1982-2002 Venti anni dall'assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo

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Atti del Convegno

"1982-2002 Venti anni dall'assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo"

 

INTRODUZIONE

Nella primavera dell'anno 2002, avvicinandosi la ricorrenza ventennale dell'assassinio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo, Gianni Parisi e Ino Vizzini, rispettivamente presidente e vicepresidente del Centro Studi e Iniziative Culturali "Pio La Torre", valutarono che fosse necessario costruire per l'occasione un'iniziativa nuova e diversa dalle rituali e talvolta ripetitive celebrazioni annuali.

Era opportuno coinvolgere un arco di forze più ampie, non circoscritto solo a quanti erano stati compagni di lotta di Pio e Rosario, o gli stessi militanti dei partiti di sinistra.

Incontrarono pertanto il segretario della Camera del Lavoro di Palermo, Francesco Cantafia, e Letizia Colajanni, preside dell'Istituto tecnico commerciale, che, per iniziativa della stessa, è stato intestato a Pio La Torre. Con essi convennero sull'opportunità di un complessivo recupero di memoria sulla vita e sull'opera di Pio La Torre; non limitato al ruolo fondamentale che egli aveva avuto nella lotta alla mafia, ma esteso alle esperienze delle lotte per la terra, per il lavoro, per la giustizia sociale e i diritti, per la pace.

Al fine di agevolare la partecipazione di tutti gli studenti dell'Itc "Pio La Torre", come pure delle rappresentanze studentesche e sindacali cittadine, si decise di indire la manifestazione per la mattina di sabato 27 aprile e di chiedere l'ospitalità del Teatro Massimo.

L'Itc "Pio La Torre" pubblicò un opuscolo contenente una nota biografica curata dalle professoresse Daniela Dioguardi e Silvana Vitrano, unitamente ad un'intervista della professoressa Franca Di Mauro a Lucia Mezzasalma, amica di famiglia di Pio e, con lui, partecipe delle lotte per la terra negli anni '50.

La Camera del Lavoro, avvalendosi di una società specializzata fece produrre un documentario filmato su episodi della vita, sulla tragica fine e sui funerali di Pio e Rosario. Il montaggio fu curato da Ottavio Terranova che era stato dirigente sindacale negli anni in cui Pio fu segretario provinciale e poi regionale della Cgil.

Fu così che il 27 aprile 2002, in un Teatro Massimo gremito fino al loggione da un pubblico prevalentemente composto da studenti attenti e interessati, ma anche da centinaia e centinaia di lavoratori, lavoratrici, sindacalisti, docenti, intellettuali, militanti della sinistra, ebbe luogo la più grande manifestazione commemorativa fra quelle succedutesi nei vent'anni precedenti.

In un tempo contenuto in poco più di due ore e mezza, col contributo della giornalista Lidia Tilotta nel ruolo di conduttrice della manifestazione, furono proiettati tre spezzoni del documento filmato; ciascuno riferito ai tre temi che si era deciso di evidenziare:

•  la lotta per la terra. Il lavoro, i diritti e la giustizia sociale.

•  la lotta contro la mafia;

•  la lotta per la pace.

Alla proiezione di ciascun filmato seguirono una breve relazione sul tema proposto e cinque fra interventi e testimonianze dalla platea.

Le relazioni proposte furono svolte da Francesco Cantafia per la Camera del Lavoro, da Letizia Colajanni per l'Itc Pio La Torre, e da Nino Mannino, in sostituzione del presidente Gianni Parisi ammalato, per il Centro studi ed iniziative culturali Pio La Torre. La manifestazione si concluse con l'intervento di Sergio Cofferati segretario generale della Cgil.

L'ampiezza e la ricchezza dei contenuti e delle testimonianze espresse nel corso della manifestazione, la rilevanza politica e culturale dell'intervento conclusivo ci inducono oggi a pubblicare il presente Quademo col quale diamo conto degli interventi pronunciati, della cronaca della manifestazione e riportiamo integralmente la nota biografica e l'intervista cui si è accennato precedentemente.


BREVE DESCRIZIONE DELLO SCENARIO

DELLA COMMEMORAZIONE

Il teatro si presenta gremito in ogni ordine di posti. Platea, palchi, "loggione" sono pieni di gente di ogni età e ceto sociale, ansiosa di vedere iniziare la commemorazione ed attenta ancor prima che gli oratori si facciano avanti.

C'è una concentrazione ed una compatezza che stupisce in questi giorni dovuta, è chiaro, alla "sacralità" della manifestazione. Sul palcoscenico vengono chiamati da Lidia Tilotta, conduttrice, Letizia Colajanni, Nino Mannino, Francesco Cantafia e Sergio Cofferati

Non appena completata la disposizione dei protagonisti della commemorazione, Sergio Cofferati, Segretario Generale della CGIL, Letizia Colajanni, Preside ITC, Francesco Cantafia, Segretario Generale CGIL Palermo, e Nino Mannino in rappresentanza del Centro Studi "Pio La Torre" sugli schernii cominciano a scorrere le immagini del video curato da Ottavio Terranova per la Cgil di Palermo ed il Centro studi Pio La Torre. Una scritta introduce il filmato:

La mattina del 30 settembre 1982 i compagni di La Torre lo aspettavano nella sede del comitato regionale per discutere con lui sulle iniziative politiche che il Pci siciliano aveva intrapreso di fronte al perdurare di una grave situazione economica e politica in Sicilia e ai tanti delitti che giornalmente insanguinavano le strade di Palermo. Quella mattina la sua sedia, i suoi giornali ed i suoi compagni lo attesero invano: Pio La Torre con Rosario Di Salvo vi giunsero, dopo qualche giorno, dentro le loro bare tra la disperazione di quanti li avevano amati.

Voce: La Torre viene assassinato perché costruisce in Sicilia un movimento popolare di massa il più largo possibile per combattere la criminalità e per fare riscattare la Sicilia e il popolo siciliano.

La mattina del 30 aprile intorno alle ore 9, mentre come sempre si recava in macchina nella sede del Pci, in via Turba, di fronte alla caserma Sole, viene barbaramente assassinato insieme al suo giovane autista Rosario Di Salvo.

Ai loro funerali, presente il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, partecipa un popolo immenso e commosso di uomini e donne di tutte le età, di tutte le categorie sociali e di tante battaglie.

Dopo dieci anni di indagini si apre nell'aprile del 1992 il processo ai mandanti del duplice omicidio. Alla sbarra, tra gli altri, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, tutti componenti della cupola mafiosa. Si concluderà in primo grado nel 1995 con la condanna degli imputati all'ergastolo, confermata nei successivi gradi di giudizio, sino alla definitiva pronuncia della Corte di Cassazione nel maggio del 1999. Pio La Torre, con la sua intensa attività politica, era diventato simbolo di una tangibile possibilità di riscatto e di cambiamento della Sicilia.

SULLO SCHERMO SI VEDE GIUSEPPINA ZACCO LA TORRE CHE LEGGE UNA LETTERA DEL MARITO.

E' stata una lotta magnifica che tu hai affrontato tanto serenamente ed ora il nostro bimbo è una realtà viva e palpitante. Tutta la realtà nel suo sviluppo è una lotta continua di cui il protagonista in funzione attiva è ciò che nasce e che si vuole affermare. Lungo e doloroso è stato il parto attraverso cui nostro figlio è venuto alla luce. Nella stessa notte del 9 novembre all'Assemblea Regionale Siciliana si svolgeva una battaglia pure lunga e penosa a conclusione della quale veniva partorito un articolo importante della legge per la riforma agraria della Sicilia. Può essere simbolica l'eventuale coincidenza di un fatto che di per sé è tanto importante ma, a parte l'eventuale coincidenza, una cosa è chiara: nostro figlio è frutto di volontà, gioia, energia e di sacrifici. Egli è unaforza nuova che si afferma, così, attraverso una lunga lotta dei contadini siciliani che incominciano a conquistare, palmo a palmo, la terra da lavorare. Noi, con i nostri ideali, siamo protagonisti di ambedue gli eventi. E proprio perché siamo protagonisti anche del nostro evento, la lotta dei contadini, di tutto il popolo per la terra e la libertà, che la nascita di nostro figlio è considerata dal nostro partito e dai nostri compagni più cari un grande evento. Noi dobbiamo essere orgogliosi di ciò. Qualche giorno prima che Filippo vedesse la luce tu mi scrivevi che la sua venuta avrebbe rappresentato un nuovo poderoso elemento diforza e di resistenza per noi. Siamo in tre a lottare, nostro figlio sta a dirci che nonostante tutto si va avanti. Ciò che deve nascere, viene alla luce e ciò che deve affermarsi finisce col vin­cere. Con questa certezza, in ogni momento potremo vin­cere ogni debolezza ed ogni eventuale smarrimento. Quando ti sentirai sola, potrai abbracciare il nostro bimbo. Quando mi sentirò preso dallo sconforto penserò più intensamente a te ed al nostro piccolo tesoro, e mi convincerò che la vita prevale sulla morte, e ciò che è nuovo distrugge ciò che è già invecchiato, e che allafine nella storia prevale la verità.

GIUSEPPINA LA TORRE: TUTTE LE SUE LETTERE, LETTERE D'AMORE SONO...

Voce: Chi ha ucciso Pio La Torre e Rosario Di Salvo? A sparare è stata sicuramente la mafia, così come provato dalle condanne inflitte ben dopo dieci anni dall'assassinio. Ombre e dubbi rimangono ancora oggi sui mandanti. Il giudice Rocco Chinnici subito dopo affermava: la strage di Portella della Ginestra ed altri fatti delittuosi, verificatisi in Sicilia in tempi recenti, provano che la mafia, forza reazionaria per vocazione e per tradizione, non esita ad intervenire a favore del potere, quando chi lo detiene ha timore di perderlo, o comunque tende a rafforzarlo ulteriormente.

FINE DELLA PRIMA PARTE DEL VIDEO

Francesco Cantafia, segretario della Camera del lavoro di Palermo: Abbiamo organizzato questa manifestazione per ricordare La Torre e il suo pensiero politico. Abbiamo scelto di farlo nel modo più semplice e perciò non ci sono oggi personaggi della politica e delle istituzioni. Proviamo allora a ricordare Pio La Torre con i suoi compagni di lotta, con coloro che hanno vissuto assieme a lui quei momenti importanti. Abbiamo voluto farlo con voi, con tutti questi giovani che sono venuti qui grazie all'impegno dell'Itc La Torre e di tutte le altre scuole che hanno dato la loro adesione. Ringrazio per questo i nostri ospiti e naturalmente gli insegnanti, gli studenti, le studentesse.

A venti anni dal suo assassinio, le idee per cui si batté Pio La Torre sono tornate ad avere una grande attualità politica e sociale: i diritti dei lavoratori, la lotta alla mafia, assieme alle questioni della guerra e della pace nel mondo, sono i temi più rilevanti dell'azione politica di La Torre. Noi sindacalisti della Cgil pensiamo, con una punta di orgoglio e forse di presunzione, che le sue prime esperienze di sindacalista della Federterra hanno segnato la maturazione del suo pensiero e continuarono a guidare le sue azioni.

Giovane di appena vent'anni, andò a dirigere il sindacato dei braccianti e dei contadini. Era il 1947 e fu tra i protagonisti del movimento per l'occupazione delle terre e per la riforma agraria. Già in quella esperienza incontrò il diritto dei lavoratori a non essere sfruttati e la violenza mafiosa, che in quegli anni uccise decine e decine di sindacalisti della Cgil e firmò la strage di Portella della Ginestra. Per la sua azione di sindacalista fu arrestato e condannato a diciotto mesi di carcere. Come l'inizio, anche il resto della sua vita fu segnato dall'incontro vivo e vitale con i lavoratori, con i loro bisogni, con le loro aspirazioni. La sua prospettiva fu sempre rivolta a conquistare condizioni di vita miglio­re per le persone che lavorano e per le loro famiglie.

Tutto il periodo in cui si impegnò nel sindacato fu costel­lato dalle lotte organizzate per ottenere più diritti e più democrazia. Furono, quelli, gli anni del passaggio da una società a economia agraria a una società industriale. Un po' come oggi viviamo un momento di grande trasformazione, da società industriale a società della comu­nicazione. t evidente il parallelismo tra le battaglie di allora e quelle di oggi. Pensate a quanti, proprio in quegli anni, venivano licenziati perché sindacalisti. Non erano ancora garantiti dallo Statuto dei lavoratori che fu una conquista degli anni '50 e '60. E qui ci sono alcuni di quelli che furono costretti a lasciare il lavoro per un licenziamento senza giusta causa.

Parliamo naturalmente di una società autoritaria, con poca democrazia, che proprio per questo sfruttava le per­sone al limite della sopravvivenza e con le intimidazioni le teneva soggiogate. Le rivendicazioni e le lotte di quel periodo puntarono, attraverso l'introduzione dei diritti soggettivi e collettivi, ad ampliare la democrazia e con essa la possibilità di migliorare il reddito dei lavoratori. Fu la conquista della democrazia a spingere le politiche distributive e a determinare l'agibilità politica necessaria per rivendicare i propri diritti. Oggi le nostre battaglie per conservare quei diritti sono intrecciate con la volontà di estenderli a chi non li ha.

Tutte e due le fasi storiche sono contrassegnate dalla stessa dialettica e contraddizione: il capitale vuole uno Stato autoritario e privo di diritti per avere maggiori possibilità di accumulazioni e per gestire meglio i processi di cambiamento. Noi abbiamo l'esigenza opposta: maggiore democrazia per estendere i diritti e per migliorare la qualità della vita di tutti. La Confindustria ed il Governo vorrebbero vanificare tutto quello che in tanti anni siamo riusciti a consolidare per tanta parte della società. ? per questo bisogno di democrazia che fin dagli esordi la Cgil si scontrò con la mafia e ne divenne uno dei bersagli permanenti. Ancora oggi, ogni anno, in provincia di Palermo vengono compiute intimidazioni nei confronti di sedi e dirigenti della Cgil.

Pio La Torre aveva ben chiaro il nesso tra l'esercizio della democrazia e la conquista dei diritti. Ed è su questo rapporto che indirizzò le battaglie più importanti, le vertenze al Cantiere navale, all'Aeronautica Sicula e in tanti altri posti di lavoro. Fu contemporaneamente nemico implacabile della mafia che sa essere il braccio armato dei potenti e del malaffare.

