Convegni e seminari

I° Seminario
lunedì 13 dicembre 2004

 

Palermo 13 dicembre 2004

Gentili internauti,
con la diffusione della trascrizione della registrazione degli interventi effettuati durante il 1° seminario su "Sicurezza e sviluppo nel Mezzogiorno: il Programma Operativo Nazionale, i protocolli di legalità, il ruolo delle Istituzioni locali" svoltosi il 13 dicembre 2004 presso il Palazzo Steri dell'Università di Palermo, il Centro vuole rispondere alle tante richieste di chi, per vari motivi, non ha potuto partecipare al convegno.
Il testo che segue non è stato corretto dai relatori per consentire una immediata divulgazione nel nostro sito, fermo restando che gli stessi possono, in qualsiasi momento, proporre le eventuali rettifiche.
Si desidera, infine ringraziare la dottoressa Raffaela Milia per aver collaborato alla realizzazione della trascrizione. Cordiali saluti.

Il segretario
Cesare Casali

Atti I° seminario “Sicurezza e sviluppo nel Mezzogiorno: il Programma Operativo Nazionale, i protocolli di legalità, il ruolo delle Istituzioni locali”.

Onorevole Antonino Mannino, Presidente del Centro di Studi ed iniziative culturale Pio La Torre

Scusate, siamo costretti a cominciare un po’ in ritardo anche per quella che, con una battuta, Sciascia chiamava “differenza di fuso orario tra Palermo e le altre città” o forse, più semplicemente, per motivi contingenti legati al traffico che fanno registrare diversi ritardi e assenze.

Esprimo al nostro ospite, il professore Giuseppe Silvestri Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, assente per sopravvenuti impegni, la nostra gratitudine per averci offerto l’opportunità di svolgere questa iniziativa a Palazzo Steri che ospiterà l’intero ciclo di seminari programmati.
Il Centro studi ed iniziative culturali Pio La Torre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo, il Dipartimento di Studi su Politica Diritto e Società e il Dipartimento di Scienze Sociali, ha ravvisato l’opportunità di organizzare un ciclo di seminari su “Istituzioni, trasparenza ed educazione alla legalità nella lotta contro la mafia”. In questo primo incontro ci occuperemo del tema “Sicurezza e sviluppo nel Mezzogiorno: il Programma Operativo Nazionale, i protocolli di legalità e il ruolo della Istituzioni locali”.

Nell’iniziativa si è cercato di coinvolgere diversi rappresentanti delle realtà sociali, in modo particolare, i Sindaci di alcuni Comuni che si trovano al centro dell’attenzione proprio per l’influenza che la criminalità organizzata esercita sullo sviluppo economico di tali aree, attraverso l’esercizio di politiche estorsive legate al racket.

Non indugiando ulteriormente, passo la parola al professore Antonio La Spina che svolgerà la relazione introduttiva sul tema “Politiche di sicurezza, capitale sociale e sviluppo del Mezzogiorno”.

Professore, a lei la parola.

Professore Antonio La Spina

Ringrazio il Centro La Torre per l’invito. Prima di passare all’argomento oggetto della mia relazione di stamattina, vorrei aggiungere qualcosa sul programma, anticipato dall’Onorevole Mannino, sottolineando che questa iniziativa prevede non un singolo seminario ma un ciclo di seminari su “Istituzioni, trasparenza ed educazione alla legalità nella lotta contro la mafia”. Il Centro La Torre ha chiesto la mia collaborazione, ma non soltanto: del professore Costantino, del professore Fiandaca, della professoressa Dino, altri.., invitandoci a progettare insieme un ciclo di interventi che approfondiscano, sotto le varie sfaccettature, le politiche antimafia. Politiche, un po’ diverse da quelle più note, da quelle che hanno una maggiore visibilità nella lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso. A tal proposito, il primo argomento che si è pensato di affrontare, insieme agli amici del Centro La Torre, riguarda il Programma Operativo Nazionale (P.O.N.) sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Gli operatori, le persone direttamente coinvolte, conoscono benissimo, in realtà, cos’è il P.O.N. sicurezza, tuttavia in molti, pur conoscendo il fenomeno mafioso e le politiche di contrasto, non ne hanno un’idea precisa.

