Se dovesse essere un inizio Pio La Torre sarebbe una penna.
Una penna mica di quelle per scarabocchiare gli angoli
distratti del foglio. Una penna di quelle per scrivere. E
dare un nome alle cose. Che nome aveva Palermo nel 1927 quando il gioco duro
dell'andare ogni mattina per tutte le mattine era una
litania continua di campi, terra, campi, campi, terra. Il
1927 non è un anno mica di fogli, penna e scrittura. Il
1927 è un anno che lascia il sudore, freddo la mattina,
polvere,
braccia, pancia a terra e occhi che bruciano con il sole che
brucia sugli occhi.
Ci sono momenti, dico nella vita di un
paese, nella storia, che non crederesti mai che ti potrebbe
salvare una penna. Ci sono momenti che se dovessi chiedere
una mano; di sicuro non chiederesti una penna. Chissà come stava nel taschino, quella penna in tasca.
In
un
paese dove ogni tanto bisogna chiedere a tutti di fermarsi,
un secondo, a trattenere il respiro. Per guardarsi in faccia
, smettendo di zappare, fermarsi, contarsi e mettere per
iscritto i diritti. Almeno quel paio di diritti che contano
per riuscire a prendere freddo la mattina con il gusto
sempre sveglio della dignità.
Ci si può stare tutta la
vita
in fabbrica o in mezzo ai campi, sempre con gli occhi aperti
perché siamo un paese che se non ti tieni una penna sempre
in tasca a ricordartelo, siamo un paese in cui oltre alla
borsa e al motorino ti portano via le regole. E in un paese
in cui devi andarti sempre a riprendere le regole le penne
sono sempre importanti.
Per questo se Pio La Torre dovesse essere un lavoro, sarebbe
una penna. Mi chiedo, ogni tanto, come doveva essere, che faccia doveva
avere, a rigirarsela la penna mentre chiedeva alla gente,
badile in mano, di andarsele a riprendere le regole. Di
tenersele in tasca. Dovesse essere un lavoro, la penna di Pio La Torre sarebbe
il colore della politica. Della politica fatta tenendosi a
mente l'odore dei posti dove sei nato.
La politica delle
regole da ricordare. La politica delle cose da fare. In un paese che vuole essere normale la prima cosa da fareè riuscire a a chiamare le cose con il loro nome. Tutte. Senza
giri di parole né giri di paura. Chissà come sorrideva
quella penna, abituata a prendersi l'aria mite del
parlamento, a scrivere il foglio che chiama le cose con il
loro nome. Chissà quante volte si è fermata a rileggere
il
foglio mentre scriveva per ricordare e ricordarselo che i
mafiosi non andavano mica chiamati per nome, con un Don
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