Spiegherà che la democrazia non può dispiegarsi in pieno senza che la legalità prenda il sopravvento e sconfigga la mafia. Pio incontrò la mafia continuamente nella sua vita, come sindacalista ma anche come uomo delle istituzioni. La incontrò nelle campagne dove la mafia proteggeva i gabelloti e i feudatari e impediva ai bracci anti di rivendicare i propri diritti. La incontrò nelle fabbriche dove controllava le assunzioni e gli appalti. La incontrò nella città, dove era ed è determinante nella divisione degli affari, a cominciare dal sacco edilizio di Palermo. La combatterà strenuamente e fin d'allora la considererà il più potente nemico dei lavoratori. Non allenterà mai l'intensità di questa convinzione come non dimenticherà mai la solidarietà tra i poveri e i lavoratori di tutto il mondo.

Lui la guerra la conosceva bene. Non l'aveva vista per pochi minuti nei telegiornali, che spesso raccontano solo il dolore. L'aveva vissuta con il suo tremendo carico di paura e quell'angoscia costante di non avere futuro. Sapeva, per esperienza personale, che la guerra è senza ragione per la gente comune, se non quando diventa una lotta di liberazione dalla tirannia e dallo sfruttamento.

Tre erano le cose nelle quali La Torre credeva fino in fondo: la democrazia conquistata attraverso l'affermazione dei diritti, la legalità, la pace. Questo è in fondo il fulcro del pensiero di La Torre. E questi sono gli obbiettivi che oggi ci siamo dati per determinare nuove condizioni nella società dell'economia globalizzata. La lotta contro la mafia muove da queste stesse ragioni. La mafia è causa di emarginazione, di sottosviluppo, di inciviltà. à sopruso, è causa di violenza, è contraria alla morale, all'etica, alla giustizia.

E pensando alla giustizia la Cgil di Palenno ha deciso di ricostituire una consulta giuridica. Essa non servirà solo a studiare e a proporre atti utili alla lotta alla mafia e per la legalità ma permetterà alla Cgil di costituirsi parte civile in tutti i processi in cui è offeso il lavoro, i suoi diritti, i suoi interessi; in quelli dove si giudicano le violazioni alla sicurezza nei posti di lavoro, alla salvaguardia degli ambienti, alla salubrità dei posti di lavoro. La Cgil sarà presente soprattutto nei processi di mafia nei quali il delitto mafioso è spesso intrecciato con il tentativo di condizionare l'economia e il lavoro attraverso il racket, la corruzione, il condizionamento degli appalti e i subappalti, le malversazioni usate per condizionare le amministrazioni locali. Vogliamo, insomma, fare la nostra parte in un momento in cui la mafia viene sottovalutata e ci viene anzi detto che bisogna convivere con essa.

Infine la mobilitazione per la pace. Nel 2010 il bacino del Mediterraneo sarà una zona di libero scambio. Potrà essere un'occasione decisiva perché il Mediterraneo diventi un'area di popoli ricchi e sereni. E potrebbe esserlo ancora di più per la Sicilia. Il Mediterraneo potrebbe, quindi, tornare a essere un'area di traffici leciti e non una barriera per i popoli. Per questo ha ancora ragione La Torre: ci vuole la pace; ma pace non potrà mai esserci se due popoli come gli israeliani e i palestinesi non avranno uno stato libero e sicuro. t ora di assicurare, prima con l'interposizione di forze neutrali e poi attraverso una vera politica di cooperazione, una pace vera e duratura. Nessun cedimento al terrorismo, nessun cedimento alle violenze delle occupazioni: Palestina e Israele devono essere liberi e sicuri.

Pio La Torre lottò perché il Mediterraneo fosse un mare di pace, liberato dagli strumenti di morte di massa. Quei missili non ci sono più. Ancora una volta il pensiero di La Torre torna attuale come non mai perché sono attuali gli obiettivi e il metodo. E con quel pensiero la Cgil è perfettamente allineata.

Lidia Tilotta, giornalista, coordinatrice degli interventi in sala: Lo spirito con il quale il Sindacato, l'Itc e il Centro studi La Torre hanno voluto questa iniziativa è quello di raccontare la vita e l'attività di La Torre. Salutiamo il segretario generale della Cgil Sergio Cofferati, la preside dell'Ite Pio La Torre, Letizia Colajanni, e l'onorevole Nino Mannino che rappresenta il centro studi Pio La Torre. Racconteremo la storia e l'esperienza di La Torre seguendo il filo dei suoi tre grandi impegni: il lavoro e la giustizia sociale, la lotta alla mafia, la pace.

Luigi Colombo, dirigente sindacale del tempo: Conoscevo La Torre sin da quando ero giovanissimo. Aveva nove‑dieci anni più di me ed era segretario della Camera del lavoro di Palermo: aveva sostituito Franco Fasona, morto prematuramente. La sua prima preoccupazione era stata quella di riprendere l'azione, l'attività, la vita sindacale nelle aziende palermitane che erano state spente nei primi anni Cinquanta con licenziamenti di massa. lo lavoravo all'Aeronautica Sicula di Palermo dove oggi sono i Cantieri culturali della Zisa. Ero ancora giovane, avevo diciassette anni e non potevo essere candidato nelle elezioni per la commissione interna. Aspettammo con La Torre che compissi i 18 anni di età per ricostituire la commissione interna dell'Aereonautica Sicula. Fui eletto.

Si avviò quindi la vertenza per il rispetto degli accordi sindacali. Fu una vertenza dura, lunga, tormentata, pesante. Per stroncare la lotta dei lavoratori l'azienda fece ricorso anche alle rappresaglie. Licenziò parte del personale, fra cui anche me. Ero io appunto l'obiettivo da colpire, dato che ero il presidente della commissione interna. Allora non c'era l'articolo 18. Con cinque mensilità il padrone risolveva il problema: esattamente come vorrebbero fare oggi. Pensa se per stroncare il sindacato il padrone non sia disposto anche a pagare un prezzo. Allora si faceva così e così fecero.

Mi allontanai dal sindacato per fatti oggettivi: dovevo pur tirare a campare. La Torre allora mi cercò. "Devi venire a lavorare nel sìndacato", mi disse. Era lontana da me un'ìpotesi di questo genere. Ma mi convinse. Andai a lavorare al sindacato dei metalmeccanici. Ero un metalmeccanico come il compagno Peppino Miceli che sostituii due anni dopo. Allora con il sindacato si faceva la fame, quella vera. Ricevevo un contributo versato dalla federazione nazionale: 30 mila lire al mese, che Pio La Torre mi girava ogni mese, quando non aveva altre cose più urgenti da pagare. Se c'era da stampare un manifesto, prima si pagava la stampa del manifesto, poi io, poi gli altri e infine lui. E così andavo spesso in crisi.

Ogni tanto me ne tornavo a casa. Pio La Torre mi cercava e mi convinceva a tornare. Sino a quando un giorno ricevetti una cartolina dalla Sges, Società generale elettrica siciliana poi assorbita dall'Enel. Mi comunicava l'assunzione. Era un posto molto ambito allora, pagato bene (i più alti salari del settore industriale), un posto sicuro, con una serie di benefits che gli altri lavoratori non avevano, dall'energia elettrica gratis allo spaccio aziendale.

Feci vedere la cartolina a La Torre, che rimase scioccato. Ci guardammo negli occhi. Aveva occhi rotondi, dolci, umani. E vidi che faceva uno sforzo per dirmi qualcosa. Era in preda a un tormento: sto per perdere un compagno, pensava, uno di quelli che chiamavamo allora rivoluzionari di professione. Sceglievano di fare i funzionari dell'organizzazione. Prima che si riprendesse gli tolsi la cartolina dalle mani e gli dissi: "Pio, va a fa'...". Gli stracciai la cartolina e aggiunsi: "Resto!". Ma se non ci fosse stato Pio La Torre non avrei certo fatto quella scelta quel giorno.

Giuseppe Miceli, dirigente sindacale del tempo: «Anch'io sono stato licenziato dai Cantieri Navali, e ne ho provato disgusto. Ero nella segreteria della Fiom. E, dunque, svolgevo un'attività sindacale più generale dentro l'azienda. Cercavo così di aiutare la stessa commissione interna chiamata a compiti non indifferenti. 1 Cantieri Navali facevano passi avanti dal punto di vista del numero degli addetti e del tipo di lavoro. Palermo era al centro della rotta del petrolio e moltissime navi italiane e straniere venivano qui per le riparazioni.

Dopo il licenziamento ricevetti una proposta dall'Oms. Avevano bisogno di un attrezzista e io ero uno del mestiere. In precedenza mi avevano proposto il passaggio da un'azienda all'altra, dal Cantiere all'Oms. Ma non fu così. Poi le cose andarono però male: fui licenziato e cercavo un'occupazione. A quel punto passai all'Oms.

Per quattro anni e mezzo sono stato in questa azienda. Ero anche il segretario della commissione interna. E c'era un problema: I'Oms era l'unica azienda Iri in Sicilia e aveva tutti i mal di testa. Spesso ricorreva ai licenziamenti collettivi. Bisognava stare con l'occhio fermo su quello che accadeva.

Costantino Levantino, operaio del Cantiere Navale di Palermo: Posso dire che nulla è cambiato rispetto a quegli anni. 1 problemi di ieri sono anche i problemi di oggi. C'è stato un completo rinnovamento generazionale. lo ho raccolto un po' l'eredità dei compagni. Sono entrato nel '76 e ancora c'erano compagni come i Bracia, i Salerno, i La Mattina e altri che avevano avuto un rapporto diretto con Pio La Torre. Me ne parlavano costantemente. Vorrei ricordare qualche episodio come la lotta del cottimo. I compagni cercavano di far passare i bigliettini all'esterno. Chiedevano se accettare o meno il lavoro a cottimo. Facevano avere i messaggi a Pio La Torre che aspettava fuori e poi faceva a sua volta arrivare i consigli necessari. Ricordo anche la capacità di La Torre di trasfonnare la sezione del Cantiere in un centro di aggregazione sociale. Nella dura battaglia giornaliera i compagni avevano bisogno di sentire il sostegno.

Erano tempi molto neri. Mi ricordava il compagno Nicola Bracia, alcuni giorni fa, che un chilo di pane costava novanta lire mentre la paga giornaliera di un operaio era appena di settecento lire. Basta fare allora un piccolo calcolo per comprendere meglio le condizioni di vita e le ragioni della lotta. E per questo c'era una grande unità.

Oggi nel rapporto generazionale dei giovani cerchiamo soprattutto di svolgere un'opera di orientamento e di cultura. E' necessario far conoscere le lotte di ieri e collegarle ai momenti attuali. Mi rivolgo perciò ai presidi, ai professori: molti ragazzi, usciti dalle scuole, purtroppo conoscono poco la realtà degli ultimi anni, la storia contemporanea, le lotte antifasciste e quelle di liberazione. Non conoscono soprattutto la situazione socioeconomica degli anni '50. lo vi invito, e invito anche il Centro studi, di svolgere un'opera di sensibilizzazione tra le nuove generazioni. Sono abbastanza confortato perché vedo questa grande partecipazione di ragazzi.

Noi intanto facciamo del nostro meglio. Posso dire che la partecipazione all'ultimo sciopero e l'astensione totale dal lavoro da parte di tutte le maestranze del Cantiere sull'articolo 18 mi confortano e mi incoraggiano ad andare avanti.

Antonella Giallombardo, lavoratrice precaria: Il parallelismo tra le battaglie di ieri e quelle di oggi è quasi scontato. Come ha già sottolineato Cantafia, gli obiettivi fondamentali sono sempre gli stessi, e sono quelli della libertà, del rispetto dei diritti e dell'estensione di quei diritti a tutti. Ma soprattutto alla categoria dei lavoratori atipici. Mi riferisco in particolare ai Co.co.co, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, come oggi sono chiamati. Sono lavoratori invisibili, ricattabili, facilmente licenziabili, non hanno alcuna, o ne hanno pochissima, tutela sindacale. Nei confronti di questi lavoratori le posizioni del governo sono molto incerte. C'è veramente di che essere preoccupati perché non è prevista alcuna tutela per la maternità e non c'è alcun indennizzo in caso di malattia. Con forza chiedo al sindacato di continuare questa lotta democratica: si tratta di fare rispettare i diritti dei lavoratori e di estenderli a quei lavoratori che oggi sono senza tutela.

Gioacchino Vizzini, Vice Presidente del Centro Pio La Torre: La Torre può essere indicato ai giovani come un esempio alto di un impegno per una politica bella, una politica che ha come spinta fondamentale l'affermazione di ideali di solidarietà, uguaglianza, di rinascita, di democrazia. Per questa politica La Torre ha speso la sua vita e, come lui, tanti altri compagni giovanissimi si sono impegnati ad animare un grande movimento democratico che cambiò la Sicilia

La Sicilia è stata cambiata profondamente. Ultalia è stata cambiata profondamente grazie al lavoro e al contributo di decine e decine di militanti, illustri o no, che hanno speso per questi obiettivi le migliori energie e le loro vite. Rappresentano dunque un esempio elevato di interpretare la politica come impegno disinteressato, motivato da alti ideali e dalla volontà di cambiamento. Oggi si dice che La Torre avvertisse il pericolo, tornan­do in Sicilia, di rischiare qualcosa. lo penso che, oltre al coraggio, La Torre avvertisse la necessità di assumere quell'impegno non per sovrapporsi o sostituirsi ai compagni che lavoravano con tanta generosità, e di questo gli va dato merito e riconoscimento, ma per aiutarli a superare le difficoltà. Se poi ci fosse un pericolo, un rischio, questo rischio andava affrontato assieme agli altri. Pio La Torre non era un solitario. Aveva sempre lavorato con tanta gente. Aveva saputo suscitare movi­menti di massa importanti per la democrazia, per la terra, per la riforma agraria, per la pace. Penso che questo esempio, in un momento di crisi della politica, possa essere colto dai giovani come uno stimolo importante per fare la loro parte.

Marco Perricone, studente dell'Itc Pio La Torre: La nostra scuola è intestata a Pio La Torre. La scelta non è casuale, come avviene di solito nelle scuole alle quali si attribuisce il nome di un personaggio importante. Ma sta a indicare che questa scuola formerà uomini capaci di richiamarsi alle sue azioni.

Pio La Torre era un uomo d'azione. E' questo che lo rende un politico diverso, e per questo è stato ucciso. Nel 1945 scelse di militare nel Pci e da allora lottò con coerenza per ciò in cui credeva. Si schierò con i contadini che versavano in una condizione estremamente difficile. Il primo maggio 1947 la mafia sparò a Portella della Ginestra, e fu una strage. Vi furono undici morti.

