Passione e qualità colorano il teatro "L'istrione" a Catania

Cultura | 30 maggio 2018

Teatro “L’Istrione”. Ormai è una realtà teatrale saldamente radicata nel territorio etneo e in rapida crescita, giunta già all’ottavo anno che ha fidelizzato un suo pubblico mostrando che la qualità delle proposte (con l’irrinunciabile sostegno dell’entusiasmo e della passione) continua a trovare spazi in un città dove il teatro resta fortemente radicato, vantando una tradizione ormai ampiamente ultracentenaria. E di questo il Direttore artistico Valerio Santi ne è profondamente consapevole quando coraggiosamente scrive di continuare, insieme all’agguerrita pattuglia dei sodali, a battersi per “…distinguersi dall’omologazione di massa, mettendo in scena per lo più testi nuovi e/o poco rappresentati sia di autori italiani che stranieri e soprattutto cercando di apportare ad ogni spettacolo la giusta innovazione che serve (sia agli addetti ai lavori che agli spettatori) a ricordare che non vi è un solo modo di fare Teatro”. Su queste coordinateartistiche la nuova stagione del teatro “L’Istrione” ( via Federico De Roberto 11, Catania), privo di qualsivoglia sostegno pubblico, ha presentato un cartellone ricco di cinque spettacoli, cui va aggiunta la rassegna “Tè-Atro” (tre monologhi e tazze da tè), il monologo fuori cartellone “Rumenia” Di Aurelio Rapisarda e lo stesso Santi, mentre altri “linguaggi” prenderanno vita attraverso collaborazioni-contaminazioni: teatro danza e danza contemporanea con Amalia Borsellino, l’opera dei pupi con Marco Napoli, musica e tradizione popolare con il polistrumentista Giorgio Maltese, linguaggi e sperimentazioni contemporanee con il regista-autore Turi Zinna e il regista Federico Magnano di San Lio. Infine proseguirà la scuola di avviamento al Teatro per bambini e adolescenti. Spaziano dunque dal classico al contemporaneo, dal comico al drammatico, alla tradizione popolare le cinque opere proposte nel cartellone ufficiale a partire da La moglie ideale (1890) considerato il capolavoro di Marco Praga, che un rulo importante ebbe anche nel cinema muto in qualità di Direttore artistico della “Silentium Film” di Milano (19/20/21 ottobre), alla divertentissima commedia di George Feydeau Dove vai tutta nuda? (7/8/9 dicembre, nel 1969 successo cinematografico diretto da Pasquale Festa Campanile), seguita da Cucù di Francesco Romengo, vincitore del premio Miglior Regia al Festival Teatri Riflessi del 2015 (15/16/17 febbraio). E ancora due grandi classici: Misura per misura di William Shakespeare (5/6/7 aprile) e l’esilarante San Giovanni decollato del vulcanico Nono Martoglio (7/8/9 giugno). Sul palco oltre a Valerio Santi (che cura anche quattro regie), l’immancabile Francesco Russo, Cindy Cardillo, Concetto Venti, Nicola Notaro, Gabriele Zummo, Mimmo Mignemi, Filippo Brazzaventre, Giovanna Mangiù, Daniele Sapio, Luigi Nicotra, Roberta Andronico, Rosaria Francese, Raniela Ragonese, Salvo Scuderi, Aurelio Rapisarda.

Sicilian Comedy di Ottavio Cappellani. La (quantitativamente) sontuosa stagione teatrale catanese, alla quale per il secondo anno si è aggiunta quella del “Teatro Mobile” diretto da Francesca Ferro, ha riservato al pubblico etneo un ultimo succulento appuntamento. Al teatro ABC (che ha registrato un copioso afflusso di pubblico), con l’innovativa e dinamica regia di Guglielmo Ferro, è andato in scena Sicilian Comedy tratto dal fortunato lavoro di Ottavio Cappellani, faida mafiosa criminal-comica-grottesca di due famiglie catanesi (Sciortino e Perrotta) che, ridicolizzandone i protagonisti, mette insieme in un agghiacciante pot-pourri inquietanti connessioni tra aspirazioni artistiche, potere politico, rimasugli di nobiltà decaduta (al cinema qualcosa di simile ha fatto John Huston nel 1985 con “L’onore dei Prizzi” e Woody Allen con “Pallottole su Broadway” nel 1994). Sullo sfondo, in continua interazione con vicende narrate, proiettati con gigantografie ininterrottamente cangianti, alcuni luoghi fetish della città (da piazza Duomo, sede del potere politico e di quello ecclesiastico, a Palazzo Biscari), “naturale” pendant allo svolgimento dei vari episodi. Il convulso commento musicale, una recitazione spesso spasmodica, gl’incessanti salti di location (consentiti dalla proiezione delle gigantografie) e il ricco puzzle degli episodi narrati - in cui sono impegnati una trentina di attori - confliggono a volte con la linearità della narrazione, per quanto non inficiando in modo determinante il risultato finale. Massacrante lavoro di regia di Guglielmo Ferro che assegna al lavoro (e agli attori) un ritmo frenetico attraverso il quale ne potenzia la vocazione comico-grottesca, dietro la quale non si dimentica la sinistra presenza criminale di “cosa nostra”. In scena Fioretta Mari (rientrata a Catania dopo una lunga assenza), Rosario Marco Amato, Gino Astorina, Giuseppe Brancato, Fabio Costanzo, Domenico Gennaro, Francesca Ferro, Loredana Marino, Plinio Milazzo, Nick Nicolosi, Mario Opinato, Aldo Toscano, Renny Zapato, Agostino Zumbo, insieme ad un inedito Ottavio Cappellani nelle vesti di attore, Claudio Aprile, Verdiana Barbagallo, Antonio Marino, Giovanni Maugeri e Maria Chiara Pappalardo. Le musiche sono di Massimiliano Pace, i costumi di Giusi Gizzo, aiuto regia di Francesco Maria Attardi

Loro 2 di Paolo Sorrentino. Ancor più rispetto al primo episodio, il regista napoletano dimostra la sua straordinaria perizia tecnica, affabulando “fellinianamente” la storia che più di ogni altra in questi ultimi vent’anni ha affascinato o atterrito gli italiani, quella di Silvio Berlusconi. L’odiato-amato uomo più ricco del paese resta al centro dell’indagine psicologica di Sorrentino, ma alla fine a poco valgono le denuncie e le legittime accuse della stessa moglie Veronica (Elena Sofia Ricci) in fase di separazione (accuse, tra l’altro, ben presenti nella memoria collettiva del paese, ma non altrettanto aborrite) per demolirne il fascino sinistro. Splendido linguisticamente, ottimamente montato, “Loro 2” si rivela una sontuosa, mirabolante ma del tutto inerte celebrazione di un personaggio sfuggente e misterioso, peraltro reso estremamente lungimirante da una sceneggiatura un po’ troppo generosa (scritta dallo stesso regista e Umberto Contarello), mentre il camaleontico e formidabile Toni Servillo, a sua volta, s’ingegna forse eccessivamente nel tentativo di imitarne i lazzi e le ridicole “cantate” napoletane. L’immaginifico Sorrentino conclude così il suo dittico che, si spera, possa finalmente segnare la fine del protagonismo di Berlusconi, divenuto – ahinoi - anche divo cinematografico.   

 di Franco La Magna

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