In un mondo stremato mancava il nuovo scontro tra Usa Cina e Russia

Politica | 23 marzo 2021
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 1.Volano gli stracci tra le superpotenze

E se passassimo direttamente dall’angoscia planetaria per la pandemia all’angoscia planetaria per il possibile scoppio di un conflitto armato (nucleare?) tra Stati Uniti da una parte e Russia e/o Cina dall’altra?

Se, come avvenuto la settimana scorsa, i capi di stato di Usa e Russia si danno reciprocamente dell’“assassino”, se i capi delle diplomazie di Usa e Cina si confrontano nel gelo della capitale dell’Alaska per avviare un improbabile disgelo nel quale la Cina esordisce facendo sapere che “combatterà fino alla fine” – dunque usando se necessario il suo arsenale nucleare – “per difendere i suoi interessi” non è che stanno ormai solo volando gli stracci. Siamo andati ben oltre.

Stiamo sottovalutando i rischi crescenti del “contenimento” a cui non da ora ma dalla presidenza Obama e poi da quella di Trump gli Usa vorrebbero costringere la fin troppo debordante Cina. E stiamo sottovalutando come possono provocare incontrollabili incidenti in mare e nel cielo le continue prove di forza e i dispetti vari che navi ed aerei da guerra americani e russi così come americani e cinesi praticano nell’Atlantico e nel Pacifico. Oppure sorvolando più o meno provocatoriamente o con sconfinamenti voluti o mal calcolati spazi aerei terrestri.

Politologi e analisti mettono in guardia: sono stati prevalentemente i presidenti democratici nel XX secolo a fare entrare in guerra gli Stati Uniti e quelli repubblicani a concluderle e ad uscirne fuori. In effetti non è così, o non è sempre così, ma già prima che la settimana scorsa Biden partisse in quarta dando del “killer” a Putin in una intervista televisiva le avvisaglie di un appesantimento – e che appesantimento! – della tensione internazionale tra le superpotenze si avvertivano tutte. Beninteso, non è che Putin non faccia di tutto per attirarsi aggettivi non precisamente affettuosi. La sua spregiudicatezza sullo scacchiere internazionale e in politica interna ha riportato la Russia indietro di secoli. Putin sembra una replica di Ivan il Terribile (1530 – 1584) in versione moderna. Chiedere al riguardo al suo principale oppositore Navalny. Chiedere al riguardo ad altri oppositori o personaggi come ex spie eliminati con tutti i ritrovati chimici possibili da sicari dei servizi segreti di Mosca. Chiedere al riguardo alle popolazioni siriane bombardate dagli aerei russi che appoggiano le repressioni e le mani insanguinate di quasi 400.000 morti e 10 milioni di profughi dell’amico presidente siriano Assad in dieci anni di guerra civile. Ma esistono anche forme da rispettare nei rapporti – persino nei più conflittuali – tra capi di stato e diplomazie.

Intanto il Cremlino per ritorsione alla parole di Biden ha richiamato il suo ambasciatore a Washington per “consultazioni”. Rapporti tra Usa e Russia dunque decisamente a rotoli.

Il punto è questo: messo da parte l’accomodante Trump a cui Putin ha dato una grande mano d’aiuto nelle campagne elettorali - con attacchi informatici di hacker russi, con un vero e proprio sistema di fake news “made in Russia”, con disinvolta disinformazione sul web - gli Usa di Biden vogliono dare ora una lezione di buona creanza a Mosca che opera ricorrendo alla maggiore interferenza geopolitica e informatica possibile. Ma fin dove si è disposti a spingersi in questa “lezione” da dare alla banda Putin? Fino a che livello di rischio si è disposti a navigare nella rotta di collisione prima che si finisca inevitabilmente per scontrarsi e prima che la situazione sfugga di mano andando fuori controllo?

Lo stesso ragionamento va applicato alla sfida Washington – Pechino. Anche nel Mar Cinese Meridionale è tutto un pullulare di flotte da guerra cinesi e americane e dei paesi rivieraschi. Nel braccio di ferro sino-americano esiste probabilmente un limite invalicabile: se la Cina invade Taiwan, che ritiene “cosa nostra” di Pechino, le navi e gli aerei di Washington spareranno. Per la “grana” Hong Kong il limite da non valicare è più sbiadito. Non può essere tracciato con un segno di gesso sul terreno. Probabilmente si procederà ad una sempre più accentuata pressione sulla Cina perché non renda l’ex colonia britannica una specie di tetro carcere per i 7 milioni di abitanti. Sempre più schiacciati in termini di autonomia politico-amministrativa e di spietata cancellazione di libertà democratiche ad opera del regime dittatorial-comunista di Pechino.