Nel 1949‑50 La Torre lottò perché il decreto Gullo fosse applicato anche in Sicilia per una divisione più equa dei prodotti agricoli. Poi cominciò a organizzare il movimento per l'occupazione delle terre. Il governo rispose allora con la repressione. La Torre fu arrestato. In carcere, dove scontò un anno e mezzo, dall'undici marzo 1950 fino all'agosto 195 1, studiò opere di Graiusci. Durante la sua detenzione apprese che il Parlamento finalmente aveva votato la legge per la riforma agraria in Sicilia.

E' importantissimo per i giovani conoscere il proprio passato ma non è mai stata compiuta un'opera di sensibilizzazione sul periodo che va dal 1945 ai nostri giorni. E' molto più facile che i giovani conoscano la storia della prima guerra mondiale e non conoscano i passaggi politici che hanno determinato la condizione di oggi.

SECONDA PARTE DEL VIDEO

SCORRE UNA SCRITTA:

Tre rifèrimenti, tre valori ritroveremo sempre nella vita politica e nell'impegno civile di Pio La Torre: il lavoro, la lotta contro la mafia, la pace.

Voce: La Torre denuncia con coraggio le complicità ed i collegamenti tra le cosche mafiose e i pubblici poteri.

Fa, senza peli nella lingua, nomi e cognomi. Analizza come si è configurato nel tempo il rapporto tra il sistema potere mafioso e i pezzi dello stato, ricavandone la convinzione che tale compenetrazione è avvenuta storicamente, come il risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutt'e due le parti: mafia e potere politico. Sulla base di questa profonda conoscenza egli avanza nuove proposte, come quelle riguardanti gli accertamenti dei rapidi mutamenti patrimoniali e dei facili arricchimenti che traduce in una proposta di legge, conosciuta poi come legge Rognoni‑La Torre, approvata dopo la sua morte.

La Torre questi insegnamenti li aveva acquisiti da Girolamo Li Causi, grande dirigente del Pci che, al suo rientro in Sicilia dalle galere fasciste, impostò e diresse in modo nuovo la lotta contro i latifondisti, la mafia, il banditismo. Chiede insistentemente di ritornare in Sicilia, a cui d'altronde era legato, e assume la carica di segretario regionale del Pci. Appena rientrato, inizia la sua ultima battaglia per la pace e il disarmo.

SULLO SCHERMO SI VEDE PIO LA TORRE CHE PARLA AL XV CONGRESSO NAZIONALE DEL PCI.

"Compagne e compagni, uno degli aspetti decisivi della nostra esperienza politica di questi ultimi anni, specie dopo il voto del venti giugno '76, è costituito dal confronto serrato sulle scelte di politiche economiche necessarie per fare uscire il Paese dalla crisi".

SUCCESSIVAMENTE SULLO SCHERMO SI VEDE UN'INTERVISTA A LA TORRE.

"Noi vogliamo dar vita a un rinnovato schieramento meridionalista, regione per regione. In Sicilia parliamo di nuovo schieramento meridionalista, autonomista, componente di questa battaglia. Bene. L'esperienza della politica di unità autonomista degli anni '76‑'78 che cosa ha dimostrato? Noi concordavamo i programmi con la Dc e poi all'interno della De si scatenava la controffensiva delle forze conservatrici e moderate e le forze anche peggiori del terrorismo mafioso, fino all'assassinio di Mattarella. Adesso noi rovesciamo questa tendenza e diciamo: occorre costruire un polo di attrazione unitario. Quindi il primo interlocutore è il Partito socialista. Da qui le nostre iniziative in questi giorni, in modo da avere dei punti programmatici e noi abbiamo detto su quale asse vogliamo muoverci, che poi prospettiamo ad un arco di forze più grandi e quindi anche alle forze progressive e più avanzate della Democrazia Cristiana. Con quale obiettivo? [Quello di] suscitare una differenziazione che isoli le forze conservatrici e le forze parassitarie e mafiose interne ed esterne alla Democrazia Cristiana. Ecco la strategia nuova, aggiornata, che tiene conto degli errori del passato. Quindi non un arroccamento dei comunisti e nemmeno una politica di unità a sinistra fine a se stessa. In Sicilia c'è bisogno di un grande schieramento e questo schieramento ha bisogno prima di tutto di un'unità a sinistra come polo di attrazione per mobilitare grandi masse: gli operai di Siracusa e di Gela, i produttori di vino di Trapani, i giovani che vogliono una vita nuova ed il lavoro e poi la lotta per impedire la costruzione a Comiso della base missilistica. Su questo insieme di questioni noi vogliamo sviluppare una grande azione unitaria, ed è questa la strada per costruire anche un nuovo schieramento di governo in Sicilia".

Dopo sullo schermo si vede la Commemorazione di La Torre a Piazza Politeama il primo maggio 1982 con l'intervento di Luciano Lama, segretario nazionale della Cgil: 'Io ricordo il compagno Pio La Torre fin dall'aprile degli anni Quaranta quando, giovane dirigente di contadini, dirigeva nella zona di Corleone i lavoratori della terra, alla conquista della terra, in uno dei movimenti di massa che, certamente, più hanno contribuito allo sviluppo democratico dell'isola oltre che allo sviluppo sociale. Egli era un compagno che sapeva anche pagare di persona e fu incarcerato per quel lavoro di direzione che egli assolse in quel momento. Fu incarcerato innocente per mesi e mesi, per quasi due anni. Perché aveva commesso il delitto di guidare i suoi compagni contadini alla conquista delle terre del feudo. Nel comitato direttivo della Cgil ‑ nel quale egli rappresentò la Sicilia per parecchi anni con calore, con impegno, con passione, con quella sua alta passione siciliana che mai lo abbandonò ‑ Pio La Torre sollevò, sollevava i problemi della sua terra, della sua gente che amava con amore filiale e di cui conosceva intimamente i lati deboli e dolenti e le grandi virtù, di fierezza, di combattività, di slancio, di passione nelle lotte sociali e politiche".

SULLO SCHERMO SCORRONO IMMAGINI DI MINATORI SICILIANI CHE LAVORANO NUDI NELLE GALLERIE.

FINE DELLA SECONDA PARTE DEL VIDEO.

Maria Letizia Colajanni: Sono fiera di rappresentare una scuola intitolata a Pio La Torre. Credo che la presenza così numerosa e vivace di ragazze e ragazzi in questa sala sia l'omaggio più bello che possa essere reso alla sua memoria. Così come credo che il dono più bello che possa essere fatto a questi ragazzi e a queste ragazze di affidare alla loro memoria il ricordo della vita di Pio La Torre e dei valori che l'hanno ispirata. Il ricordo e la memoria hanno due livelli: uno personale, individuale; un altro collettivo che va oltre la propria esperienza di vita e continua nel tempo.

Tante e tanti in questa sala, è stato già ricordato, abbiamo un ricordo nostro, personale di Pio La Torre. Ho fortemente impresso nella mente il ricordo di quel mattino del 30 aprile dell'82. Avevo finito le mie ore di lezione all'Istituto Nautico e mi stavo recando in corso Calatafimi perché in federazione era convocata una riunione sulla scuola. E rimasi molto stupita, avvicinandomi, nel vedere quella folla di persone con un'espressione pietrificata in viso. Era chiaro che era successo qualcosa di molto grave. E quando, chiedendo, mi sono sentita dire: "Hanno ucciso Pio", mi sono veramente sentita crollare il mondo addosso. Perché Pio, che era voluto ritornare nella sua terra, rappresentava per tutti noi un punto di riferimento fermo e sicuro. Una presenza reale di lotta e di opposizione al clima oscuro che la città viveva da tempo. La città aveva bisogno di protesta e di impegno contro la collusione e contro i collegamenti tra mafia e politica. E Pio la Torre per tutti noi rappresentava questo impegno. Il dolore individuale di ognuno di noi, vicino a Pio La Torre per militanza di partito, diventò dolore collettivo nell'interminabile corteo che, due giorni dopo, si snodò per le vie di Palermo.

La folla immensa che partecipò ai funerali di Pio La Torre era proprio il segno tangibile di come tutta la città degli onesti si sentisse profondamente colpita.

La presenza di Pertini ai funerali di Pio La Torre, il suo chinarsi commosso, è la dimostrazione che quell'uccisione non aveva colpito soltanto i suoi compagni di par­tito, non aveva colpito soltanto la città, aveva colpito l'intera nazione. Quello era un attentato volto all'intera nazione, sentito profondamente da tutti. Ecco dicevo i due livelli della memoria. 1 nostri ricordi finiranno con noi se non daremo loro una vita più lunga, trasmettendoli agli altri, a questi giovani qui presenti. Non ancora nati vent'anni fa, che quindi non possono avere un ricordo proprio di Pio La Torre. Spetta a noi trasmettere la memoria di quello che Pio La Torre ha rappresentato, tanto più che tutti i valori che ispirano la sua vita, come è stato già ricordato da molti, non sono valori superati, sono valori che oggi sono vivi e importanti come allora. Sono state ricordate le lotte di Pio per i lavoratori. Beh, oggi, nel momento in cui si sferra un attacco così forte contro i lavoratori, il ricordo di Pio deve essere un simbolo che unisca tutti quanti. Le sue lotte per la pace sono attuali oggi come lo erano allora, quando organizzava la mobilitazione contro la base missilistica di Comiso. Le lotte di Pio per la legalità sono quello che dobbiamo ricordare con maggiore forza assieme al suo senso dello Stato, perché la lotta alla mafia e la lotta alla corruzione si fa nelle istituzioni e con le istituzioni. Ognuno di noi deve dare il suo contributo nel suo piccolo, della sua vita quotidiana, negli atti di ogni giorno, nel modo di essere e di agire perché si formi una barriera contro tutto ciò che è irregolare e illegale. Oggi, purtroppo, i mezzi di comunicazione propongono modelli di segno opposto, troppo spesso siamo bombardati da messaggi che pongono il denaro o il potere come scopo ultimo della nostra vita. Non è così. Abbiamo intitolato la nostra scuola a Pio La Torre perché vogliamo affidare a tutti i giovani il grandissimo patrimonio della solidarietà, della democrazia, della libertà, della pace, perché questi valori che ispirarono la vita di Pio La Torre possano diventare i principi ispiratori della loro vita e di quella di tutti gli altri che verranno dopo di loro.

Lidia Tilotta: Quanto ha contato per la lotta alla mafia la legge Rognoni‑La Torre?

Franca Imbergamo, magistrato della Procura distrettuale antimaria di Palermo: Sarebbe il caso di rispondere moltissimo. In realtà la vera frontiera della lotta alla mafia è la questione patrimoniale, ossia la necessità di interrompere il circuito della ricchezza illegale. Permetteterni un ricordo personale non di Pio La Torre, che non ho avuto la fortuna di conoscere, ma di Rocco Chinnici che venne a spiegarci qual era la portata rivolu­zionaria della legge Rognoni‑La Torre all'Università di Palermo qualche mese prima di essere ucciso.

La storia di Pio La Torre è una storia di coerenza. Parlo di quella differenza tra la coerenza di parole e la coerenza dei fatti che in Sicilia può portare qualche volta anche alla morte. lo credo che si debba continuare su questa strada ma permettetemi anche di fare un'analisi che certamente non può essere ottimistica. Non si può continua­re a parlare di lotta alla mafia se si attenta continua­mente all'indipendenza e alla legittimazione della magistratura. Credo che i messaggi che oggi vengono dopo i fatti di Napoli di ieri sera [l'arresto di alcuni poliziotti con l'accusa di violenza nei confronti di giovani no global, ndc] da ambienti governativi siano gravissimi. E debbono essere rigettati in toto; non è assolutamente possibile continuare su questa strada così come non è possibile continuare a parlare di antimafia a parole ‑ e molti lo faranno in questi giorni di comme­morazione per i vent'anni dalla morte di Pio La Torre e per i dieci anni dalle stragi ‑ e poi nei fatti smantellare continuamente, costantemente, coerentemente tutti gli strumenti che dalla legge La Torre in poi sono stati posti in essere. Se vogliamo liberare l'Italia, non sol­tanto la Sicilia, da questo cancro, bisogna essere assolutamente coerenti e piuttosto di trattare, lo dico ai miei colleghi magistrati, [è meglio dire] qualche no a proposte che oggettivamente smantellano uno dei nostri cardini democratici: l'indipendenza della magistratura.

Parlo solo della magistratura perché sono un tecnico ma come cittadino credo che sia in atto un attacco frontale a tutti i diritti di libertà.

Lidia Tilotta: Si è avuta la netta sensazione che ci sia stato un calo di tensione anche nella reazione della società civile. Oggi questa sensazione sembra attenuata. Ma accade soltanto perché ci avviciniamo al decennale delle stragi e al ventennale di Pio La Torre o perché qualcosa sta riprendendo a muoversi?

Franca Imbergamo: Penso che qualcosa stia ricominciando a muoversi. lo non ho mai creduto a questo calo di tensione nella società civile. Penso che la gente non possa stare in piazza per dieci anni ma che si debba muo­vere al momento opportuno. Le persone oneste ci sono e si aspetta che qualcuno le chiami a raccolta. In realtà quello che di gravissimo è avvenuto in questi anni, lo dico sempre e lo ripeterò finché avrò voce per parlare, è il calo di tensione nelle istituzioni. La magistratura e la politica hanno abbassato il livello di guardia nei confronti della mafia e lo hanno probabilmente fatto a ragion veduta, nel senso che hanno fatto i loro calcoli. Questo non risponde ad un'esigenza di abbassare la guardia perché la mafia sia stata sconfitta. Probabilmente c'è dell'altro e credo che per quest'altro ‑ il connubio tra mafia, politica e istituzioni ‑ sia morto Pio La Torre.

Lidia Tilotta: Diceva la dottoressa Imbergamo che bisogna aggredire i patrimoni mafiosi. Lei si occupa di lotta alla mafia e di legalità per la Cgil nazionale. Qual è l'impegno del sindacato in questo campo e soprattutto che tipo di provvedimenti sono necessari per arrivare a quell'obiettivo?

