Sogno di una notte di mezza estate a Bicocca, Catania

Cultura | 7 gennaio 2018

Teatro dietro le sbarre, più volte spettacolarizzato anche dal cinema (tra tutti basti pensare al recente “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani), con esiti a volte imprevedibili di vera e propria redenzione del condannato, altrimenti destinato a scontare la pena senza che il delitto commesso venga mai effettivamente elaborato. Dalle prime teorizzazioni contro la pena di morte e la tortura, scaturite dal pensiero illuminista di Cesare Beccaria (riassunte nel celeberrimo “Dei delitti e delle pene”) il lungo cammino dell’idea del trattamento umanitario dei reclusi - volto a liberarli dall’inferno della segregazione per tentarne pedagogicamente un recupero sociale - giunge ai nostri giorni anche nella forma dei laboratori teatrali, perlopiù condotti da esperti, che ne assumono proprio i detenuti (senza distinzione di pena) a soli protagonisti della recitazione Francesca Ferro, membro d’una blasonata famiglia di attori (il padre Turi, noto attore teatrale e cinematografico e la madre Ida Carrara per anni tandem insostituibile del Teatro Stabile di Catania, mentre il fratello Guglielmo si è dedicato alla regia teatrale) anch’ella attrice e regista, ha compiuto questa “sconvolgente“ esperienza conducendo nel 2012 un laboratorio di recitazione presso il carcere di Bicocca di Catania, mettendo in scena nientemeno lo Shakespeare del “Sogno d’una notte di mezza estate”, “avendo come allievi - scrive - una ventina di detenuti nel carcere di Bicocca. Assassini, spacciatori, sfruttatori della prostituzione; malviventi che se li avessi incontrati per strada, probabilmente avrei cambiato marciapiede”. Dal particolare rapporto nato con i reclusi e dalla rappresentazione, effettivamente realizzata nelle carceri di Bicocca, la Ferro ripropone ora la stessa pièce teatrale con attori veri “provenienti da diverse realtà teatrali siciliane, che danno voce e facce ai miei indimenticabili compagni di viaggio di quei mesi”, scrive ancora nelle essenziali note di regia. “Sogno di una notte a Bicocca” (scritto e diretto da Francesca Ferro) è dunque (per quanto teatro) esperienza viva, vitale e palpitante che trasposta ora in rappresentazione, mette in scena una sorta di metateatro (tecnica, tra l’altro, usata dallo stesso Shakespeare proprio nella stessa commedia), come se cioè all’interno della “vera” rappresentazione fosse stata creata una successiva azione teatrale diluita nel tempo, non più “vera” ma da questa derivata. Acconciato alle esigenze, alla sensibilità e alla varie personalità dei detenuti, che necessariamente “hanno filtrato la poetica del drammaturgo inglese” - anche linguisticamente con detti, lazzi e battute in stretto dialetto catanese - questo esilarante Shakespeare “catanesizzato” trasforma la già divertente commedia del Bardo in una sorta di burla continua con momenti di comicità surreale (basti dire dei ruoli femminili che, dopo indicibili resistenze da “macio” siciliano, erede d’una cultura fallocrate, alcuni dei detenuti più duri sono “costretti” ad interpretare). Rari e toccanti i pochi istanti drammatici (la confessione di un detenuto, involontariamente assassino), con una chiusa che vede i protagonisti ormai “convertiti” recitare “Voculanzicula”ovvero “L’altalena” di Martoglio, senza l’aiuto della regista. Alle sole due donne in scena, la stessa Ferro (nei panni di attrice-regista del laboratorio) e l’esperta e compassata Ileana Rigano (la direttrice del penitenziario), un folto gruppo di attori quasi tutti catanesi: Agostino Zumbo, Mario Opinato, Silvio Laviano, Renny Zapato, Giovanni Arezzo, Francesco Maria Attardi, Giovanni Maugeri, Vicenzo Ricca, Antonio Marino, Dany Break. In scena presso il Centro Zoo di Catania fino a domenica 7 gennaio.

 di Franco La Magna

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