Diversi argomenti verranno affrontati nei mesi successivi ognuno dei quali è in qualche modo correlato agli altri. Il primo riguarda l’associazionismo antiracket e la difesa delle imprese. Oggi, fra gli altri, è previsto l’intervento di uno dei protagonisti del movimento antiracket siciliano, l’On. Tano Grasso che, come molti ricorderanno, ha ricoperto l’incarico di Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura.

Un altro tema che, in realtà, era il primo al quale si era pensato quando si è parlato di questo ciclo di seminari, è relativo allo specifico rapporto fra le attività delle pubbliche amministrazioni e i rischi di infiltrazioni mafiose. L’attività delle pubbliche amministrazioni verrà trattata anche sotto il profilo della tematica, nel titolo semplicemente enunciata, della “semplificazione amministrativa”.

Oggetto di approfondimento dei prossimi incontri sarà, inoltre, la problematica ruotante attorno alla gestione e nuova destinazione dei beni confiscati alla mafia su cui è in atto una proposta di riordino normativo, accompagnata dalla discussa sostituzione del Commissario Vallefuoco, che aveva svolto per la verità un’opera meritoria, e l’attribuzione all’Agenzia al Demanio di questa competenza, cosa che ha sollevato, secondo me anche giustamente, delle critiche.
Un tema che speriamo di affrontare nei successivi incontri, riguarda la sfera dei controlli bancari, del riciclaggio e delle transazioni sospette. Tutti comprendiamo quanto queste tematiche siano di grande attualità e interesse, mi riferisco alla cosiddetta “mafia dei colletti bianchi” una mafia che, fra le tante estrinsecazioni,si avventura e si appropria di attività economiche apparentemente lecite per riciclare denaro di provenienza illecita. Pensiamo, ancora, ad una mafia che si internazionalizza proiettandosi sempre più verso transazioni finanziarie che determinano il passaggio di ingenti quantitativi di denaro oltre frontiera, anche se oggi il concetto di frontiera nazionale è molto meno rigido di quanto non fosse in passato.
Due fili conduttori, secondo l’originaria progettazione, accomunano questi temi ovvero, il fatto che si tratti in tutti i casi di politiche che, semplificando un po’, potremmo definire “indirette” nell’azione di contrasto del fenomeno mafioso.

La politica “diretta”, chiaramente, è la politica direttamente repressiva, quindi una politica che riguardi: le sanzioni, le figure di reato, il regime carcerario, la disciplina dei processi o dei maxiprocessi, la disciplina dell’utilizzo delle prove, la disciplina della formazione delle prove quindi dei pentiti e così via. Tutti aspetti che, oltre ad essere di grandissima importanza, hanno fatto assurgere la legislazione italiana ad una posizione di significativa preminenza da attribuirsi, probabilmente, alla necessità di dare una risposta forte alla criminalità mafiosa italiana, alla sua dimensione ed alla differente pericolosità sociale rispetto al resto dell’Europa e forse del mondo. Si potrebbe tentare un paragone soltanto con l’esempio statunitense ma, probabilmente, la legislazione italiana rimane quella alla quale si guarda come un modello.

Le politiche “indirette”, pur essendo anch’esse politiche di contrasto alla mafia, non hanno come obiettivo l’aggressione diretta al mafioso, la sua libertà di movimento, i suoi beni e patrimoni. Non si occupano della sfera dei sequestri e delle confische quanto, piuttosto, del riutilizzo dei beni già confiscati. Queste politiche che ho definito, sommariamente, indirette sono state oggetto di minore attenzione rispetto alle prime. Non asserisco che sono egualmente importanti, sicuramente le prime non possono non esserci per contrastare efficacemente il fenomeno mafioso, ma indubbiamente sono da considerarsi complementari rispetto ad esse.