Emilio Miceli, CGIL Nazionale: Intanto bisogna rimarcare il fatto che uno come [il ministro] Lunardi non abbia soltanto detto genericamente che bisogna convivere con la mafia. Lui è un tecnico. Ha anche approntato misure che danno il senso del livello dell'accordo nuovo, del nuovo equilibrio che bisogna stabilire in questo Paese per accelerare le procedure e spendere i soldi. E l'accordo sta nel fatto che nel sistema delle imprese si vedrebbe alzata la soglia del subappalto fino al 50 per cento, di modo che si possa riprogrammare la presenza della mafia dentro il sistema degli appalti e degli investimenti pubblici.

Non sono frasi dette così per caso. Sono frasi che hanno un impatto nella società, perché se il subappalto in Italia, in generale, è uno degli strumenti al quale le imprese ricorrono per organizzare la propria produzione, nelle nostre aree è un modo di programmazione della mafia. Non è più l'appaltatore che decide di subappaltare, è il mafioso che lo chiede. E se il subappalto raggiunge il 50per cento, così come è scritto nell'allegato delle infrastrutture, significa una cosa molto precisa: la mafia e le imprese legate alla mafia saliranno di rango dentro il sistema dell'organizzazione delle imprese. Il rischio è che con quella frase non si è soltanto fatto un invito a una generica fascia sociale o [si è auspicata] una pacificazione tra imprese e mafia, cosa gravissima di per sé. Il rischio è che si comincino a mettere in campo, e si stanno già cominciando a mettere, strumenti che danno e daranno sostanza a quelle affermazioni. Per questo bisogna organizzare una risposta più alta possibile.

Questi strumenti, che rischiano di passare sotto il silenzio generale, ci imprigioneranno nei prossimi anni, non permetteranno all'economia di svilupparsi. Mi sarebbe piaciuto molto che qui fosse venuto a parlare un imprenditore. Forse ci avrebbe spiegato che il subappalto non è libertà. Il subappalto è costrizione dalle nostre parti. E' una legge nazionale che non tiene conto del 40 per cento del paese, cioè il Mezzogiorno, e mette in discussione, lo diceva adesso Franca Imbergamo, una legislazione concepita nel nome di Pio La Torre e di coloro i quali si sono battuti perché l'economia si liberasse dalla mafia.

Michele Figurelli, Senatore della precedente legislatura dei Democratici di Sinistra: Dobbiamo riflettere sulla lezione di una coincidenza: venti anni dall'assassinio di Pio La Torre, dieci anni dall'assassinio di Falcone e di Borsellino. Se dopo l'assassinio di La Torre la lotta contro la mafia fosse stata condotta così come La Torre l'aveva pensata e voluta e così come la legge che porta il suo nome l'aveva indicata io non esito a dire che probabilmente le stragi di Capaci e di via D'Amelio e le successive bombe del '93 a Firenze, Roma e a Milano si sarebbero potute evitare. Per questo dobbiamo riflettere sulla caduta della lotta contro la mafia a livello politico e istituzionale.

E dobbiamo riflettere sul grande "buco nero" di questa lotta che comprende indagini economiche e finanziarie, indagini patrimoniali, misure di prevenzioni patrimoniali, sequestri, confische e restituzioni alla società delle ricchezze mafiose confiscate, e contrasto al riciclaggio. Ora questi buchi neri anziché essere sanati sono allargati dalla politica di questo governo, non solo per le cose che ha appena detto Emilio Miceli, ma per il no alle rogatorie, per il no alla cooperazione internazionale contro il crimine organizzato, per la disciplina dei reati societari, per la cancellazione del falso bilancio e per la rinunzia alla lotta contro il riciclaggio.

Dario Fazzese, Forum sociale antimaria: Il forum sociale antimafia è dedicato a un altro dei protagonisti della lotta alla mafia: Peppino Impastato, che finalmente è stato riconosciuto non un terrorista ma una vittima della mafia. [L'iniziativa nasce dalla] necessità di fare qualcosa che richiami un modello chiaro, quello dei forum sociali. Questa rete di movimento ha individuato nel processo conosciuto oggi come globalizzazione capitalista molti elementi di ingiustizia sociale. [Sono] gli stessi elementi che negli anni dell'occupazione delle terre (oggi in Brasile il sindacato maggiore si chiama Sentierra, senza terra, ed è impegnato in un'azione politica per l'occupazione delle terre contro i poteri criminali) costituivano il terreno più fertile per la nascita e la crescita della mafia.

[A proposito di ingiustizia sociale], pensiamo ai precari. Ho sentito citare il lavoro interinale. Cos'è il lavoro interinale se non di fatto in Sicilia, una forma di caporalato, però legalizzato? Come funziona il lavoro interinale? Se domani non puoi andare a lavorare, sei licenziato. Funziona insomma come se quell'articolo 18, che è il simbolo dello statuto dei lavoratori, e che oggi difendiamo, [non esistesse]. Questa è l'unica soluzione che si pensa per i giovani in futuro come condizione lavorativa. E questo il motivo per cui lanciamo un appello: il 9, 10 e 11 maggio a Cinisi [si svolgerà] una manifestazione nazionale antimafia. I motivi che allora portarono Pio La Torre e altri uomini come Placido Rizzotto ad occupare le terre sono gli stessi i motivi che oggi ci portano a ripetere quelle azioni.

Maria Agnese Di Piazza, studentessa dell'Itc Pio La Torre: Come sappiamo tutti La Torre, tra le sue tante cose, ha condotto una lotta contro la mafia, proponendo una legge che oggi ha permesso a molti boss mafiosi di essere in carcere. La proposta si basava soprattutto sullo studio dei flussi patrimoniali dei boss e sull'attacco al segreto bancario fino allora utilizzato dai boss per coprire i loro traffici illeciti. Purtroppo oggi si cerca, in qualche modo, di [vanificarel l'impegno di Pio La Torre. Basti pensare che un ministro in carica ha detto che bisogna convivere con la mafia. Allora io mi chiedo: questo impegno, la morte di Pio La Torre e di tutti gli altri come Falcone, Borsellino, Impastato, Chinnici, il generale Dalla Chiesa, non è servito a nulla? E tutti quelli ‑ giudici, magistrati, forze di polizia ‑che lottano contro la mafia rischiano ogni giorno la loro vita per niente? lo spero che la morte di Pio La Torre sia servita a qualcosa.

Antonello Cracolici, segretario regionale Ds: Sono commosso e impressionato dalla forza emotiva che viene da questa manifestazione a vent'anni dall'assassinio di Pio e di Rosario Di Salvo. Voglio citare Rosario perché era un ragazzo come tanti, che lavorava nel Pci. Accompagnava Pio La Torre. Ma faceva un lavoro anche in nome della sua passione politica. t morto assieme a Pio soltanto perché lo accompagnava. E questa è la storia della Sicilia, la storia di tanti morti che poi rischiano di passare nel dimenticatoio. Però la giornata di oggi [ci rinnova] la memoria e la storia.

Vedendo quelle immagini, ascoltando le testimonianze di ragazzi, persone, compagni che hanno vissuto da protagonisti quella storia, mi chiedevo: la Sicilia è cambiata? lo mi sento di rispondere di si: è cambiata. Ed è cambiata anche in nome e in forza di quelle battaglie, del sacrificio di uomini come Pio, Rosario e di tanti altri. Certo, è cambiata ma non è finita l'emergenza della lotta alla mafia. Non è finito il pericolo che l'umanità si ritrovi a vivere nuovi conflitti, che non sono soltanto occasioni di morte ma rischiano di estendersi e di determinare drammatiche condizioni di precarietà di vita per milioni di uomini. Non è finita l'emergenza lavoro. Oggi abbiamo riascoltato i temi e le battaglie nelle quali è impegnato il movimento sindacale per la difesa di un diritto e di un principio: non si può licenziare senza una giusta causa; non si può licenziare come è capitato a Peppino Miceli soltanto perché era comunista. Ecco un'idea del lavoro in cui si possa ripristinare una sorta di categoria dell'appartenenza. La categoria della compiacenza, della sudditanza, non possiamo accettarla. Quindi la Sicilia è cambiata ma rimangono immutate le ragioni dì quella lotta.

Oggi, sono passati vent'anni, abbiamo davanti a noi un tempo nuovo. Siamo in un nuovo millennio, la mafia ancora c'è, ci sono i mafiosi, è cresciuta l'antimafia: quando c'era Pio, quando la generazione di Pio era protagonista in quegli anni, si diceva che la mafia non esistesse, che era un'invenzione dei comunìsti. E ci sono voluti tanti morti, tante bombe per [riconoscere] che la mafia cerca di minare le fondamenta dello Stato. Mi auguro che a partire da questa giornata sia avviata una riflessione sullo stato della lotta alla mafia e sul modo in cui rispondiamo alle preoccupazioni della dottoressa Imbergamo e ai tentativi di cui parlava Emilìo Miceli con la nuova legge sugli appalti. In genere ìn Sicilia trascorrono due‑tre anni perché siano recepite le leggi dello Stato. Il governo regionale di Totò Cuffaro, invece, ha già annunciato di volere recepire le legge Lunardi ancor prima che diventi legge dello Stato. C'è una singolare corsa per arrivare primi, a reìntrodurre norme che possano sostanzialmente favorire una nuova penetrazione dell'organizzazione criminale‑economica nel sistema della convivenza civile.

Credo che a tutto questo dobbiamo non solo opporci, ma [rispondere] creando un movimento civile e portando a compimento la lezione di Pio La Torre: coniugare cioè passione civile e concretezza. Per quell'insegnamento, per quella ragione tanti di noi continuano ancora oggi a svolgere con passione l'impegno in politica.

TERZA PARTE DEL VIDEO

LA LOTTA PER LA PACE

Voce: L'Italia, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, ha diverse basi militari Nato e americane sul suo territorio. Negli anni '80 la decisione del governo italiano di permettere in base ad accordi Nato l'installazione dei missili Cruise e Pershing 2 a Comiso, in provincia di Ragusa, scatena nell'isola una reazione inaspettata. Grande è la preoccupazione dei rischi cui espone una scelta militare di questa portata.

SCORRONO IMMAGINI DEL CORTEO PER LA PACE A COMISO. UNA RAGAZZA SPAGNOLA PARLA DELL'IMPORTANZA DELLA PACE NEL MEDITERRANEO E SI ESPRIME CONTRO LA COSTRUZIONE DELLA BASE NUCLEARE A COMISO.

Parlano alcune donne di Comiso: "Perché anche noi vogliamo dare il nostro contributo a questa manifestazione. Non vogliamo i missili a Comiso. Le donne di Comiso sono presenti".

Voce: Pio La Torre, nel breve periodo del suo incarico, consapevole delle possibili conseguenze di una militarizzazione della Sicilia, si impegna in modo totale nell'organizzazione di un vasto movimento unitario che metta insieme uomini e donne di diversa concezione ideologica e culturale e di diversa collocazione politica, accomunati dal rifiuto della logica della guerra e dalla convinzione della necessità della pace.

Sullo schermo si vede Angelo Capitummino intervistato: "La nostra presenza è necessaria, soprattutto in questo momento, quando sappiamo che già si è deciso di iniziare i lavori per la creazione della base. Ed ancora qui diciamo che il nostro no è necessario per dir no al riarmo e per andare alla trattativa di Ginevra con la massima credibilità delle parti per raggiungere l'obiettivo della pace e del disarmo".

Voce: Un'attività frenetica volta anche a creare alleanze, collegamenti con le forze ed i movimenti pacifisti nazionali, europei e mondiali. Pio La Torre instancabile, come trent'anni prima, non si ferma un attimo.

Sullo schermo si vede Pio La Torre che parla: Il rapporto di istituzioni varie (le università siciliane hanno promosso un incontro di tutte le istituzioni culturali del bacino mediterraneo) sottolinea il fatto che noi non vogliamo che la Sicilia diventi un posto di guerra ma una base di pace, un punto di riferimento per l'intesa, la collaborazione pacifica di tutti i popoli che si affacciano sul mare Mediterraneo".

Voce: Con la coerenza e la forza della sua personalità rimette in moto energie ed intelligenze sopite. Ne mobilita di nuove, trasmette coraggio ed entusiasmo. Il movimento per la pace acquista nell'isola un'eccezionale dimensione di massa, fino all'imponente manifestazione di Comiso il 4 aprile 1982. La Torre è consapevole che la posta in gioco è altissima.

Sullo schermo scorrono immagini della marcia per la pace a Palermo. Parla Pio La Torre. "La manifestazione di oggi si preannunzia [come] la più grande manifestazione popolare che Palermo abbia mai conosciuto nella sua storia. t un segno di grande maturazione delle coscienze, di comprensione della gravità dei pericoli che incombono sulla Sicilia. Palermo capitale della lotta del popolo siciliano contro la trasformazione della Sicilia in avamposto di guerra. t una lotta per i diritti alla vita, al lavoro, alla sicurezza, contro la mafia, contro la droga, contro la violenza, contro il terrore... è andato avanti il processo unitario. A Comiso noi comunisti eravamo l'unico partito presente insieme ad avanguardie di varie formazioni culturali, politiche e religiose. Ed abbiamo rotto il muro dell'isolamento. Ed oggi siamo qui, a fianco dei lavoratori, uniti attorno alle bandiere unitarie dei sindacati.

"La Dc ha dovuto prendere atto che c'è questa realtà. Questo non significa che non abbiamo una parola d'ordine. La nostra parola d'ordine resta la richiesta al governo italiano di sospendere la costruzione della base missilistica a Comiso come contributo originale dell'Italia alla creazione del primo e più favorevole suc­cesso del negoziato ginevrino. Questa è l'intenzione di questa richiesta".

FINE DELLA TERZA PARTE DEL VIDEO

Nino Mannino, Centro studi Pio La Torre: Non sono il presidente del Centro studi Pio La Torre. Ho l'onore di rappresentarlo in questa occasione perché il compagno Gianni Parisi sta male, e gli auguriamo pronta guarigione. Sono qui anche perché, forse, sono l'unico che ha avuto modo di lavorare con Pio La Torre per un arco di circa vent'anni: dal '64 al '66 lui segretario regionale del partito, io segretario regionale della Fgci; dal '67 al '69 lui segretario della federazione di Palermo ed io membro della segreteria della federazione; e poi, dall'81 all'82, quando è ritornato a fare il segretano regionale, come membro della segreteria regionale. Ora, fra tre giorni saranno vent'anni da quel tragico 30 aprile del 1982. "Hanno ammazzato Pio e Di Salvo" mi dissero, quasi ad un'unica voce, Mimi Bacchi, che qui vedo e Collarà, sull'ingresso del palazzo di corso Calatafirni. Stupore, incredulità, ma subito anche dolore e rabbia. Desiderio terribile di vendetta e poi ancora dolore e pianto.

