Svimez: il Mezzogiorno frena ma la Sicilia è paralizzata

9 novembre 2018

Compaiono diverse novità nel Rapporto Svimez 2018 sulla situazione economica e sociale del Mezzogiorno presentato l'8 novembre a Roma Innanzitutto nel titolo che per la prima volta allarga la dimensione della ricerca dalla situazione esclusivamente economica a quella sociale del Meridione d'Italia, in particolare alle dinamiche demografiche , ai fenomeni migratori , alla crescita delle diseguaglianze, ai divari nell'offerta di servizi. Significativamente, il capitolo sulle variabili macroeconomiche dell'area è intitolato all'”età dell'incertezza”che sembra il segno distintivo della vicenda italiana ed europea. La crescita sta rallentando. Nel 2017, secondo le valutazioni dell'istituto di via di Porta Pinciana, il PIL è aumentato nel Mezzogiorno del 1,4% a fronte di un aumento del 1,5% nel Centro Nord. L'incremento rispetto al 2016 è stato pari allo 0,8% .

Nel complesso l'economia meridionale, tuttavia, sconta ancora un gap del 10% nei confronti del 2007, anno di inizio della crisi con un recupero inferiore di oltre la metà di quello registrato nel Centro Nord (4,1%). Si constata una resilienza alla crisi dell'economia meridionale , cioè la capacità di adattamento e ripresa, tuttavia non omogenea in tutti i comparti dell'economia. Ha recuperato il settore manifatturiero che pure presenta difficoltà strutturali di competitività; esso purtuttavia ha cumulato una perdita del 24,7% nel periodo 2008-2017 a fronte della flessione del 7,7% registrata nel resto del paese. La debolezza della ripresa è confermata dai consumi finali cresciuti appena dello 0,8% a fronte dell'1,3% del resto del paese. Tale differenza è acuita dalla contrazione della spesa pubblica che nel decennio è diminuita del 7,1% nel Sud mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del paese. Gli investimenti degli imprenditori sono invece cresciuti nell'ultimo anno del 3,9%, per il terzo anno di fila dopo sette anni di variazioni negative. E' mancata insomma nel Sud la capacità dello Stato e delle Regioni di programmare investimenti per lo sviluppo mentre la spesa pubblica è stata affidata pressoché esclusivamente alle risorse strutturali europee, tra l'altro utilizzate poco e male.. L'assenza di investimenti sulla crescita si conferma nelle valutazioni che l'istituto compie sul disegno di legge di bilancio presentato dal governo nazionale. Infatti all'interno del quadro di finanza pubblica non si prevede un significativo incremento degli investimenti e”di conseguenza”, si afferma “essi non contribuiscono in entrambe le macro-aree alla dinamica prevista del prodotto”. Insomma la destinazione al Sud del 40% delle risorse della manovra , “pur comparativamente maggiore del peso che il sud ha in termini di PIL e di popolazione”non contribuisce alla crescita dell'area. Essa infatti è indirizzata quasi esclusivamente al reddito di cittadinanza di cui il Sud beneficerebbe per circa il 63% con un incremento del tasso dio crescita della spesa per le famiglie dallo 0,8% del 2018 all'1,4% del 2019 (Centro Nord 2018 +1,0% , 2019 +1,2%). Gli investimenti totali invece scenderebbero al 2,6% (2,9% nel Centro Nord). Insomma, nella manovra finanziaria il Sud diventa destinatario di spesa prevalentemente assistenziale capace di far crescer i consumi ma assolutamente inadeguata sul versante della ripresa dello sviluppo produttivo. Non a caso il modello econometrico della Svimez conferma i timori su un prossimo rallentamento dell'economia italiana nel suo complesso, con effetti fortemente negativi sul Mezzogiorno.

 Interessante è l'analisi del Rapporto sulle modificazioni intervenute nel mercato del lavoro. L'occupazione nel Sud è aumentata di 71.000 unità a fronte delle 194.000 del Centro Nord (ma il dato in percentuale nelle due macro-aree è il medesimo: 1,2%); essa tuttavia resta ancora lontana dai livelli pre-crisi, nel Sud 276.000 in meno . Si accentua il livello di precarizzazione: nel Sud: nei primi sei mesi dell'anno in corso sono cresciuti di 140.000 unità i contratti a tempo determinato ma sono calati di 34.000 unità quelli a tempo indeterminato. Cresce anche il par-time involontario. Il fenomeno di maggior interesse riguarda la frattura intergenerazionale . I dati sono eclatanti: il saldo negativo di 311.000 occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di 580.000 occupati tra i giovani nella fascia 15-34 anni, di una contrazione di 210.000 occupati nella fascia d'età 35-54 anni e di una crescita di 479.000 unità tra gli ultra cinquantacinquenni. E' una conferma della straordinaria condizione di esclusione non solo dal mercato del lavoro ma dalla prospettava stessa del lavoro di almeno due generazioni. La questione meridionale si rappresenta in maniera sempre più drammatica come questione giovanile. Ciò viene confermato anche dai dati sull'emigrazione dall'area che configurano una vera e propria rivoluzione demografica con sempre meno nati, debole contributo della migrazioni in arrivo, emigrazione concentrata nelle fasce d'età più giovani. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Sud 1,183.000 residenti, la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto di essi laureati. Il Rapporto conferma i dati già noti sulla crescita e sulla dimensione territoriale della povertà assoluta. Come si colloca la Sicilia nel contesto non positivo di rallentamento della crescita? La scheda regionale dedicata all'isola conferma indicatori socio-economici preoccupanti. Gli occupati nel complesso sono passati dal 1.521.900 unità del 2000 a 1.537.400 nel 2017, ma sono diminuiti gli occupati in agricoltura (da 138.700 a 125.400), nell'industria in senso stretto (da 163.600 a 130.300) e sono letteralmente crollati in edilizia (da 117.500 a 80.900). Gli occupati nei servizi sono cresciuti da 1.102.100 a 1.222.800) ma con ogni probabilità con un incremento dell'occupazione precaria e del “lavoro povero”. 

L'evidenza drammatica è tuttavia l'aumento della disoccupazione giovanile (15-24 anni) dal 51,1% al 52,9% che suona come una campana a morto per le responsabilità di chi in questi anni ha continuato ad ignorare l'esplosione drammatica della negazione del lavoro ai giovani. L'economia siciliana è in modo schiacciante economia dei servizi: il valore aggiunto di tale comparto è aumentato a 63.158 milioni di euro, contro un valore aggiunto dell'agricoltura pari a 2,558 milioni di euro, dell'industria in senso stretti di 5.931 milioni, delle costruzioni di 3.072 mila milioni (era quasi il doppio nel 2000: 5,401 milioni di euro). Il prodotto pro-capite è sceso a 16.386 euro rispetto ai 17.972 del 2000. La popolazione con residenza anagrafica è pari a 5.027.000 in crescita rispetto ai 4.978.100 del 2000, ma in calo costante negli ultimi cinque anni. E' la fotografia di una regione in grave affanno nella quale i fenomeni, pur presenti, di resilienza e crescita dell'impresa sono sostanzialmente annullati dal peso della disoccupazione, soprattutto giovanile e dall'incapacità delle istituzioni e della macchina amministrativa non solo di dotarsi di una visione programmata dello sviluppo, ma perfino di usare le risorse disponibili. Se non si rompe questa condizione in cui il morto uccide il vivo, la Sicilia è destinata ad avvitarsi sempre più nel mancato sviluppo che sta facendo deperire le migliori energie e condanna i giovani a scegliere tra la disoccupazione e l'emigrazione.

 di Franco Garufi

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