 

2.Scontro tra democrazia ed autocrazia

Ormai è chiaro, e non da oggi, che la competizione sullo scenario internazionale ha definito i termini di riferimento. Lo scontro globale nel XXI secolo è tra democrazie ed autocrazie, a partire da quelle eredi del cosiddetto socialismo reale o comunismo storico sperimentato nel secolo scorso nel blocco sovietico e nei paesi comunisti asiatici. Comprensibile che, messa fine alla stravagante e sconclusionata presidenza Trump, gli Stati Uniti chiamino a serrare i ranghi e, se necessario, alla pugna in nome di comuni valori gli “alleati storici” dell’Europa. E anche parecchi stati asiatici e dell’Oceania ostili all’espansionismo cinese, dall’Australia fino ad arrivare alla non schierata India che comunque non vede con simpatia la debordante avanzata strategica ed economica cinese nel continente asiatico.

In tutta questa intricata situazione (stiamo peraltro lasciando volutamente da parte la variabile impazzita costituita dal “dossier” nordcoreano…) in piena “era covid” Russia e Cina usano disinvoltamente i rispettivi vaccini di produzione nazionale come arma strategica. Da piazzare a quanti più paesi. I vaccini servono così anche per accattivarsi simpatie di quante più nazioni e per ridisegnare nuovi sostegni e nuove alleanze.

A nostro modesto avviso nel mondo tutte le crisi internazionali sono componibili nel nostro tempo tranne quelle che vedono impegnate superpotenze e potenze dotate di armi nucleari che le usano. Lo scoppio anche di un solo ordigno nucleare tattico di contenuta potenza genera una risposta pari o di livello superiore in un crescendo irrefrenabile il cui zenit può persino approdare al cosiddetto “livello parossistico” da fine del mondo.

L’impiego di armi nucleari può verificarsi in conflitti regionali tra due eterni rivali come India e Pakistan. Ma se continua la rotta di collisione, dopo le prime bordate convenzionali, finirà per essere autorizzato anche in uno scontro globale fra Usa e Russia e fra Usa e Cina. E allora le nostre angosce da coronavirus a confronto della situazione che si creerebbe ci apparirebbero come acqua fresca, quasi delizie da paradiso terrestre.

Sarebbe opportuno, per quanto poco possa valere il loro peso, che i principali alleati europei “calmino” i nuovi inquilini della Casa Bianca, del Pentagono e del Dipartimento di Stato nel loro slancio di fare tornare a tutti i costi l’America l’unica potenza egemone nel mondo. Perché questa esclusiva non è più e non sarà. E, al contempo, mettano il massimo impegno diplomatico in questa azione di raffreddamento per fare capire a Mosca e Pechino che i tempi degli Hitler, dei Mussolini, degli Stalin nei quali ogni spregiudicato desiderio di potenza e prova di forza contro paesi vicini e meno vicini era possibile e voluto in nome del nazionalismo e del sovranismo appartengono al passato. E vanno seppelliti assieme alle decine e decine di milioni di morti che hanno provocato. Siamo troppo stanchi di morti per epidemia planetaria per sopportare anche morti per conflitti mondiali, prima convenzionali e poi inevitabilmente nucleari. Il mondo vuole solo pace, stabilità e ricostruzione dalle macerie sanitarie, economiche e sociali provocate dal Covid-19. Altro che bracci di ferro e temuti scontri armati tra superpotenze.

 

3.Peggiorano i rapporti. Si accelera

Dallo scorso novembre, da prima ancora che Biden si insediasse ufficialmente, si è capito che si andava verso un forte colpo di acceleratore nella competizione di Washington con le altre due superpotenze nucleari. A dicembre a Bruxelles l’Unione Europea ha programmato una nuova fase, “una nuova alleanza globale” tra UE ed Usa. Finalizzata a superare le tensioni commerciali e strategiche tra le due sponde dell’Atlantico provocate da Donald Trump su dazi e ruolo della Nato, a contrastare insieme la Cina, a rilanciare sul multilateralismo e su di una nuova politica sul clima che faccia tornare sul tavolo dei protagonisti gli Stati Uniti. Trump, bontà sua, si era sfilato dai negoziati sulla politica energetica e climatica globale. L’idea di fondo nei palazzoni di Bruxelles è semplice: 1) tornare a quando Usa ed Europa condividevano interessi comuni; 2) rilanciare il rapporto con Washington con maggiore autonomia e con maggiore voce in capitolo con l’alleato americano sulle grandi questioni planetarie. Sarà così o noi europei saremo sempre il vaso di coccio tra quelli di metallo, in declino storico ed azzoppati come siamo da poco meno di tre lustri ininterrotti di crisi economica e dalle devastazioni economiche e sociali della pandemia che nel Vecchio Continente ha colpito duro?