Non mi toglierò mai dalla mente l'immagine di Rosario Di Salvo, col capo poggiato sullo schienale del sedile, nella stessa posizione nella quale lo avevo visto riposare in cento e cento viaggi al ritorno da Siracusa, Ragusa, da Gela, dai posti più lontani della Sicilia. Era consuetudine che gli dessi il cambio al bivio di Caltanissetta per gli ultimi cento chilometri, avendo io dormito nella prima parte del viaggio. Un ragazzo, un compagno straordinario, acuto osservatore, bonario ma anche critico attento, quando avvertiva che nel concludere la riunione, o durante un comizio, avevi usato qualche espressione infelice o qualche tono anche sbagliato. Anche per questo Pio l'aveva voluto con sé, e lui aveva lasciato una sistemazione sicuramente più comoda e senza rischi. Aveva capito che con Pio si faceva sul serio. Questo fare sul serio esaltava l'impegno di Rosario.

Fare sul serio era il punto vero che Pio aveva posto all'ordine del giorno tornando in Sicilia. Non amava la presa in giro. Ci siddiava, per dirla alla palermitana, a pigghiata ppi fissa.

Richiedeva che ci si comportasse coerentemente con i principi proclamati, né gli piacevano coloro che facevano soltanto propaganda. Il 30 settembre del 1981, all'indomani della rielezione a segretario regionale del partito, in un'intervista sul Giornale di Sicilia a Felice Cavallaro, che gli ricorda la critica di Berlinguer ai compagni siciliani, bravi nelle analisi ma meno validi nelle realizzazioni, Pio dichiara di volere un partito capace di avere sì un progetto, ma anche di andare oltre la pura propaganda del progetto stesso. E richiama il concetto di democrazia progressiva posto da Togliatti a base del Partito nuovo.

La Torre è protagonista di un vasto e articolato movimento politico di massa, di una rete di sindacati, cooperative, di associazioni, di organizzazioni professionali, di comitati di quartieri, di comitati di lotta. La politica si fa con la gente: questo era il punto dell'azione di Pio La Torre. E a conclusione di quell'intervista pone l'obiettivo principale sul quale intende cimentarsi: un grande movimento unitario per la pace e per il disarmo, per impedire che la Sicilia sia la vittima designata di uno scontro fra quelle che allora erano i "blocchi" (il blocco occidentale facente capo agli Stati Uniti e al Patto atlantico e il blocco dei paesi comunisti facenti capo all'Unione Sovietica e al Patto di Varsavia).

Ricordo ancora con rabbia e disappunto certi commenti che seguirono l'enunciazione di tale proposta. La Torre era vecchio, guardava indietro, si illudeva, poverino, di risuscitare il movimento di massa come all'epoca dell'occupazione delle terre, della riforma agraria, in una Sicilia cambiata ma sempre apparsa irredimibilmente resistente a mutamenti sostanziali. La Torre, di contro, duro, aggressivo, tenace, era convinto di poter costruire un fronte unitario per la pace e per liberare la Sicilia dai missili e dalla mafia. E lo fece. Costruì quel movimento, come quest'ultimo filmato dimostra, con le Acli, alcune associazioni cattoliche, alcune organizzazioni religiose. Pio riuscì a creare quel movimento di massa.

Destino singolare il suo! Aveva concluso la relazione di minoranza alla prima commissione anti‑mafia e spingeva alacremente perché il Parlamento discutesse quella relazione e soprattutto approvasse la legge che traduceva in precise norme le indicazioni conclusive di quella relazione.

Voglio ricordare il giudizio che Francesco Renda dà, nella presentazione degli scritti di Pio La Torre, dei discorsi e degli atti all'Assemblea Regionale. Ricorda: "Quel contributo segna una pagina di storia del diritto penale italiano, ma segna anche un momento di svolta del costume politico e sociale del paese. Una svolta anche nella stessa direzione politica generale delle istituzioni, in conseguenza di quella nuova norma giuridica secondo la quale l'associazione mafiosa, vista nei suoi più reconditi santuari economico‑finanziari costituisce un'apposita figura di reato, prima non prevista dal codice penale italiano come anche non formulata nella legislazione straniera, del diritto nazionale ed internazionale ha fatto un salto di qualità e ha reso possibile ed efficace la perseguibilità non solo morale e politica ma anche penale della mafia".

Nel 1986 sono stato negli Stati Uniti come componente di una delegazione della Commissione nazionale antimafia. Incontrammo l'allora procuratore generale di New York Rudolf Giullani. Proprio lui ci disse che la legge La Torre costituiva un punto di riferimento per tutti loro e un elemento decisivo di innovazione per combattere la criminalità organizzata a livello internazionale. Purtroppo, vivo La Torre, e nonostante i suoi sforzi, la battaglia per fare passare quella legge non fu adeguatamente sostenuta dall'impegno e dall'iniziativa delle forze democratiche a livello nazionale.

L'emergenza del terrorismo e la necessità di intensificare il dialogo fra le forze politiche contrapposte induceva a sottovalutare, e talvolta anche ad attenuare, il problema della lotta alla mafia. Analogamente, quando La Torre affrontò la questione dei missili e della conseguente iniziativa per impedire la costruzione della base di Comiso, l'esigenza di affermare l'unità di tutte le forze democratiche in politica estera prevalse sulla richiesta di una diversa collocazione internazionale dell'Italia che puntasse a fare del Mediterraneo un mare di pace. Ancora una volta la vera sostanza del problema posto da La Torre veniva elusa. Infatti, per La Torre, se la Sicilia diventava una base missilistica, una sorta di portaerei del Mediterraneo, non c'era speranza di libe­rarsi dalla mafia.

Liberare la Sicilia, porla al centro di un processo di pace e di cooperazione per i popoli del Mediterraneo: questo era il punto vero posto da La Torre. Pur essendo egli un uomo le cui posizioni politiche tendevano molto al dia­logo e ad accreditare il ruolo e la capacità di governo del suo partito, si rendeva conto che, assieme al partito e a sostegno della sua politica, bisognava avere un più vasto movimento democratico, bisognava avere la gente.

Concludo richiamando la vostra attenzione su quello che è avvenuto qualche giorno fa proprio qui a Palermo. Il 23 marzo abbiamo avuto un grande sciopero generale. A parte le sciagurate occasioni di funerali per le vittime della mafia, dopo le manifestazioni di vent'anni fa per Comiso non si era mai vista tanta gente insieme: tanti lavoratori, studenti, donne, rappresentanti del ceto medio, manifestare con forza, serenità e fiducia. Abbiamo capito che si può ricominciare: puntando sul­l'unità delle forze democratiche e pacifiste, rilanciando la lotta per liberare la Sicilia dalla mafia e fare del Mediterraneo un mare di pace di fratellanza e di solidarietà. Voglio qui ricordare che il figlio di La Torre oggi lavora con le organizzazioni di solidarietà in Palestina. Lavora cioè là dove si affronta un punto cruciale per la pace. Viva Pio La Torre, viva la libertà della Sicilia.

On. Giuseppe Lumia, già presidente defia Commissione antimaria: L'impegno di La Torre contro la mafia e per la pace. Le due cose vanno insieme. Pensiamo a cosa si sta facendo in questi giomi per gli immigrati. E qui c'è il doppio volto della politica: uno che definisco vigliacco e un altro che potrebbe creare cooperazione, pace all'intemo dei diritti. Nella scorsa legislatura in Commissione antimafia [ci siamo occupati di una questione] importante e riconosciuta che abbiamo definito la tratta degli esseri umani, la schiavitù.

Molti di questi immigrati sono strappati dai loro paesi. Sono presi in giro. Molte donne sono violentate e ridotte a vera e propria schiavitù. Molti bambini sono costretti a lavorare nei nostri scantinati. Questi uomini, queste donne, questi bambini vengono condotti nei porti della Turchia, della Grecia, dell'Albania. Arrivano nel nostro paese e sapete che accoglienza hanno? Hanno l'accoglienza della politica vigliacca. Sono considerati cioè un problema da castigare. E la mafia che li sfrutta, li prende, li organizza, li riduce a schiavitù non viene colpita. Quella mafia, che magari è fatta anche di albanesi col permesso di soggiorno in regola, non viene colpita. Quella si adatta subito nel nostro paese e magari viene accettata di buon grado nei nostri salotti, mentre quegli immigrati sono colpiti e considerati un grave problema. Ecco perché è importante il tema della pace.

Il Mediterraneo ha bisogno di una politica alta. Ha bisogno di una politica giusta e non ha bisogno di quella vigliaccheria che tiene insieme diritti negati e mafia che sa sfruttare questi diritti negati. Pio La Torre l'aveva capito e ci ha lasciato la vita. Forse in questi anni, noi non l'abbiamo ancora capito e dobbiamo capirlo presto.

Lidia Tilotta: Lei ha sostenuto che nell'uccisione di Pio La Torre non c'era solo mqfla ma anche altro e che nelle ragioni del delitto le sue battaglie per la pace non erano estranee.

Armando Sorrentino, avvocato di parte civile nel processo per il delitto La Torre: Sì, confermo. Anzi altri elementi arricchiscono quel quadro, che dal processo non esce chiaramente. Ma se Pio La Torre è stato ucciso per le ragioni di una vita spesa per l'attività politica e sindacale, non si può allora dimenticare l'ultima fase della sua vita. Fu combattente di tante battaglie e capace di maturare una comprensione anticipata dei fenomeni che stavano per accadere. Capisce per esempio subito il ruolo di Sindona in Sicilia. E questo accade poco prima della sua morte. Ma [il caso Sindona] è successivo all'uccisione di Terranova, e ritengo che La Torre avesse veramente capito i meccanismi alti di funzionamento di Cosa Nostra. t facile molto spesso ritenere che la mafia sia responsabile di tutto. Sul piano militare non c'è dubbio che lo sia sempre stata. Ma chi ha consentito che Cosa Nostra diventasse un'organizzazione così potente? La Torre l'aveva capito.

Ma vorrei che si cominciasse a riflettere sulla battaglia per la pace, per il disarmo e contro l'installazione dei missili. In quel momento [era una battaglia] di portata per così dire eversiva, eccezionale, in considerazione del ruolo strategico che allora, e anche oggi, la Sicilia ha nel Mediterraneo per il controllo del petrolio e le strategie militari e geo‑politiche. E allora vorrei che si ricordasse La Torre non soltanto per la legge che porta il suo nome. Pensiamo a chi è morto sulla strada della lotta per la pace. Ogni storia personale è diversa dalle altre. Martin Luther King, Olaf Palme, Rabin e tutti coloro i quali sono stati uccisi hanno contribuito con il loro sacrificio ad aprire la strada a processi di cambiamento della politica internazionale.

Luigi Colajanni, vice segretario del Pci del tempo: La Torre è stato uno dei grandi costruttori della democrazia italiana. Dal momento in cui è nata la Repubblica, bisognava poi definire il quadro con i diritti, le libertà, la Costituzione e le regole. E questo si è fatto attraverso grandi battaglie, spesso anche sanguinose. Quella per la riforma agraria si poneva l'obiettivo dell'eleminazione del regime feudale. Quella contro la mafia si è rivolta contro il lato oscuro della società italiana e i suoi legami con le componenti reazionarie. La battaglia per la pace ha rappresentato infine un passaggio essenziale per ricollocare il nostro paese nell'ambito internazionale, soprattutto nel Mediterraneo.

Tutti questi elementi, secondo me, ci hanno dato una grande forza, la consapevolezza di essere stati nel corso di questi anni dalla parte giusta, e non è poco. Queste battaglie hanno incontrato anche grandi resistenze e in molti casi hanno avuto epiloghi sanguinosi, come è accaduto per le lotte contro il feudo e per quelle contro la mafia. E' necessario che ancora oggi queste lotte riescano a coinvolgere larghissimi settori della popolazione italiana. Solo le lotte di massa sono incidenti e hanno valore; non soltanto risultano vincenti ma depositano nella coscienza di chi vi partecipa un gradino di coscienza democratica in più. Questa è la grande lezione di La Torre ed è secondo me un'eredità bella ma anche pesante che bisogna saper portare avanti.

Giusto Catania, segretario regionale di Rifondazione comunista: La battaglia per la pace di Pio La Torre è stata un punto d'identità per la sinistra. Troppo spesso, negli ultimi anni, la sinistra ha pensato che la guerra fosse anche un male necessario. Oggi per riprendere la lezione di Pio La Torre bisogna ancora una volta dire che la guerra è sempre un male e mai un bene. E allora il punto di partenza è proprio l'impegno di Pio La Torre che ha raccolto un milione di firme di siciliani contro l'installazione dei missili a Comiso. Un milione di siciliani si sono contrapposti alla logica della guerra. E Pio La Torre diceva una cosa in più: diceva che l'installazione dei missili a Comiso aveva un doppio legame con le organizzazioni criminali. La guerra cioè stava portando maggiori profitti alla mafia in Sicilia. E questo è ancora vero oggi che i patrimoni criminali e quelli della guerra si intrecciano. Ancora una volta bisogna riflettere sulla necessità che la lotta contro la guerra e la battaglia per la pace siano punti d'identità per la sinistra. Soprattutto per la sinistra siciliana chiamata a puntare su una prospettiva ampia, che veda il Mediterraneo, come diceva Pio La Torre, con il centro della pace e il luogo di accoglienza di tanti popoli e di tante culture. Questo è vero ancora oggi: quello che sta avvenendo nel Mediterraneo è sintomatico della necessità di riproporre la pace come tema centrale nella battaglia politica. A pochi chilometri da noi c'è una guerra da anni. In quel filmato che abbiamo visto, abbiamo visto anche una bandiera della Palestina. Quel tema è ancora attuale. Quello che accade in Palestina richiama ancora una volta la necessità per la sinistra di ragionare complessivamente sul fatto che la pace deve essere un tema della rifondazione dell'identità della sinistra.

Lidia Tilotta: Le battaglie per la pace riuscivano ad avvicinare anche tantissimi giovani alla politica. Ancora oggi potrebbe essere così?

Manfredi Lombardo, studente universitario: E' evidente. C'è un uomo che ha portato un milione di giovani in piazza dopo otto anni di silenzio della politica su una battaglia fondamentale come quella per la difesa dell'articolo 18. Ci sono tanti giovani che hanno ripreso a fare politica e hanno partecipato alla marcia della pace che aveva molte cose in comune con la marcia di Comiso e quella di Palermo contro i missili.

