Quell’umanità perduta nella “guerra” ai migranti

Politica | 19 marzo 2019

Il salvataggio di vite umane in pericolo da parte di organizzazioni indipendenti è diventato un’attività sospetta. Avremmo invece bisogno di tornare a un mondo in cui accogliere persone e sostenere chi chiede aiuto è solo un’espressione di umanità.

Le conseguenze del caso Sea Watch

Il Parlamento sta per pronunciarsi sul caso Matteo Salvini-Sea Watch e si sa già come andrà a finire. Ma è l’occasione per una riflessione sul rapporto tra azione umanitaria e radicalizzazione politica sul fronte controverso dell’asilo.
In questi giorni, Salvini ha rivendicato i meriti della sua gestione, in termini di quasi azzeramento degli sbarchi e delle morti in mare. In realtà, il crollo degli arrivi deriva principalmente dagli accordi con governo e milizie libiche dell’esecutivo Gentiloni-Minniti. Il ministro dell’Interno del governo Conte ha solo completato l’opera, facendo dell’Italia un paese che di fatto si sottrae sia al diritto di asilo sancito dalla Costituzione, sia a consentire lo sbarco delle persone tratte in salvo, minorenni compresi, come prevede il diritto del mare. La confusione tra rifugiati, migranti economici, clandestini, tutti etichettati come spensierati turisti in viaggio di piacere nel Mediterraneo (“la pacchia è finita”, secondo i tweet di Salvini), è un tratto consolidato della comunicazione governativa sull’argomento. Si può obiettare che qualche micro-sbarco di tunisini continua ad avvenire, che l’inverno già di per sé riduce al minimo gli attraversamenti del mare con mezzi inadatti, ma il quadro non cambia: ha vinto la disumanità. Resta da vedere se questa politica ha migliorato la vita dei cittadini italiani, se ha promosso l’immagine del nostro paese sul piano internazionale. Se ha fatto dell’Italia un paese migliore.
Nel frattempo, la Sea Watch è stata scagionata dalle varie accuse che le erano state rivolte, con sollievo di molti simpatizzanti, malgrado l’aggiunta che siano invece riscontrabili irregolarità amministrative: in sostanza, dubbi sull’idoneità dell’imbarcazione a effettuare operazioni di salvataggio in mare. Il punto richiama però un inquietante scenario complessivo: ormai ogni operazione di salvataggio in mare è oggetto non solo di aspre polemiche politiche, ma anche di approfondite indagini da parte delle autorità inquirenti, con tanto di interrogatori degli equipaggi e dei migranti tratti in salvo, minorenni compresi.
Il salvataggio di vite umane in pericolo da parte di organizzazioni indipendenti è diventato un’attività sospetta, di cui si analizza con acribia degna di miglior causa la scelta di intervenire al posto delle autorità libiche, di dirigersi verso i porti italiani anziché tunisini o maltesi, di trarre in salvo le persone anche se non si è perfettamente attrezzati per farlo. Senza tralasciare la pioggia di accuse preventive da parte di diversi esponenti governativi, non solo il solito Salvini, spacciate subito come certezza che la Sea Watch avesse commesso gravi irregolarità.
È uno spettacolo mai visto prima in un paese a ordinamento liberale. Salvare migranti e richiedenti asilo è diventato un attacco alla sicurezza e alla sovranità nazionale, mentre chi chiude i porti e tiene persone inermi bloccate a bordo per giorni, minorenni compresi, si presenta come difensore della patria: come se fosse in gioco la sicurezza della nazione rispetto a un’invasione nemica. Il fatto che le accuse cadano poi una dopo l’altra, senza neppure arrivare (almeno finora) al dibattimento in aula, ne conferma la loro natura pregiudiziale e politicizzata.
Assistiamo a una pericolosa politicizzazione della solidarietà. Che ha come logica conseguenza gli striscioni appesi in più occasioni da estremisti di destra di fronte a sedi della Caritas per attaccarne polemicamente l’impegno nell’accoglienza. A quanto pare, servire pasti caldi, organizzare corsi di italiano, mettere a disposizione docce e posti letto appaiono gesti eversivi o quanto meno forme di disobbedienza politica all’autorità statale.
Avremmo invece bisogno di fissare un punto, solennemente affermato dalla Corte costituzionale francese in una storica sentenza del luglio scorso: il principio di fraternità vieta di criminalizzare la solidarietà con i migranti, quale che sia il loro status giuridico. Fornire aiuto su basi umanitarie è una scelta che lo stato non può perseguire.

Le risposte informali

Anche sul fronte opposto avviene un’evoluzione significativa. Quello che chiamavano “l’umanitario” non è mai piaciuto alla gran parte degli intellettuali critici e agli attivisti pro-rifugiati più radicali. Così come non piaceva il volontariato: deboli interventi riparativi che non mettevano in discussione le ingiustizie del sistema. Oggi li vediamo invece schierati in difesa delle Ong, con lo stesso piglio assertivo delle condanne di ieri, così come vediamo gruppi di attivisti impegnarsi in azioni concrete di aiuto, dai corsi di italiano alla fornitura di pasti, che altri definirebbero con il vecchio termine “volontariato”.
Tra l’altro, il decreto sicurezza, producendo un aumento delle persone prive di protezione legale, accrescerà l’esigenza di interventi di aiuto. Le persone comunque rimangono. Hanno un corpo e cercano delle risposte ai loro bisogni. Se mancano le risposte istituzionali, sorgono quelle informali. Si pensi per esempio alla tendopoli romana del centro Baobab, che il governo ha sgomberato nei mesi scorsi. Chi crede che gli immigrati privati del diritto di asilo finiscano per cedere e tornare mestamente in patria, da sconfitti, dimostra di non conoscerli. Rimarranno, più disperati, arrabbiati, depressi. Quindi, più problematici per la società. Ben vengano dunque le iniziative che cercano di far fronte all’emergenza annunciata: in un momento come questo, tutte le energie che promuovono un supplemento di apertura e di accoglienza sono da salutare con favore.
Forse, però, avremmo bisogno di tornare a un mondo normale, in cui salvare vite, accogliere persone, sostenere chi chiede aiuto, non sia un gesto né di destra né di sinistra, ma soltanto un’espressione di umanità. (lavoce.info)

 di Maurizio Ambrosini

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