L’altro filo conduttore che vorrei segnalare, per ricostruire programmaticamente i lavori di questi seminari, è legato al concetto di legalità, peraltro citato nel titolo del seminario, e di cui io stesso mi occuperò stamattina. Questo tema evoca in tutti noi qualcosa di significativo in relazione alla presenza della criminalità organizzata di stampo mafioso la cui stessa esistenza, su un dato territorio, costituisce una minaccia grave, forse la più grave, alla legalità. Ma, non è solo questo, legalità è anche educazione alla legalità, cultura della legalità. La necessità di approfondire tale tematica riguarda anche tantissimi altri aspetti non necessariamente direttamente correlati al fenomeno mafioso ovvero, nella misura in cui possano essere connessi alla presenza del fenomeno mafioso possono, altresì, meritare una trattazione indipendente e separata, cosa che cercherò di fare io stesso nella presentazione.

Nel Mezzogiorno la mafia ha costituito e continua a costituire un disincentivo, un forte ostacolo alla crescita economica e al decollo delle attività produttive. Essa non è l’unico elemento di freno allo sviluppo ma rappresenta un ostacolo sicuramente significativo. Non è casuale che le regioni restanti nell’Obiettivo 1 sono: Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, accidentalmente proprio quelle in cui sono presenti forme tradizionali di criminalità organizzata, laddove regioni meridionali non fortemente assoggettate alla mafia come l’Abruzzo e il Molise sono già fuori dall’Obiettivo 1 e la Basilicata e la Sardegna stanno per uscirne, vale a dire, stanno rientrando all’interno di una certa forbice che è la media europea di reddito procapite. Insieme alla pervasività delle organizzazioni mafiose concorre a incidere negativamente sulle potenzialità di sviluppo del territorio, la presenza di una concezione che definirei “debole” della legalità. Ossia il fatto che sono presenti Istituzioni pubbliche che vanno dalle Istituzioni statali fino alle Istituzioni sub-nazionali: le regioni, le amministrazioni locali, in cui sono vigenti delle regole che queste Istituzioni sono tenute a fare applicare ma il modo in cui queste vengono applicate è sistematicamente poco credibile. Ciò determina che il cittadino, i gruppi sociali, la comunità si abitua a non dare rilevanza a queste regole, a questi precetti, spogliandoli della loro autorevolezza. Del resto, si tratta di norme non osservate, nella maggior parte dei casi, neppure dalle stesse amministrazioni che sono chiamate ad applicarle. Il che, può voler dire sia che le amministrazioni si disinteressano o sono poco rigorose nell’applicazione delle norme, sia che fra più possibili applicazioni, troviamo interpretazioni discordanti da un’amministrazione all’altra e spesso anche interpretazioni fiscali, oppressive, onerose. Non sembrerebbe, ma anche questa è una forma di legalità debole, nel senso che la regola viene stiracchiata, è porosa, è oggetto di interpretazioni contrastanti, in sostanza, non riesce a fare da presupposto a quello che, dal punto di vista dello sviluppo, in particolare dello sviluppo economico, è un aspetto essenziale una condizione in mancanza della quale lo sviluppo non può verificarsi, mi riferisco al “calcolo dell’imprenditore”. La calcolabilità dell’azione imprenditoriale presuppone un arco di tempo pluriennale, il che richiede che l’imprenditore nell’assumere degli impegni, nel prendere delle decisioni, nello stabilire se localizzare uno stabilimento, se esportare in una certa direzione o se chiedere e quindi ottenere un permesso, abbia delle certezze. In presenza di una legalità debole, questa viene meno. Quindi, è proprio la legalità debole insieme alla illegalità di stampo mafioso, e spesso in concomitanza con essa ma, ripeto, sono due concetti fra loro distinti, che si pone come uno dei più formidabili ostacoli allo sviluppo.

A parte questa mia idea, che ovviamente non è soltanto mia - quantomeno la si può rintracciare nel pensiero di sociologi come Weber - ci sono delle ricerche più recenti condotte, ad esempio, dalla Banca mondiale che, studiando comparativamente una serie di economie arretrate con condizioni di svantaggio strutturale, riconosce sistematicamente la presenza di Istituzioni pubbliche deboli. Non deboli in quanto incapaci di esercitare poteri coercitivi, spesso si tratta di dittature, di regimi autoritari. Deboli perchè le prescrizioni, le regole, non vengono prese sul serio o se vengono prese sul serio lo sono in modo incerto, in modo imprevedibile. Quindi, la prevedibilità, che è essenziale, viene meno.

