"Non mi tocca, ma mi tocca". Perchè la lotta alla mafia interessa tutti

Junior | 21 febbraio 2020


Nella V videoconferenza del Centro Studi e di documentazione antimafia “Pio La Torre” del 7 febbraio, si è discusso del rapporto tra mafia e chiesa e del ruolo che quest’ultima deve svolgere per contrastare l’organizzazione mafiosa.

La mafia ha sempre cercato di legittimare la propria esistenza atteggiandosi a società di uomini d’onore che vanno a messa tutte le domeniche, elargiscono denari alle parrocchie e partecipano da protagonisti a tutti i principali riti sacri.

In passato la maggior parte degli uomini di chiesa ha sottovalutato questo perfido legame con gli uomini dell’onorata società, quando, peggio, non ne è stata complice.

Tuttavia, già nel primo dopoguerra, quando si affermò la lotta per la distribuzione delle terre del movimento contadino, la chiesa cominciò a prendere posizione contro i mafiosi, arrivando a sostenere la necessità di una loro scomunica e la pericolosità non solo di coloro che commettevano azioni criminali, ma anche dei fiancheggiatori.

Nel ‘62 iniziò la prima guerra di mafia. La situazione si aggravò con la strage di Ciaculli: il 30 giugno 1963 una Giulietta piena di tritolo venne fatta esplodere, causando la morte di sette persone. L’Italia si accorse dunque che la mafia era diventata un problema veramente serio.

In tale occasione, il pastore Panascia, responsabile della chiesa valdese a Palermo, prese l’iniziativa di denunciare la mafia con un manifesto in cui si ricordava il principio evangelico “Non Uccidere”. La chiesa valdese fu quindi la prima a denunciare pubblicamente la mafia.

La svolta decisiva all’interno della chiesa cattolica si ebbe soprattutto grazie all’arcivescovo Salvatore Pappalardo. Il sindaco mafioso Ciancimino avrebbe voluto una legittimazione da parte del nuovo arcivescovo, ma questo non si lasciò influenzare e prese le distanze dalla mafia.

Pappalardo decise di intervenire promuovendo l’azione antimafia direttamente nei quartieri di Palermo, attraverso la riorganizzazione delle attività parrocchiali finalizzate a distogliere i minori dall’azione dei boss.

Molto celebre è divenuta la cosiddetta “messa antimafia”, svoltasi nella Cattedrale di Palermo nel 1981: l’omelia era rivolta a tutti, cristiani e non, ed era fortemente caratterizzata da un messaggio anti-mafioso.

Un’altra tappa importante nella presa di coscienza della chiesa fu, quando, dopo le tragiche stragi di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone del 1992, papa Giovanni Paolo II, in occasione della visita ad Agrigento del 9 maggio 1993, ha richiamato duramente e pubblicamente i mafiosi con una severa invettiva che è rimasta nella mente di tutti; ha invitato i mafiosi a convertirsi perché “…un giorno verrà il giudizio di Dio”. Dopo questo duro appello del Papa alcuni mafiosi si convertirono, altri invece, all’opposto sfidarono la chiesa mettendo in atto anche degli attentati contro di essa: uno per tutti quello alla Basilica di San Giovanni Laterano a Roma.

Dopo il discorso pronunciato nel maggio del ’93, il 15 settembre dello stesso anno si consumò la tragica uccisione di Padre Pino Puglisi, un prete che fu dispregiativamente definito bolscevico perché voleva aiutare i bambini del quartiere di Brancaccio a sottrarsi dalle grinfie della mafia. Padre Pino Puglisi, oggi Beato, sorrise al suo uccisore sconvolgendogli per sempre la vita.

Finalmente, negli anni 2000 i Papi Benedetto XVI e Francesco hanno condannato con forza la mafia fino a prevedere la scomunica per i mafiosi. Un importante discorso è stato pronunciato da Papa Francesco al Foro Italico di Palermo: il mafioso è definito come “uomo senza Dio” ribadendo che l’umanità ha bisogno di amore e non di onore, di servizio non di sopraffazione, che gli uomini devono camminare insieme e non rincorrere il potere e il successo, che il denaro e la fama non sono veri valori.

E per l’educazione di noi giovani ai veri valori, come la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, il rispetto è di fondamentale importanza anche il ruolo svolto dalla scuola: dove impariamo ad esprimere le nostre idee e ad aprirci verso nuovi mondi nel rispetto della legalità e dei diritti degli altri; dove costruiamo ponti fra le diverse opinioni, utilizzando la strada della non violenza e del rispetto delle diversità. Di fronte a ogni forma di violenza e di prevaricazione, infatti, dobbiamo imparare ad avere il coraggio di reagire e denunciare in modo da rompere sempre l’omertà sulla quale si regge la mentalità mafiosa. La storia ci insegna che non bisogna mai rimanere indifferenti o sottovalutare la violenza e la sopraffazione! Una frase ci ha molto colpito e che speriamo possa diventare uno slogan nella lotta contro le mafie:

NON MI TOCCA, MA MI TOCCA”.

Maria Josè Maida 

e Maria Chiara Amico

IV A Liceo Classico “Virgilio” Mussomeli







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