Il movimento dei giovani è alle prese con un problema molto serio. t emerso in modo pesante quando abbiamo scoperto che non c'è giustizia per i giovani probabilmente torturati nella caserma di polizia di Napoli. Non c'è giustizia per quei ragazzi torturati nella caserma di Genova, a Bolzaneto. Questo clima va combattuto con un movimento di massa. Con l'informazione che ci ritroviamo e gli spazi di democrazia ristretti solo con un grande movimento di massa possiamo cercare di migliorare il nostro paese.

Mauro Lorito, studente dell'Itc Pio La Torre: L'impegno per la pace ha caratterizzato la vita di Pio La Torre. Di lui ricordiamo soprattutto la battaglia contro l'installazione dei missili a Comiso. t un argomento molto attuale oggi che la guerra sembra essere diventata una condizione permanente. Penso che il messaggio di pace debba essere raccolto da tutti i giovani e che ognuno debba fare la propria parte per adempire ai propri incarichi con un senso di responsabilità e con l'obiettivo di vivere in un ambiente di pace e di serenità.

Salvatore Nicosia, Istituto Granisci siciliano: E' questa la più imponente delle manifestazioni che si sono tenute nel ventennale dell'uccisione di Pio La Torre, soprattutto a Palermo, ma anche altrove. U Istituto Gramsei Siciliano vi ha contribuito con un incontro al Convitto Nazionale, dedicato alle scuole, e con due pubblicazioni: la ristampa dell'opera di Pio La Torre, Comunisti e movimento contadino in Sicilia (Istituto Gramsci Siciliano‑Editori Riuniti 2002) e l'edizione di un volume inedito di Cesare De Simone, Pio La Torre. Un comunista romantico (Istituto Gramsei Siciliano‑Editori Riuniti 2002).

A me sembra che tutte queste celebrazioni abbiano poco di celebrativo e che non siano il frutto di una strategia concordata della memoria e della "rimemorazione". Piuttosto, mi sembra un fenomeno spontaneo, e la presenza qui di tanti giovani mi conferina che, in un momento di crisi spaventosa della politica, si avverte il bisogno di un modello di politica alta, improntata ad elevati ideali: come fu appunto quella di Pio La Torre, che lottò per la terra, contro la mafia, per la pace. Tre temi fondamentali, che costituirono le ragioni della sua vita, e anche della sua morte.

CONCLUDE

Sergio Cofferati, Segretario Nazionale CGIL: Capita a me di vedere dall'intemo quanto sia importante l'esercizio della memoria per una grande organizzazione sindacale, con gli ospiti che ci hanno onorato della loro presenza e dei loro ricordi. Questo è il compito delle grandi organizzazioni: avere sempre grande rispetto e attenzione per le persone che hanno lavorato e hanno lasciato traccia nell'organizzazione. Ancor di più quando quelle persone sono state private della vita con atti violenti come è capitato a Rosario Di Salvo e a Pio La Torre che, come avete sentito, hanno lasciato una traccia e un sentimento profondi. Non c'è nulla che viva così a lungo se chi si è fatto portatore di quell'idea, di quella scelta, non abbia incontrato nella sua attività il consenso di molti, la stima delle persone con le quali lavorava e il rispetto dei suoi avversari.

Pio La Torre rappresenta una figura importante per la Cgil così come lo è per la sinistra politica italiana. Era diventato, come avete sentito, sindacalista quando ancora era molto giovane. Ha vissuto qui in Sicilia alcuni dei momenti più difficili della lotta sindacale ed ha contribuito a dare consistenza a una parte della storia, e non è una storia marginale, del movimento operaio e delle sue associazioni di rappresentanza. E' una storia che occorre sempre ricordare a noi tutti e indicare come elemento di valutazione. Ci diranno poi loro, i giovani, se apprezzarlo o meno.

Il sindacato italiano ha una storia particolare. t nato oltre un secolo fa e, a differenza di tante altre organizzazioni, non ha mai rappresentato semplicemente i bisogni e i problemi di una professione o di una categoria ma è sempre stato, come si dice, un sindacato confederale. Questo rappresentano le Camere del lavoro fin dalla nascita: organizzazioni che rappresentano interessi e bisogni complessi, e dunque sanno tenere insieme tante esigenze diverse, sono capaci di mediarle e per questo sono in grado, di volta in volta, di fissarne le priorità.

Il sindacato italiano è un soggetto riconosciuto e rispettato da molte persone perché, nel corso di questo lunghissimo arco di tempo, oltre centodieci anni, ha partecipato al processo di emancipazione di milioni di persone. Persone che si sono iscritte al sindacato o che semplicemente hanno fatto riferimento al lavoro e all'attività del sindacato. Pio qui si è battuto perché quel l'emancipazione riguardasse in primo luogo i deboli. I più deboli, alla fine degli anni '40, erano i braccianti e i contadini: persone che avevano un lavoro stentato, per nulla garantito, qualche volta non in grado di assicurare loro un reddito sufficiente per uscire dalla condizione del disagio e della povertà. Dunque, la loro emancipazione era fondamentale per la società siciliana, e la Sicilia era una parte rilevante di questo paese. Ma perché quel processo di emancipazione procedesse e quelle persone avessero un riconoscimento positivo dei loro bisogni materiali, bisognava nel contempo affrontare e risolvere il problema dei diritti negati. Avete sentito come, nel filmato ma anche nelle testimonianze, molte delle cose che oggi sembrano a noi scontate, quei diritti che quotidianamente utilizziamo, anche quelli che siamo chiamati a difendere nelle circostanze più recenti, fossero allora assai lontano dall'essere concretamente acquisiti e poi utilizzati. Al braccianti e ai contadini dell'immediato dopoguerra il processo di emancipazione spesso era negato in primo luogo dalla mafia. La mafia aveva paura dell'emancipazione delle persone che lavoravano e volevano lavorare perché, per realizzare i suoi disegni, aveva bisogno di condizionare chi investiva e chi aveva le risorse per produrre ricchezza. Ma ancor di più aveva bisogno di agire con violenza contro le persone che aiutavano questo processo di emancipazione, e dunque si impegnavano per dare dignità ai lavoratori. Il lavoro del sindacalista Pio La Torre e di tanti altri qui aveva concretamente quell'obiettivo. La sconfitta della mafia per Pio, per gli uomini e le donne della sua generazione, diventa un bisogno di costruzione delle condizioni del vivere civile.

Sapete che in quegli anni sono stati consumati tantissimi atti intimidatori verso i simboli e le sedi del sindacato. In un arco di tempo relativamente breve, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla metà degli anni '50, in Sicilia vengono uccisi quasi quaranta sindacalisti. Alcuni importanti e sindacalisti, altri più umili e meno conosciuti. Ma ognuno di loro viene scelto con l'intento che sempre la criminalità organizzata ha nel suoi atti delittuosi: quello di spaventare, condizionare, distruggere anche i simboli di un'idea che la mafia avversava. Non sono soltanto atti singoli. Spesso sono atti violenti verso la collettività come la strage di Portella della Ginestra. E per un altro verso [ci sono] gli atti repressivi, certo diversi ma non meno preoccupanti, con i quali le normali, fisiologiche lotte sindacali venivano contrastate. Sono gli anni nei quali i braccianti cominceranno a definire le loro condizioni di tutela e di difesa con atti negoziali territoriali che soltanto alcuni decenni dopo daranno vita a un contratto nazionale.

Ebbene, per impedire a quelle donne e a quegli uomini di avere una regola che sancisca le loro condizioni materiali, il tempo di durata del loro lavoro, il salario, gli agrari ricorrono a forme di contrasto molto aspre. Qualche volta, purtroppo, quelle lotte sono represse nel sangue anche con l'intervento delle forze dell'ordine, in qualche circostanza addirittura dell'esercito. Sono anni nei quali in Puglia, Basilicata, Sicilia molti lavoratori vengono uccisi.

Negli stessi anni atti repressivi vengono consumati anche nelle fabbriche del Nord. La morte degli operai di Modena, agli inizi degli anni '50, è causata anche li da un atto repressivo forte. Il tentativo è sempre lo stesso: cercare di contrastare quel movimento che cresce e le persone come Pio che attivamente, giorno dopo giorno, cercano di dare consistenza a progetti rivendicativi, affrontano con il rischio diretto della loro persona qualsiasi battaglia, vengono incarcerate con atti illegittimi, come poi verrà dimostrato. Ma non si piegano.

Occorre trarre da questa parte [della nostra storia], che avete visto riproposta anche nel filmato e ricordata dalle testimonianze, una prima logica conseguenza per i nostri comportamenti futuri. Il processo di emancipazione delle persone che lavorano è appunto un processo, non è mai concluso. Nel mondo del lavoro entrano sempre soggetti nuovi che hanno ugualmente bisogno di essere aiutati ad acquisire condizioni dignitose di vita e di lavoro e a vedere rispettati i loro diritti, siano essi individuali o collettivi, tutelati attraverso la rappresentanza collettiva.

Rispetto ai tempi di Pio La Torre c'è un'altra circostanza che oggi non si riproduce più. Per scelte che il sindacato ha fatto, per distinguere le funzioni di rappresentanza sociale da quelle della rappresentanza politico‑istituzionale, oggi i sindacalisti non sono più consiglieri comunali, consiglieri regionali o parlamentari. All'epoca non era così. E bisogna dire che se importante è stata la distinzione [tra i due ruoli] non meno importante è il valore di quella esperienza passata. Per quanto possiamo considerarla, con gli occhi delle donne e degli uomini di oggi, come un'esperienza anomala, tanti comuni valori sono facilmente identificabili.

Come sindacalista e rappresentante politico nelle istituzioni, Pio partecipa al processo di costruzione della nuova società palermitana; ritrova quei contadini, che nel frattempo sono diventati in larga parte lavoratori edili, e contrasta, da sindacalista e da rappresentante politico nelle istituzioni, la mafia che ha cambiato pelle e natura. La mafia agraria è diventata mafia [urbana] che condiziona gli appalti e dunque interviene là dove il nuovo ciclo economico produce il livello più alto di ricchezza. Contemporaneamente condiziona le attività economiche e il lavoro e cerca di condizionare la società siciliana e quella palermitana.

La mafia è nemica della democrazia. E' nemica di ogni e qualsiasi processo di ammodemamento e di sviluppo della società. Pio l'aveva capito e l'insegnamento che ci lascia in eredità per quegli anni fecondi di esperienza anomala, come rappresentante delle istituzioni e come rappresentante sindacale, è nei suoi atti politici successivi. Si è detto qui del valore della legge che porta il suo nome insieme a quello dell'on. Rognoni. Ebbene, quella legge nasce perché Pio osserva da vicino,vede, contrasta gli effetti della mafia sul lavoro e sui meccanismi di accumulazione. E capisce che bisogna intervenire lì per rompere il processo, non soltanto con l'iniziativa politica ma anche con gli strumenti legislativi, per impedire ai mafiosi di continuare nella loro scellerata attività di condizionamento dì qualsiasi forma di vìta sociale, economica o semplicemente civile.

Questa sua capacità di agire su più livelli ne fa un dirigente a tutto tondo. Dunque, una persona importante per il sindacato nel quale lavora e che poi lascia di li a qualche anno ma, come si è detto, [per lavorare] ancor di più per la sinistra. Pio vede anche gli effetti dell'intervento della mafia nelle prime attività industriali e ne contrasta la presenza all'Elettronica Sicula, uno degli insediamenti che dureranno nel tempo e al Cantiere. Nella società che cambia, da agricola a industriale, questa capacità di trasmigrare della criminalità organizzata viene colta e combattuta. t chiaro a lui, come alle persone che lavorano con lui, che la mancanza di legalità finisce col condizionare la stessa crescìta possibile e auspicabile della Sicilia, di Palermo e del Mezzogiorno. La mancanza di legalità è contemporaneamente causa ed effetto dei processi di rallentamento e della modernizzazione e dello sviluppo.

Nella attività dì sindacalista [di La Torre], anche quando si occupa esclusivamente dei contadini e dei braccianti., la dimensione confederale è netta. Perché voi non troverete mai traccia negli atti rivendicativi del sindacato italiano e della Cgil, nei momenti così lunghi della sua vita, di un intervento che abbia come obiettivo semplicemente (ma sarebbe già molto) quello di puntare a migliorare le condizìoni di lavoro e di vita delle persone rappresentate. C'è sempre una connessione sistematica tra il mutamento delle condizioni e l'acquisizione e la conferma dei diritti. E in questo profilo confederale, quello che a noi preme molto ricordare oggi, molto si parlerà della sua attività politica negli appuntamenti successivi a partire da quello del 30. In questo valore confederale, in questa capacità di lettura duplice dei fenomeni e dei processi, c'è quel che Pio ci ha lasciato: la parte più importante dell'esercizio della memoria quotidiana.

Sono stati qui indicati i temi, i titoli che con grande facilità si possono trarre come insegnamento per l'attività futura dal lavoro che in quegli anni difficili che impegnò Pio La Torre, da sindacalista prima e da politico dopo. Bisognerebbe dire qui anche, a proposito dell'importanza della battaglia per la legalità, della funzione e del rispetto per tanti che sono esposti. [Parlo] di quelle forze dell'ordine che hanno progressivamente, e con l'aiuto di persone come Pio La Torre, costruito le forme della loro democrazia interna che deve essere rafforzata e difesa, anche quando in alcune circostanze recenti una parte di loro, una parte, non ha rispettato le funzioni ed i vincoli propri di questa attività. E il rigore e la fermezza necessari nella condanna di tutto ciò che si è determinato fuori dalle regole e dal comportamento lecito non deve mai farci dimenticare l'importanza del processo di democratizzazione di forze dell'ordìne che in quegli anni lontani avevano altri comportamenti. E, come dirò anche per gli altri insegnamenti di Pio, occorre tener fermo un principio. Questi processi non sono mai, purtroppo, irreversibili. Vanno consolidati e difesi quotidianamente dalla tentazione di cancellarli e di produrre forme involutive che ci potrebbero portare ad un passato lontano.