A questo punto inizio, sia pure disordinatamente, ad entrare nell’argomento di oggi “Politiche di sicurezza, capitale sociale e sviluppo nel Mezzogiorno”. In realtà, ho già cominciato a parlare delle politiche di sicurezza introducendo gli altri argomenti. Articolerò la mia esposizione in tre punti: che cosa si intende per capitale sociale e perché è importante per lo sviluppo, politiche di sicurezza con particolare riferimento al P.O.N. sicurezza e rapporti fra queste ultime e lo sviluppo.

Che cosa intendiamo per capitale sociale? E’ un termine, una nozione, un concetto oggi molto di moda. Si è calcolato che è uno degli argomenti su cui c’è una maggiore produzione. Se prendiamo un campione di cento articoli in campo non soltanto sociologico - è chiaro che il capitale sociale ci rinvia alla sociologia - per esempio anche economico e non soltanto nel campo accademico ma anche nel campo di Istituzioni quali la Commissione europea, quali la Banca mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, quindi Istituzioni che si occupano di sviluppo, ecco che troviamo che il capitale sociale è uno degli argomenti, come si suole dire più “gettonati”, al quale viene dedicata maggiore attenzione. Il che può essere un bene come può anche essere un male, perché gli argomenti inflazionati ci portano a creare un po’ di confusione o a dire sempre le stesse cose. In realtà, la ragione di tanto interesse è che si tratta di un argomento veramente importante. E’ veramente da sottolineare l’importanza che il capitale sociale ha nello sviluppo.

Proprio con riferimento all’Italia, prima che con riferimento ad altri Paesi, e tutta l’Italia non solo il Mezzogiorno, una delle opere più note che ha suscitato un grandissimo dibattito internazionale, ha sottolineato l’importanza del capitale sociale. Mi riferisco all’opera di Robert Putnam, un sociologo e politologo statunitense che nel ’93 ha pubblicato l’opera tradotta in italiano “La tradizione civica nelle regioni” il titolo americano è “Making Democracy Work”, tradotto non letteralmente “Ciò che fa funzionare le democrazie”. Ora, la risposta di Putnam è proprio questa: il capitale sociale. La spiegazione dell’autore sulla differenza di rendimento fra le amministrazioni per esempio del meridione e quelle del centro nord è proprio la differenza di capitale sociale che, nel sud, sarebbe inferiore rispetto al centro-nord.

Ma cos’è il capitale sociale? Mentre è chiaro che cosa intendiamo per “capitale finanziario”: uno stock di risorse finanziarie che spesso si traduce in investimenti fissi, “macchinari” per esempio, e per “capitale umano”: quel tipo di investimento che arricchisce il saper fare, le conoscenze, la criticità, cioè il fare la differenza all’interno di una organizzazione produttiva di una certa risorsa umana, un certo tipo di lavoratore o un certo tipo di qualificazione (che non è prerogativa solo degli imprenditori, spesso investe il Paese nel suo complesso, sicuramente i singoli individui e le loro famiglie ), che cosa sia il “capitale sociale” è meno intuitivo anche perché, in letteratura troviamo una serie di definizioni contrastanti. Ci sono alcuni autori che utilizzano il termine con una accezione che spesso è paragonabile ma non esattamente coincidente a quella formulata da altri.

Molto sinteticamente mi limiterò ad enunciare due soli concetti di capitale sociale fra i molti possibili. Il primo si riferisce alla nozione di capitale sociale inteso come “fiducia”. Un importante lavoro comparativo riguardante anche l’Italia, oltre a diverse altre nazioni, è l’opera dell’autore giapponese Fukuyama pubblicato nel ’95 dal titolo “Trust”, in italiano “fiducia”, dove viene osservato e comparato il rendimento di vari sistemi economici di tutto il mondo anche alla luce della dotazione di capitale sociale. Dentro il concetto sta il fatto che esistono, vengono mantenute e vengono consolidate delle relazioni di collaborazione, di cooperazione relativamente spontanea fra attori sociali, attori economici, fra vari soggetti, importanti per lo sviluppo, per esempio esistono delle regole che vengono di fatto osservate, regole che molto spesso sono di tipo informale e non coincidono con le regole giuridiche. Se il concetto di capitale sociale fosse riducibile ad una regolamentazione soltanto di tipo giuridico, perderemmo la sua specificità.

