La rivolta dei bambini contro la schiavitù nei campi di cacao

Società | 15 febbraio 2021
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Chi penserebbe che dietro la dolcezza di una barretta di cioccolato potrebbe celarsi una storia di sfruttamento del lavoro minorile? Chi sospetterebbe mai che dietro la golosità di un cioccolatino, regalato ad un bimbo per farlo felice, ci possano essere la fatica e gli stenti di tanti altri bimbi?

Eppure la triste realtà è davvero amara ed è tornata alla ribalta grazie ad una class action intentata da un gruppo di otto lavoratori bambini, sfruttati nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio, le stesse che forniscono materia prima alle più grandi multinazionali del cioccolato: Nestlé, Cargill, Barry Callebaut, Mars, Olam, Hershey e Mondelēz.

Reclutati nel Mali, quando erano ancora piccoli, sono stati privati dei documenti per evitare che fuggissero e costretti a lavorare senza alcuna retribuzione nelle piantagioni; alle loro famiglie, i promessi introiti non sono mai arrivati perché la realtà è stata ben diversa: una nuova, contemporanea, schiavitù.

Un lavoro duro, mal pagato o di assoluto sfruttamento senza retribuzione, che ha segnato questi ragazzi nella mente e nel corpo, in diversi portano i segni delle ferite causate dai macheti usati per aprire le cabosse e non si conoscono gli effetti dei pesticidi che hanno dovuto usare per deforestare il territorio.

L’accusa per le multinazionali del cioccolato è di aver approfittato consapevolmente del lavoro illegale dei bambini nel Paese che, stando ai dati della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, produce il 45% del cacao al mondo.

La class action, la prima del suo genere negli Stati Uniti, è stata indetta a Washington per conto di questi bambini dall’ International Rights Advocates (IRA), una organizzazione specializzata nell’assistenza legale internazionale alle vittime di soprusi, da tempo impegnata a combattere le terribili condizioni del lavoro minorile in Africa.

Le aziende sono accusate, inoltre, di aver deliberatamente “assunto” bambini per lavorare nei campi, e non adulti, per avere minori spese e realizzare maggiori guadagni.

Queste stesse aziende, nel 2001, si erano impegnate ad «eliminare gradualmente» il lavoro minorile, un obiettivo che doveva essere raggiunto nel 2005, ma che non solo non è mai stato rispettato ma anzi ha visto slittare la scadenza al 2025.

Le norme per garantire la provenienza dei prodotti e la loro certificazione ci sono già, parliamo delle certificazioni Fairtrade, cioè solidali, che assicurano al produttore e ai dipendenti prezzi "giusti" e tutela del territorio ma solo il 7% del cacao smerciato a livello globale rispetta questi canoni.

Il resto si perde tra le maglie dell’ingiustizia e dell’illecito profitto, visto che la stragrande maggioranza si rifiuta di adeguare il prezzo di mercato (oggi circa 1,78 dollari al chilo) al reddito minimo di sussistenza dei coltivatori ivoriani, pari a 2 dollari e 50 al giorno.

A conti fatti, dunque, così come denuncia un’inchiesta del Guardian, scaturisce che solo il 6% del valore di una barretta di cioccolato arriva nelle tasche dei contadini africani, il 33% arricchisce i commercianti all’ingrosso e il 44% i grandi marchi.

Da parte degli accusati solo Cargill e Nestlè hanno ribadito l’impegno a combattere il lavoro minorile, dagli altri un pesante silenzio intriso di amara “complicità”. A noi consumatori il suggerimento di prestare più attenzione alle etichette e di cercare prodotti solidali, costeranno un po’ di più ma ci assicureranno una provenienza certificata e lontana dalle politiche dello sfruttamento minorile, faremo sorridere un bambino e saremo consapevoli di non averne fatti piangere tanti altri.     

 di Teresa Monaca

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