Teresi: "La cultura antimafia riconosce i sintomi mafiosi"

Giovani | 2 ottobre 2017

La mafia come un male. Il magistrato come un medico che deve saper riconoscere i sintomi della ‘malattia’ da debellare. Come? Avendo la capacità di leggere quello che succede attorno a noi. Spesso, però, la strada della cura è difficile da individuare perché ci si imbatte nell’omertà di chi sa e preferisce tacere. E allora, proprio perché la ricerca del male è assai ardua, ci si può intestare questa  battaglia solo se si è un eroe fuori dal comune? E vale la pena mettere a repentaglio la propria vita per compiere fino in fondo il proprio dovere? Queste alcune delle domande con le quali gli studenti dell’ITET “M. Polo” di Palermo hanno accolto con entusiasmo il dott. Vittorio Teresi, procuratore antimafia presso il Tribunale di Palermo, intervenuto stamani all’incontro organizzato dall’associazione P.A.R.S. nell’ambito del progetto “Giovani cittadini attivi e consapevoli”.  

Il magistrato, per spiegare ai giovani le difficoltà degli inquirenti nell’individuare e perseguire eventuali condotte penalmente rilevanti in materia di associazione mafiosa, ha ricordato le sue prime indagini sul racket negli anni ’80, dopo il ritrovamento del libro mastro delle estorsioni a casa del boss Madonia. Allora solo cinque degli esercenti rintracciati dagli investigatori hanno ammesso di essere stati taglieggiati e di aver pagato ‘la messa a posto’. Cominciò, pertanto, a prendere campo la convinzione che non si era davanti ad un comportamento meramente frutto di costrizione e di minaccia, ma a un fenomeno di “convenienza, di connivenza morale, dunque di fiancheggiamento”, come poi denuncerà pubblicamente anche Libero Grassi. “I sintomi della mafia si riconoscono grazie alla cultura dell’antimafia, con la determinazione a denunciare e ad essere altro”- ha continuato a puntualizzare Teresi.

Oltre al silenzio degli esercenti taglieggiati, vi è anche “l’omertà di Stato che copre fatti indicibili – ha denunciato il magistrato - che sono i motivi per cui in Italia, ancora dopo tanti anni, non siamo riusciti ad avere una spiegazione completa dei misteri, a partire dalle stragi del terrorismo di destra e di sinistra e a finire alle stragi di mafia del ’92-93 e ai tanti omicidi eccellenti”. Pagine buie della storia italiana, in cui aleggiano le responsabilità di alcuni rappresentanti delle istituzioni “collusi, che condividono i fini dell’organizzazione mafiosa e che trovano vantaggi politici nell’approcciarla”. Il riferimento è al processo in corso a Palermo, giunto ormai in fase di requisitoria, sulla Trattativa stato-mafia che vede imputati rappresentanti delle istituzioni e uomini d’onore accusati, a vario titolo, per i fatti risalenti al periodo stragista  92-94.

Il pm non ha nascosto alla platea di studenti le difficoltà incontrate nel proprio lavoro,  ma non vuole che si parli di lui né dei magistrati in genere come di eroi. “Non siamo persone eccezionali, quello che facciamo lo può fare chiunque. Parlare di eroi – ha esplicitato Vittorio Teresi – è un alibi morale per chi non si vuole impegnare”. 

L’incontro, organizzato nell’ambito del finanziamento ‘Giovani protagonisti di sé e del territorio - CreAZIONI Giovani’ dell'Assessorato Regionale della Famiglia e delle Politiche Sociali, è stato coordinato dalla professoressa Patrizia Mannino, vice-preside e docente di diritto dell’ITET “M. Polo”, e da Giovanni Frazzica, presidente dell’associazione P.A.R.S. 

 di Alida Federico

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