Nella lotta contro la criminalità una funzione importantissima ha avuto e continua ad avere la magistratura. Difendere l'autonomia della magistratura e riconoscerne le funzioni non è soltanto un atto dovuto. Come non vedere che a Palermo in anni passati e recenti il lavoro di tanti magistrati, non soltanto di quelli colpiti e uccisi dalla mafia, ha dato un contributo determinante. Rispettarli, rispettare le loro funzioni e i loro compiti è importante per dare uguale efficacia all'azione contro la criminalità organizzata e la mafia che ci chiedevano le donne e gli uomini della generazione di Pio. Sono certo, fonte di preoccupazioni per tutti avvenimenti come quelli che registrati a Napoli (l'arresto di poliziotti accusati di violenze contro i no global, ndc), ma io credo che sia necessario il rispetto del lavoro e della funzione della magistratura accompagnato dalla richiesta che tutto sia definito con chiarezza in tempi rapidi. Non è però accettabile che il lavoro difficile della magistratura venga condizionato dagli interventi fuori luogo e impropri della politica, come è accaduto ancora nel corso di queste ultime ore.

La lotta di quegli anni lontani, quando affrontava i problemi materiali delle persone e dei loro diritti, aveva come obiettivo la coesione sociale come elemento fondante e tessuto connettivo di un paese che aveva davanti grandi sfide, in primo luogo quello della crescita e dello sviluppo del Mezzogiorno. Insieme alla coesione e al riconoscimento dei bisogni materiali e dei diritti certi, [c'era] la riproposizione, allora più difficile di oggi, della pace come valore universale in un Mediterraneo che poteva diventare, e progressivamente è diventato, un punto di connessione tra l'Europa nascente e una parte rilevante del mondo: l'area dell'Africa che si affaccia sul Mediterraneo. La lotta contro l'insediamento dei missili a Comiso puntava esplicitamente [a dare] questo messaggio ai siciliani, agli italiani, a tutti coloro che si affacciano sul Mediterraneo: è importante avere un'altra prospettiva rispetto a quella offerta dal rafforzamento di un sistema in grado di determinare, attraverso il riarmo e la militarizzazione, condizioni di guerra e di contrasto violenti. Dunque gli elementi propri di quella storia sono ancora di grandissima e straordinaria attualità.

La priorità ancora ignorata del Mezzogiorno e l'idea della crescita in pace, della realizzazione di una nuova patria come l'Europa che assicuri una condizione di sviluppo economico, diritti e regole rispettate possono diventare un punto di riferimento nei processi di globalizzazione. Credo che sia questo l'aspetto più importante di quella storia che si può riproporre oggi in un processo di trasferimento di valori ai più giovani perché li facciano propri con lo spirito critico di chi conosce la storia e non ne accetta l'alterazione, di chi vuole conoscere i fatti anche i più dolorosi.

La verità storica è l'unica che può aiutare le giovani generazioni a discernere, a non commettere gli errori del passato e a guardare con fiducia al futuro. Poi spetta a noi offrire a questi ragazzi dei valori di riferimento. E pretendere, come facciamo quotidianamente, che per loro valgano i diritti conquistati dalle generazioni precedenti a volte con duri sacrifici per i quali un'a­zienda non può più licenziare senza giustificazione, non può più discriminare tra donne e donne, tra uomini ed uomini.

[E perciò necessario difendere e mantenere] le condizio­ni che hanno offerto a tante persone non soltanto la possibilità di mantenere un reddito ma di difendere soprat­tutto la loro dignità e la possibilità di sentirsi realizzati nel lavoro. Sono queste le cose che le generazioni devono tramandarsi l'un l'altra e che le persone mature devono spiegare ai giovani, non soltanto con intento pedagogico, che spesso giustamente i giovani non apprezzano, ma con l'intenzione di chi offre una parte della propria esperienza e della propria storia e chiede ai giovani di giudicarla liberamente.

[E importante] offrire dei valori, dare un'idea della società che non sia fatta soltanto delle condizioni materiali per vivere ma anche degli ideali per potersi sentire realizzati come persona. Pio La Torre era un riformista, la sua pratica di riformista è quella che avete sentito qui descrivere. lo credo che si possa, alla fine e a conclusione di questa giornata, sintetizzarla rapidamente. Pio era un riformista che guardava ai bisogni delle generazioni che sarebbero venute dopo di lui. Per questo si era battuto per lo sviluppo di questa terra, per la legalità, per la pace. Aveva chiaro, da sindacalista e da politico, il valore dei diritti della coesione sociale. E da vero riformista sapeva che questi obiettivi, queste politiche vanno praticate con il senso della gradualità nei cambiamenti, passo dopo passo, avendo chiara la linea di demarcazione tra i propri interessi, le proprie esigenze e quelle degli avversari da contrastare e da combattere con gli strumenti della democrazia. E riaffermando sempre, con il proprio comportamento, il senso della progressività nell'acquisizione degli obiettivi, la gradualità nel cambiamento, ma anche (questo è il fondamento di qualsiasi pratica riformista) la radicalità nella difesa dei valori e dei diritti della persona. Questo è l'insegnamento che dobbiamo trarre insieme da una delle più importanti esperienze di vita che un dirigente della Cgil, del Pci e della sinistra siciliana ed italiana ci ha lasciato.

Nulla è dato per sempre. Molte cose sono cambiate, alcune hanno consentito ai giovani di avere un paese migliore. Bisogna avere consapevolezza, noi insieme a loro, che però quei valori, quei mutamenti vanno quotidianamente difesi, anche con i propri comportamenti. La coerenza che una persona come Pio La Torre ha sempre avuto, è un bene in sé. Lo è stato per la sua generazione e deve esserlo come lascito e come patrimonio anche per la nostra e per le generazioni future.

APPENDICE

I PARTE

BIOGRAFIA DI PIO LA TORRE

PIO LA TORRE

UNA VITA PER LA GIUSTIZIA SOCIALE E LA LIBERTA

(1927‑1982)

Pio La Torre nasce ad Altarello di Baita, borgata di Palermo, nel 1927,in una famiglia contadina,di umili condizioni. Ricorderà più tardi:" ... nel piccolo villaggio dove io sono nato, all'età di otto anninon avevamo la luce elettrica, si studiava al lume di candela o a petrolio,e l'acqua da bere dovevamo andare a prenderla quasi a un chlilometro di distanza".(Pio La Torre, Comunisti e movimento contadini in Sicilia, Roma 1980).Cresce quindi a diretto contatto con le privazioni,le sofferenze, la dura fatica del mondo contadino cui facevano da vergognoso contrastro il lusso,lo sperpero,Finattività dei ricchissimi proprietari terrieri che stavano spesso a Palermo, qualche volta a Roma, vivendo di rendita .] E' in questo ambiente che La Torre, fin dal l'adolescenza, matura il suo amore per la giustizia sociale e la convinzione di un dovere da compiere lottando con i più deboli e bisognosi contro i sopprusi, le angherie, lo sfruttamentoper la dignità e il riscatto delle masse siciliane. Pio La Torre cosi descrive la situazione di allora nella maggior parte delle campagne siciliane: "Nella casa di una famiglia di braccianti di Corleone …in cui ho dormito molti giorni, … avevano un secchio che non sapevo bene se era un secchio o una pentola, perchè serviva per cucinare gli spaghetti e per lavarsi i piedi. C'era la capra che girava liberamente per la casa come un animale sacro, in quanto solo grazie al suo latte si alimentavano i bambini, che altrimenti sarebbero morti di tubercolosi e di fame. I braccianti e i contadini, poveri di allora non avevano alcun salario previdenziale. Bisognerebbe appunto tener conto di quello che oggi hanno conquistato i lavoratori, i braccianti e gli edili nel Mezzogiorno d'Italia in fatto di pensione, di assegni familiari, di sussidio di disoccupazione, di diritto all'assistenza mutualistica. Allora non avevano quasi nulla di tutto questo; nei lunghi periodi di disoccupazione, per dare una minestrina ai bambini, dovevano andare a raccogliere un pò di verdura nei campi, e le mogli dei braccianti andavano a fare le spigolatrici" (op. cit.). E’ per cambiare questa realtà che La Torre nel 1945 si iscrive, al PCI, di cui diventa funzionario. L'impegno politico da allora in poi assorbirà tutta la sua attenzione e le sue energie, trasformandosi in coerente scelta di vita.

L’esasperazione delle masse contadine si è storicamente espressa o in episodi di rivolta,il più delle volte condannati alla sconfitta, o nel fenomeno del brigantaggio. Pio La Torre è convinto che sia necessario orientare e organizzare questo profondo malessere in un movimento consapevole di rivendicazione sindacale e politica con obbiettivi precisi, anche se limitati. Il desiderio di giustizia sociale per produrre cambiamenti positivi sostanziali nella vita quotidiana di donne e uomini esige impegno, studio e riflessione. IJUtopia di una società più giusta, senza stridenti diseguaglianze sociali ed economiche deve coniugarsi con l'attenzione costante alla reatà data, valutando, in base anche ai rapporti di forza, ciò che e possibile ottenere in un dato contesto, praticando le mediazioni necessarie.

Questa è la politica a cui Pio La Torre si dà anima e corpo.

Subito dopo la sua iscrizione al PCI comincia a girare insieme con altri giovani dirigenti del partito tutta la provincia di Palermo, con mezzi di fortuna, per partecipare ad incontri, riunioni con braccianti e contadini.

Negli anni 1945‑50 organizza e partecipa attivamente all'occupazione delle terre. Erano quelli, non dobbiamo dimenticarlo, anni in cui schierarsi dalla parte dei più deboli e dei lavoratori, lottare per diritti che oggi sembrano scontati e naturali, costituiva un rischio ed un pericolo. Il I' maggio 1947,all'indomani del successo nelle elezioni regionali di socialisti e comunisti, il bandito Giuliano sparò sui lavoratori raccolti per celebrare la "Festa del Lavoro" a Portella della Ginestra. Ci furono 15 vittime e 70 feriti. Oggi sembra accertato che la banda di Giuliano compì la strage in un contesto mafioso e su ispirazione di forze conservatrici che difendevano gli interessi degli agrari. Alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948 furono assassinati alcuni segretari di Camere del Lavoro, Rizzotto a Corleone, Li Puma a Petralia, Cangelosi a Camporeale, che avevano grosso seguito tra i lavoratori. Dirigenti socialisti e comunisti furono oggetto di minacce e persecuzione di ogni tipo. Lo stesso Pio La Torre è costretto ad allontanarsi dalla sua famiglia di origine. "Mio padre mi aveva cacciato di casa, perchè la majia nella borgata dove io ero cresciuto non tollerava il mio attivismo.Avevamo aperte tre sezioni,.... del PCI:era un pò troppo. A questo si aggiungeva il Jàtto che ponevo il problema dell'organizzazione sindacale dei braccianti agricoli in zone dove di salario contrattuale non si doveva neppure parlare. I Mafiosi bruciarono la porta della stalla dove mio padre allevava i vitelli. Era un chiaro avvertimento. Mio padre se ne preoccupò molto. Io tornavo a casa molto tardi, anche dopo mezzanotte. Per arrivare dalle sezioni del partito a casa mia dovevo percorrere molta strada a piedi e al buio in campagna, e quindi mio padre era molto preoccupato. Una notte lo trovai sveglio e mi pose l'aut aut: o te ne vai o la smetti. La mia famiglia aveva fatto sacrifici per farmi andare all'università.In definitiva, secondo mio padre, che era semianalfabeta, io tradivo il motivo per cui tutta la famiglia faceva dei sacrifici   e quindi mi pose l'alternativa: o rientrare nei ranghi andare a scuola e laurearmi, oppure andare via.Io mi preparai il bagaglio e andai via"(op. cit.).

Il vasto movimento di lotta per l'attuazione in Sicilia dei decreti Gullo (ministro dell'agricoltura), che prevedeva la concessione ai contadini delle terre incolte, la ripartizione del prodotto della terra per il 60% ai mezzadri e per il 40% ai proprietari, un imponibile di manodopera che permettesse ai braccianti di lavorare per periodi più lunghi dell'anno, si scontrò con la resistenza degli agrari che si rifiutavano di riconoscerli e di applicarli. Uoccupazione delle terre nel biennio 1949-50, in tutta la provincia di Palermo, con la parola d'ordine 1a terra a tutti", fu un elemento di massa per l'atavica fame di terre dei contadini siciliani. Uomini, donne, bambini, interi nuclei familiari andavano all'alba con le bandiere bianche e in qualche paese accompagnati dalla musica, ad occupare e seminare le terre lasciate incolte dai ricchi proprietari.

Il dilagare del movimento spinse il governo allora democristiano,su pressioni degli agrari, a tentare la via della repressione.Si esercitò ogni forma di intimidazione contro i dirigenti sindacali, socialisti e comunisti,per farli desistere all'occupazione delle terre. Ci furono scontri tra la polizia e i contadini, nonostante la presenza delle donne alla testa dei cortei.

L'episodio più grave avvenne in Calabria, a Melissa dove persero la vita tre contadini. In Sicilia, a San Giuseppe Jato e a San Cipirello i contadini furono assaliti in aperta campagna da uno squadrone di carabinieri a cavallo. Molte persone furono ferite. Ci furono diversi arresti tra cui a Bisaquino quello dello stesso Pio La Torre che rimase in carcere, all'Ucciardone, un anno e mezzo dall' 11 marzo 1950 al 23 agosto 195 1. In questo periodo gli mori la madre e gli nacque il primo figlio. Si era infatti sposato il 29 ottobre del 1949 con Giuseppina Zacco. "Appena sposati partimmo per un viaggio di alcuni giorni con qualche soldarello che ci aveva dato mio suocero. Ma dopo pochissimi giorni ricevetti un telegramma del partito con l'invito a rientrare.In seguito all'eccidio di Melissa, lafederazione di Palermo aveva deciso di anticipare la data dell'occupazione delle terre. Il progetto di vacanza matrimoniale andò a monte. Rientrammo dopo tre o quattro giorni e ci trasferimmo nei paesi"(op. cit.).

Durante la detenzione, all'inizio particolarmente dura, si dedicò allo studio e lesse le opere di Gramsci, intellettuale e uno tra i fondatori del PCI (1921).

Il movimento contadino si esaurì per la dura repressione, ma le lotte ebbero uno sbocco sul piano parlamentere e legislativo. Nel novembre 1950 viene votata all'ARS la legge di riforma agraria. Era passato il principio della limitazione delle proprietà e dell'obbligo di miglioria e coltivazione delle terre.

