Bizet, Eduardo e Pirandello tornano in scena sotto l'Etna

Cultura | 2 marzo 2020
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Nessuna salvezza per nessuno. Per i tre personaggi protagonisti de L’uomo, la bestia e la virtù, dallo stesso Luigi Pirandello definito un “apologo in tre atti”, nessuna redenzione o accenno di pentimento. Ripreso dal teatro “Brancati” di Catania, per la regia di Carlo Ferreri (che riduce gli atti a due, fa slittare la vicenda agli anni ‘30 e rispetto al testo originale fornisce alcune anticipazioni “chiarificatrici”), l’opera del drammaturgo non sembra soffrire d’eccessiva obsolescenza. Al contrario potrebbe facilmente adattarsi anche alla contemporaneità a dimostrazione d’una morale utilitaristica e ipocrita. La bestia (il capitano di lungo corso Perella) animale dalla doppia vita, moralmente spregevole sembra far da pendant alla doppiezza del professore privato di latino Paolino, che si sollazza in assenza del marito con la “virtuosa” signora Perella, moglie ripetutamente tradita e altrettanto ripetutamente fedifraga. Commedia poco divertente, non certo tra i capolavori del grande drammaturgo siciliano del quale riprende l’amara filosofia che guarda al mondo come ad un enorme calderone di imposture, falsità ed un perbenismo di facciata dentro cui gli esseri umani recitano una tragicomica pantomima. Efficace performance d’una pregevole troika di interpreti (Riccardo Maria Tarci-Paolino, Evelyn Famà-signora Perella, Emanuele Puglia-capitano Perella). A fianco Massimo Leggio, Daniele Bruno, Gianmarco Arcadipane, Raffaella Bella e Marina Politano. 

 Cavallo di battaglia di Eduardo De Filippo Questi fantasmi godono ora d’una gradevole trascrizione vernacolare, una vera e propria “catanesizzazione” operata da Santi Consoli che, con una regia sobria e qua e la piccoli tocchi personali, ha riproposto al teatro “Don Bosco” di Catania l’ormai classico lavoro del teatro contemporaneo italiano dirigendo con tocco leggero la compagnia “Liotru” del capoluogo etneo e (parole del regista) “alleggerendo, ma soltanto in maniera lieve, quella indubbia patina pirandelliana con cui Eduardo ha voluto ammantare il suo racconto...”. L’amletico dubbio sull’ingenuità del protagonista (Franco Blundo) depone alla fine a favore della lealtà di quest’ultimo che con la supplica-confessione al “fantasma” amante della moglie (Marcello Virgillito) rivela alla fine tutto il suo disarmante candore. Modificati anche i nomi del numeroso gruppo attoriale che hanno dato vita ai vari personaggi, tra cui solo per citare gli altri più importanti emergono Aldo Seminara, Domenico Zappalà e Teresa Isaja. 

 Film acerbo, ma tecnicamente molto professionale (fotografia luminosa, montaggio efficace, regia matura) Lo scoglio del leone (2019) diretto e sceneggiato da Rosario Scandura affronta in punta di penna il romanzo di formazione del giovane Saro, l’affettuoso rapporto con il nonno, la scoperta dei disastri ecologici, le prime palpitazioni d’amore, le differenze di classe, in un pout pourri forse un po' troppo carico di tematiche contemporanee qui soltanto accennate con conseguente ingolfamento d’una materia trattata con delicatezza, ma non esente da semplificazioni e superficialità di sceneggiatura. Gradevole, leggero, tenta con successo di evitare eccessivi appesantimenti e nostalgici piagnistei. Decorosa prova del team attoriale (Marco Iermanò, Rosanna Sapia, Pier Giuseppe Giuffrida, Laura Gigante, Gino Astorina, Alfio Sorbello e il piccolo Federico Guglielmino). Sontuosa, coloratissima Carmen “opéra-comique” di Bizet in quattro atti (ma qui privata dei recitativi) e opera-simbolo ante litteram contro il femminicidio, in scena al Teatro “Bellini” di Catania in una veste convincentemente tradizionale voluta dal regista Luca Verdone che sotto l’ottima bacchetta direzionale di Fabrizio Maria Carminati ha deliziato il pubblico etneo, accorso numerosissimo (turno A in sold out) alle varie repliche del capolavoro operistico francese. Applauditissimi tutti gli interpreti principali, Anastasia Boldyreva (Carmen), Gaston Rivero (Don José), la siciliana Daniela Schillaci (Micaela) e David Cecconi (Escamillo). Apprezzabilissima l’esecuzione del doppio coro (adulti e bimbi) per uno spettacolo davvero imperdibile e dai costumi sgargianti con cui lo storico teatro etneo sembra finalmente rinascere dopo un stagione di ristrettezze economiche che hanno reso difficilissima la vita dell’Ente lirico siciliano e che ora – con le nuove strategie messe in atto per il rilancio – si avvia ad una nuova fase caratterizzata da un cartellone annuale di grande repertorio, dalla programmazione d’una intensa attività concertistica “fuori teatro”, dalla collaborazione con i restanti teatri regionali, da un nuovo piano di sponsorizzazioni, da una comunicazione più efficace, da un’estensione della scontistica (under 35 e over 60) e dal rilancio delle celebrazioni belliniane. Soliloqui, monologhi. In scena un solo attore, spesso aiutato da una scenografia sobria, talvolta inesistente.

 Sulla scia d’una riscoperta, in tempi di vacche magre, d’un teatro essenziale Adriano Pantaleo ha messo in scena per l’ottava stagione di “Palco Off” al Centro “Zo” di Catania, l’incalzante Non plus ultras scritto insieme a Gianni Spezzano (che ne cura anche la regia e da prova di multiforme abilità recitativa) e prodotto da Argot Teatro Eliseo Nest (Napoli-Roma). Il titolo, ripreso dall’epigrafe che Ercole incise sulle colonne, introduce al mondo degli ultras, ovvero di quella minoranza che ha fatto dell’adorazione del calcio da vivere negli stadi la propria weltanschauug, una vera e propria ragione di vita atta a colmare spesso il vuoto esistenziale e la crisi di senso che colpisce molti giovani con la creazione di una vera e propria sub-cultura. Qualcosa che travalica il “tifo”, accompagnato non solo violenza (con cui sempre gli ultras vengono identificati), ma altresì e soprattutto il senso di appartenenza, solidarietà, condivisione, valori che la famiglia e le istituzioni non riescono più a trasmettere. Utilizzando una “loop station” Pantaleo, in vari panni tra cui quelli d’un “affiliato” (con vera e propria cerimonia d’iniziazione) immerge gli spettatori in una ipotetica domenica calcistica e svela la sua passione d’amore per la figlia dell’ossequiato capo ultras scoprendo un mondo al quale si abbandona per dare alla sua vita una ragione fino ad oggi assente. Una “indagine teatrale” durata 4 anni che tenta di penetrare questo mondo al di la della superficialità cronachista dei mass media.

 di Franco La Magna

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