A metà gennaio è stato chiaro che gli Usa di Biden avevano imboccato una nuova, ancor più netta che in passato, strategia anticinese in Asia e che i rapporti tra Washington e Mosca sarebbero peggiorati. A febbraio l’espressione usata da Biden “America is back. Diplomacy is back” (“L’America è tornata. La diplomazia è tornata”) rendeva manifesto a tutti che gli Usa tornavano ad occuparsi di ogni angolo del mondo. E, sempre nella prima metà di febbraio, dopo la prima tutt’altro che calorosa telefonata tra il neo presidente americano e il dittatore cinese Xi Jinping, si sono sprecate le analisi sulla “competizione estrema con la Cina”, sul “ritorno nel Pacifico degli Usa”, sul “rilancio dell’atlantismo ai tempi di Biden”. Si è anche aperto un nuovo fronte di competizione con la Cina asso pigliatutto: quello delle cosiddette “terre rare” che Pechino si accaparra in ogni continente grazie al suo mix di onnipresenza e incontenibile, sfacciata politica industriale e commerciale. Semplificando parecchio, si tratta di tutti i nuovi minerali e materiali necessari per l’industria energetica, informatica, aerospaziale dei prossimi decenni. Non stupiamoci se questo crescendo rossiniano la settimana scorsa si sia tradotto in un durissimo confronto diplomatico tra il neo Segretario di Stato americano Tony Blinken e l’omologo pechinese Wang Yi. C’è mancato poco che nella due giorni ad Anchorage volassero i vassoi dei fiori, le cartelle degli appunti e i bicchieri dell’acqua posti sui tavoli della riunione. Una partenza davvero difficile tra le diplomazie della nuova amministrazione Biden e della Cina. Blinken ha accusato Pechino di “minacciare” la stabilità mondiale, di “genocidio” nei confronti della minoranza musulmana cinese degli Iuguri, degli “attacchi informatici contro gli Usa e della coercizione economica contro i nostri alleati”. La Cina non accetterà “accuse irragionevoli” ha risposto il Ministro degli esteri di Pechino Wang Yi. “Si abbandoni la mentalità da Guerra fredda” ha aggiunto. E contro quelle che ha definito “le ingerenze degli Usa” ha minacciato “azioni ferme”.

Stando così le cose perché non usciamo la testa dalla sabbia dove l’abbiamo nascosta come gli struzzi e non cominciamo a renderci seriamente conto di quello a cui andiamo incontro? Comprendiamo o no che ci stiamo avvicinando a grandi falcate alla cosiddetta “Trappola di Tucidide”?

 

4.La “Trappola di Tucidide” nel XXI secolo

La “Trappola di Tucidide” è una espressione che definisce la possibile tendenza che porta alcune tensioni politiche per la supremazia tra entità statali a sfociare in vere guerre combattute. L’espressione richiama nel nome lo storico ateniese dell’età classica greca Tucidide. Egli ipotizzò lo scoppio della “Guerra del Peloponneso” tra Atene e Sparta come causato dal timore spartano per la crescente egemonia territoriale ateniese. Scriveva lo storico militare ateniese nella sua opera “La guerra del Peloponneso”: “Ma alla fine la potenza di Atene si era imposta, rigogliosa e superba, all’attenzione del mondo: perfino la sfera d’influenza e d’alleanza tradizionalmente legata a Sparta non era immune dai suoi attacchi. La situazione critica suggerì agli Spartani che la loro supina linea di condotta era orai superata; si doveva sferrare, loro per primi, un’offensiva, gettarvi ogni energia e demolire, se fosse possibile, quella molesta e invadente potenza”.

L’espressione è stata coniata dal politologo statunitense Graham Allison, professore emerito di Harvard, nel 2012 in un articolo scritto per il “Financial Times” ed è stata poi ripresa e sviluppata nel suo libro Destined for war: can America and China escape Thucidides’s trap?. Il saggio è stato pubblicato più tardi anche in Italia e in italiano da Fazi Editore nel 2018. Attraverso una magistrale miscela di eventi storici e fatti odierni Allison nel suo volume non mira a predire il futuro bensì a scongiurarlo. Analizzando i possibili sviluppi tra le tensioni che si manifestano fra Stati è stata individuata una possibile tendenza alla guerra. La situazione precisa si verifica quando una nuova potenza emergente tenta di sostituire una potenza già consolidatasi come egemone (come lo era Sparta in quell’epoca nella regione del Peloponneso e non solo). L’espressione è stata utilizzata da Allison in particolare per descrivere un possibile conflitto tra gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese. E’ proprio quello che si sta verificando tra Cina (potenza emergente che tenta di scalzare la potenza egemone Usa) e Stati Uniti (potenza egemone, sebbene da molti considerata declinante, che combatterà con tutte le sue armi prima di vedere soppiantata la sua egemonia).

Ai tempi della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.) e di Tucidide, nato nel 460 a.C. e morto nel 404 a.C., tutto aveva fine con migliaia di morti tra gli schieramenti armati e la popolazione inerme, città rase al suolo, individui liberi esiliati ed altri venduti come schiavi. Ma il mondo continuava comunque a girare. La variabile determinante dell’epoca nucleare è che in un conflitto armato ad alta risoluzione la vita sul pianeta verrà irreversibilmente annientata. Quando si profilano all’orizzonte funghi da esplosione atomica, e possibilmente tanti, la posta in gioco si chiama - né più né meno - le sorti del genere umano e delle specie viventi. La posta in gioco si chiama la civiltà rasa al suolo. Per sempre.

di Pino Scorciapino

 di Pino Scorciapino

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