Uscito dal carcere riprende subito la intensa attività all' interno del PCI e della CGIL, ricoprendo incarichi di dirigente.Fu eletto più volte al consglio comunale di Palermo e nel 1963 all'ARS. Nel 1972 come deputato nazionale fece parte della commissione parlamentare antimafia, di cui fu, a conclusione dei lavori 1976, relatore di minoranza insieme a Terranova, magistrato eletto come indipendente nelle liste del PCI, anche lui assassinato nel 1979. Si oppose alla relazione votata dalla maggioranza della commissione, evidenziandone, limiti, contraddizioni e reticenze riguardo soprattutto alla complicità tra mafia e potere politico.

La Torre infatti fu implacabile nemico della mafia che riteneva un ostacolo allo sviluppo, un grosso limite alla libertà e un rischio per la democrazia.

Dalla relazione, ma anche dai suoi articoli ed interventi si evince una puntuale conoscenza del sistema di potere mafioso, delle sue trasformazioni nel corso del tempo,dalla mafia agricola del latifondo, alla mafia urbana dell'edilizia e degli appalti, fino alla mafia imprenditrice, dedita al traffico internazionale di droga, con agganci nell'alta finanza.

Denuncia con coraggio le complicità e i collegamenti tra le cosche mafiose e i pubblici poteri.

Fa, senza peli sulla lingua, nomi e cognomi.

Analizza come si è configurato nel tempo il rapporto tra il sistema di potere mafioso e pezzi dello Stato, ricavandone la convinzione "che tale compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutt'e due le parti (mafia e potere politico) .... La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigenti". (Relazione di minoranza alla commissione antimafia 4‑2‑1976).

Capisce negli anni ottanta il salto di qualità politica della criminalità organizzata che utilizza "sistemi, metodi e anche taluni obiettivi del terrorismo politico" (dall'articolo "Se terrorismo e mafia si cambiano le tecniche", pubblicato su Rinascita il 16 novembre 1979).

Insiste sulla collaborazione tra taluni settori del terrorismo e la criminalità organizzata. In un articolo pubblicato su Rinascita nel dicembre 1981 afferma " ... le grottesche dichiarazioni... di Ciancimino ripropongono acutamente la questione dell'utilizzo che, ancora oggi, vienefatta in Sicilia del terrorismo mafioso quale strumento di lotta politica al servizio di tenebrosi disegni reazionari". In seguito, dopo la morte di La Torre, si accerterà che Ciancimino, noto esponente democristiano, già sindaco di Palermo, era uomo di fiducia dei Corleonesi.

Sulla base di questa profonda conoscenza avanza nuove proposte come quelle riguardanti gli accertamenti dei rapidi mutamenti patrimoniali e dei facili arricchimenti che traduce in una proposta di legge (conosciuta come '1egge Rognoni‑ La Torre"), che sarà approvata dopo la sua morte.

Nel 1981 chiede insistentemente di ritornare in Sicilia, a cui d'altronde era rimasto sempre vicino mentalmente e affettivamente, e all'inzio dell'82 assume la responsabilità di segretario regionale del PCI.

Appena rientrato, inizia la sua ultima battaglia per la pace e il disarmo.

Siamo ancora negli anni della contrapposizione ideologica, politica, militare tra i due blocchi usciti dalla seconda guerra mondiale. Da un lato gli Stati Uniti che hanno creato con i paesi alleati la NATO, dall'altro FURSS che ha dato vita con i suoi stati satelliti dell'Europa orientale al Patto di Varsavia. La corsa continua al riarmo Ha fatto sì che le due superpotenze abbiano un potenziale bellico in grado di distruggere, non una ma più volte, il mondo intero: quello che è stato definito l'equilibrio del terrore.L`Italia per la sua posizione strategica nel Mediterraneo ha diverse basi militari NATO e americane sul suo territorio.Negli anni ottanta la decisione del governo italiano di permettere in base agli accordi NATO l'installazione dei missili Cruise e Pershing-2 a Comiso, in provincia di Ragusa, scatena nell'isola una reazione inaspettata. Grande è la preoccupazione dei rischi cui espone una scelta militare di questa portata.

Pio La Torre, nel breve periodo del suo incarico, da gennaio ad aprile 1982, consapevole delle possibili nefaste conseguenze di una militarizzazione della Sicilia, si impegna in modo totale nell'organizzazione di un movimento unitario che mette insieme uomini e donne di diversa concezione ideologica e culturale e di diversa collocazione politica, accomunati dal rifiuto della logica della guerra e dalla convinzione della necessità della pace.Si susseguono le prese di posizione, le riunioni, gli incontri, le denunce, gli articoli, la creazione di comitati nei luoghi di lavoro, nelle scuole, la raccolta di un milione di firme per chiedere la sospensione della costruzione della base a Comiso. Un'attività frenetica volta anche a cercare alleanze, collegamenti con le forze e i movimenti pacifisti nazionali europei e mondiali.

Pio La Torre, instancabile, come trent'anni prima, non si ferma un attimo.

Va ovunque sia necessario, sprona i/le compagni/e del partito a discutere con chiunque, senza chiusure e settarismi, combatte posizioni di comodo, opportunismi di ogni tipo, pretende che ciascuno faccia fino in fondo il proprio dovere. Niente deve essere trascurato, l'organizzazione va curata con precisione ed intelligenza nei minimi particolari, se davvero si crede in ciò che si fa e si vuole raggiungere un obiettivo. Con la coerenza e la forza della sua personalità rimette in moto energie e intelligenze sopite, ne mobilita di nuove, trasmette coraggio ed entusiasmo.

Il movimento per la pace acquista nell'isola un'eccezionale dimensioni di massa fino alla imponente manifestazione a Comiso del 4 aprile.

La Torre è consapevole che la posta in gioco è altissima, 'Va strategia americana tende oggi a coinvolgere l'Italia in avventure belliche fuori dai confini e dalla concezione difensiva del Patto atlantico. J'installazione della base dei Cruise a Comiso trasformerebbe la Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l'obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace". (Intervento scritto due giorni prima dell'assassinio, apparso su Rinascita del 14 maggio 1982).

Negli ultimi tempi Pio La Torre è inquieto e preoccupato. La mattina del 30 aprile, intorno alle ore nove, mentre come sempre si recava in macchina nella sede del PCI, in via Turba, di fronte la caserma Sole, viene barbaramente assassinato insieme col suo giovane autista Rosario Di Salvo.

Ai loro funerali, presente il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, partecipa un popolo immenso e commosso di uomini e donne di tutte le età, di tutte le categorie sociali e di tante battaglie.

Dopo dieci anni di indagini si apre nell'aprile del 1992 il processo al mandanti del duplice omicidio.

Alla sbarra, tra gli altri, Riina, Provenzano, Calò, Michele Greco, componenti la cupola mafiosa. Si concluderà in primo grado nel 1995 con la condanna degli imputati all'ergastolo, confermata nei successivi gradi di giudizio sino alla definitiva pronuncia della Corte di Cassazione nel maggio 1999.

Restano tuttavia dubbi e perplessità sulle complesse motivazioni che portarono all'omicidio di un uomo "scomodo" che con la sua intensa attività politica, in soli quattro mesi era diventato simbolo di una tangibile possibilità di riscatto e cambiamento dell'isola.

a cura di Daniela Dioguardi e Silvana Vitrano

 

APPENDICE

II PARTE

INTERVISTA ALLA SIG.RA LUCIA MEZZASALMA

La signora Lucia Mezzasalma, amica e compagna di partito di Pio La Torre, ci ha gentilmente concesso un'intervista su di lui.

E’ una signora di circa settanta anni, ma ne dimostra meno: robusta, capelli biondi, il viso levigato, vestita elegantemente. Entrando nella nostra classe all'inizio era un pò impacciata, sembrava intimidita di stare in mezzo a dei ragazzi, ha chiesto dove poteva sedersi, si è levata la giacca, poi, con un sorrisso, prima che potessimo farle qualche domanda, ha cominciato a parlare di Pio La Torre.

«E’ nato da una famiglia di modeste condizioni economiche: suo padre era contadino e allevava, anche, qualche mucca. Spesso all'alba, con Peppino, l'altro figlio, andava a vendere il latte a Palermo. La madre era abruzzese; una donna veramente in gamba, lavorava moltissimo: a casa, in campagna, ma lo faceva con amore, per i suoi sei figli. E aveva le idee chiare: voleva che studiassero. La sua era una vita dura. Un altro momento importante fu la mobilitazione contro le basi NATO in Sicilia. Pio era un uomo innamorato della pace. Veramente ìnnammorato della pace. Voleva che la Sicilia diventasse un ponte di pace nel Mediterraneo, temeva che le basi missilistiche in Sicilia avrebbero aumentato la spirale di tensioni che già avevano provocato gravi conflitti. E poi temeva che la mafia potesse usare le basi missilistiche come tappe di passaggio del traffico di droga. Prima chiedevate del suo rapporto con la famiglia; per capire come fosse sempre presente nel suo cuore, pensate che anche quando era a Comiso per una manifestazione contro le basi missilistiche, e c'era stato un lavoro immenso di organizzazione, raccolte di firme, rapporti con altri partiti, altri movimenti... beh a Comiso vide i cannolicchi con la ricotta, non conoscevamo ancora quelli piccoli e lui ne comprò un vassoio per la moglie che faceva l'onomastico. Sì, aveva un affetto profondo per la sua famiglia. Lotta per l'elevazione sociale di tutti lavoratori, lotta per la pace, lotta contro la mafia. Vedete, sono queste le tappe fondamentali, i momenti che scandiscono la vita di Pio La Torre».

Chiediamo il permesso di fare un'ultima domanda: Temeva di fare la fine che ha fatto?

«Il 28 febbraio, con la sua famiglia, con il suo giovane autista, Rosario Di Salvo, erano a cena a casa mia e mentre commentavamo la nuova escalation mafiosa, lui disse: Sapete che vi dico? Che ci può capitare il morto in famiglia, ma voi dovete continuare, andare avanti ‑ la signora Mezzasalma ha la voce rotta dall'emozione, si vede che sta rivivendo dei momenti molto penosi, poi continua: ‑ è stata l'ultima volta che eravamo tutti assieme. Due mesi dopo, il 30 aprile è stato assassinato, con lui c'era Rosario Di Salvo. Una cosa terribile, quanto sangue, mia figlia che gli accarezzava la fronte, che odore che fa il sangue, ‑ tace di nuovo. Noi siamo zitti, immobili. Poi riprende: ‑ con quell'assassinio, la Sicilia, l'Italia haà di studiare».

Una mia compagna le chiede di sintetizzare, con un aggettivo il carattere di Pio La Torre.

«Un aggettivo solo non basta per sintetizzarne il carattere: posso dire che era coraggioso, altruista, generoso, anche a scuola, se lui aveva un panino lo divideva con chi non aveva niente da mangiare. E poi in tutto quello che faceva, dava il meglio di se».

Riusciva a trovare il tempo per stare con la suafamiglia ? «Beh, il lavoro, l'impegno politico, lo assorbiva molto, ma quando era a casa cercava di recuperare il tempo perduto: aveva un rapporto molto bello con la sua famiglia, l'amava teneramente, alla moglie, per il compleanno, regalava un mazzo di boccioli di rosa: uno per ogni anno compiuto. E poi d'estate cercava sempre di ritagliarsi un periodo da passare interamente con loro».

Le nostre domande si accavallano: Amava gli animali, che musica ascoltava, cosa gli piaceva mangiare, quali erano le sue passioni?

La signora Mezzasalma ci sorride con simpatia, prende fiato, cerca di riordinare le idee: «Amava moltissimo gli animali e non sopportava di vederli in gabbia. Mia figlia aveva un pappagallino e lui continuava a dire: ‑ Ma lascialo andare! ‑, poi, un giorno, il nostro gatto cercando di prendere il pappagallo, saltò sulla gabbia e la fece aprire. Quando Pio lo seppe, si complimentò con il gatto che aveva liberato un compagno prigioniero e con il pappagallino che aveva riconquistato la libertà!... Amava anche i cani, a casa sua, in campagna, ce n'era uno che sentiva quando lui stava arrivando: cominciava a saltare, a scodinzolare, a guaire, allora tutti dicevano: ‑ Sta arrivando Pio. ‑ Il cane si calmava solo quando Pio gli faceva qualche coccola. Sì, amava anche gli animali. Era un uomo che viveva di passioni: anzitutto la passione per la politica. Ma a parte la politica gli piaceva leggere, leggeva moltissimo, gli piaceva, quando ne aveva la possi­bilità, di sdraiarsi a leggere sotto un albero. Pio era un uomo semplice, amava i cibi genuini, i piatti semplici: i busiati al pomodoro, le minestre di verdura, le lenticchie... i cibi della sua infanzia. ‑ Mentre parla, gli occhi le ridono: si vede che sta ricordando dei momenti che le sono cari ‑ Certe volte spuntava a casa mia e diceva: ‑Che fai da mangiare? ‑ se gli andava quello che avevo preparato, diceva: ‑ Resto. ‑ Mi ricordo che, una volta, avevo affittato una casetta al mare, le mie figlie e i suoi stavano sempre insieme, lui venne una mattina presto: ‑Che c'è per colazione? ‑ Caffè, latte, biscotti... ‑ Ma quale! Non c'è una bella insalata di pomodoro? ‑ Era una persona veramente simpatica, affabile, amava molto stare con gli amici. Gli piaceva la musica classica, ma, soprattutto con i suoi figli, ascoltava volentieri anche la musica moderna, del resto era interessato a tutte le novità, in qualsiasi campo».

Chiedo quali sono stati i momenti più importanti nella vita di Pio La Torre.

«Certamente le lotte per l'occupazione delle terre, quelle fatte per difendere i lavoratori: per esempio quando volevano far chiudere il cantiere navale a Palermo, anche lì era in prima linea, con i lavoratori. E poi quando fu eletto al consiglio comunale, quando fu eletto deputato, alla commissione antimafia. Vedete, la sua missione era il lavoro per l'avanzamento della società. Aveva capito, gli era chiaro che c'erano connessioni, complicità tra certe forze politiche o certi uomini politici e mafia e lui li denunciò con durezza. Presentò una proposta di legge che permettesse le indagini patrimoniali; che permettesse cioè di aggirare il segreto bancario per capire come, alcuni, avessero accumulato enormi fortune economiche. La sua proposta di legge significava, nei fatti, un colpo gravissimo alla mafia!»

realizzata dalla 2ª

e coordinata dalla Prqf Franca De Mauro

IL PRESIDENTE
NINO MANNINO

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14 Ottobre 2017 | Commenti (0) | Parti video 16

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