore, demagogo e ignorante; l’antropologo che spaccia per conoscenza ridicoli riti esoterici; il prelato officiante il nuovo, blasfemo, credo del web; una pirotecnica gragnola finale di personaggi rappresentati attraverso un “magico” gioco mimico-trasformistico, ottenuto semplicemente attraverso una mutevole striscia di stoffa che, manipolata dalle abili mani dell’attore (e dal cangiante registro recitativo) dell’attore, assume l’aspetto di molteplici copricapi. C’è davvero più d’una scintilla di genialità in questo sbalorditivo, dissacrante, esilarante, “Mercante di Monologhi” che il giovane urbinate Matthias Martelli (già allievo d’indiscussi maestri come Fo, Radice, Margotta, Allegri) porta in scena in questi giorni al teatro del “Canovaccio” di Catania (fino al 5 marzo) per “Palco Off”, sagacemente diretto da Francesca Vitale che, già da anni, importa nel capoluogo etneo una selezione di spettacoli innovativi e originali, scevra dal timore di confrontarsi anche con una liberatoria, dirompente, anticonformistica stravaganza. Epigono d’una nobile progenie attoriale ed autoriale (in testa Fo, ma non manca il riferimento alla gigantesca figura di Groucho Marx per torrenziale comicità, allitterazioni, storpiature linguistiche, continue dissacrazioni…), dotato d’una mobilità facciale pencolante tra Gerry Lewis e Jim Carrey e d’una quasi funambolica fisicità, Matthias Martelli (già onusto di premi, anch’egli autore di qualcuno dei monologhi) si presenta al pubblico etneo con il “dono” di “scioglierlo” e “stregarlo” fin dalle prime battute, con esso interagendo, trascinandolo in una giostra impazzita, talvolta fustigandolo con battute salaci o blandendolo in un gioco continuo di rimandi, per un istante promuovendolo a protagonista, cancellando la sottile linea di demarcazione tra realtà e finzione, vita e arte. Una momentanea intercambiabilità dei ruoli dove la morale di ascendenza shakespiriana insegna che “Il mondo è un palcoscenico in cui uomini e donne sono gli attori, dove essi vi fanno i loro ingressi e le loro uscite”. Imperdibile. Regia di Domenico Lannutti. Produzione “Teatro della Caduta” di Torino.

Sinceramente bugiardi di Alan Ayckbourn

Il “Brancati” di Catania, teatro ormai prepotentemente entrato nel dna del pubblico etneo (la cui direzione artistica è retta dall’amatissimo (anti) “divo” Tuccio Musumeci), porta in scena in questi giorni “Sinceramente bugiardi” (repliche fino al 25 marzo), ormai un “classico” del commediografo inglese Ayckbourn, che nel ventennio ‘60/70 si afferma come drammaturgo nel mondo intero. Impianto “plautino”, classica commedia degli equivoci che reggono (come è d’uopo) fino quasi alla fine dopo l’altrettanto classico “prologo” con un sottile gioco di rimandi, entrate ed uscite dei quattro personaggi (quasi un vaudeville, ma con qualche imperituro brano musicale - che segna i cambi scena o le pause - i soli per la verità a riportare la non troppo curata atmosfera del tempo). Una storia di tradimenti, di cornuti (passati e futuri) e cornute, ma dove le infedeltà degli adulteri (seppur scoperte) non sembrano creare sfracelli nella vita matrimoniale, a parte qualche rabbuiamento passeggero, uno sguardo incarognito e l’immancabile dubbio con cui la commedia abbassa il sipario. Divertente nella giusta misura il ben affiatato e rodato poker attoriale: la misurata e accorta Alessandra Caciagli (nel ruolo di Sheila, moglie tradita e forse fedifraga…); una piacevolmente spumeggiante Debora Bernardi (la gerontofila Ginny, invischiata nella menzogna); Sebastiano Tringali (compassato marito geloso, ma al contempo vecchio adultero) e Filippo Brazzaventre (Greg, il fidanzato che anela di convolare, minimizzando la quasi certa infedeltà della futura consorte). Attenta regia del sempre valido Romano Bernardi.   

 di Franco La Magna

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