Ci sono almeno due definizioni - distinzione che ho cercato di approfondire - di capitale sociale. Il sociologo americano Coleman, definisce il capitale sociale come: “l’insieme delle relazioni che sussistono fra singoli individui o all’interno delle comunità”. Una persona che ha più relazioni ed è inserita in un grande reticolo di rapporti sociali possiede un maggiore capitale sociale, per esempio, se perde il lavoro trovarne un altro gli risulterà più facile, se vuole lanciare una nuova attività imprenditoriale usufruirà di una clientela consolidata, se stipula un contratto con un soggetto che direttamente non conosce potrà chiedere a dei suoi conoscenti delle garanzie, e così via. Quindi, maggiore è la dotazione di capitale sociale posseduta all’interno di una collettività, tanto più risulta facilitata l’attività economica in termini di sviluppo. Com’è stato giustamente notato da uno studioso del fenomeno mafioso Rocco Sciarrone, non è sempre detto che il capitale sociale, così inteso, produca degli effetti positivi che favoriscono lo sviluppo. Se pensiamo al mafioso, non è una persona dotata di un grande capitale sociale? In realtà si. In una descrizione metaforica ma molto efficace che il “pentito” Calderone dava del mafioso esso veniva descritto come “un ragno al centro di una grande ragnatela”, ragnatela tanto più estesa quanto più il mafioso è potente. A conferma di quanto detto, al funerale del boss Di Cristina andò quasi tutto il paese di Riesi. Diecimila persone, quindi una grossa fetta del paese è inserita nella rete, questa volta nella rete del ragno, del mafioso. Essere dotato, essendo un mafioso, di un forte capitale sociale, è un bene o un male? Lasciamo stare le valutazioni in astratto, in concreto è un male. E’ chiaro che il capitale sociale della mafia o se non della mafia per esempio di gruppi che colludono fra loro per manipolare gli appalti, per interferire sul funzionamento della pubblica amministrazione, per ottenere il conseguimento di un posto pubblico, per manipolare i concorsi pubblici, in tutte queste espressioni di capitale sociale che sono in azione, il risultato non è favorire lo sviluppo o la modernizzazione ma ridurlo, ostacolarlo.

Quindi, da questo punto di vista, occorre una precisazione. Non basta dire che il capitale sociale propizio allo sviluppo è un insieme di regole, è un insieme di relazioni sociali punto e basta perché, a questo punto, molti soggetti hanno tutto l’interesse a creare stock, per così dire, di questo capitale sociale: pensiamo al politico il quale si avvale di una rete di clientele e nel momento in cui si ritira dalla vita politica le passa al figlio, o alla moglie, o al nipote, o al collaboratore. In questi casi si tratta, indubbiamente, di capitale sociale, anche se lui non ha più la tessera dello stesso partito, ha addirittura cambiato partito, migliaia di voti comunque si “muovono” con un sol uomo, appresso a lui. Anche questi sono fenomeni di capitale sociale molto significativi che tuttavia non giudichiamo, in prima battuta - è chiaro che l’analisi dovrebbe essere più approfondita - come fenomeni di modernizzazione o propizi alla sviluppo. Allora, non tutto il capitale sociale è favorevole allo sviluppo, ma soltanto certe sue forme, per l’esattezza - anche qua il discorso dovrebbe essere più articolato ma mi limito ad enunciarlo - quella forma di capitale sociale che, senza definirla precisamente, aveva in mente Putnam e che si chiama “civismo” cioè, quel tipo di capitale sociale in cui i componenti della comunità, anche in modo impersonale, cioè non facendo leva su rapporti di tipo personale - che spesso si traducono in rapporti di tipo patrono-cliente - credono nella vigenza di regole di carattere generale sforzandosi, ognuno per la propria parte, nel mantenimento, nel rispetto, nell’osservanza di questo tipo di regole. La regola, per esempio, per cui i concorsi pubblici in una amministrazione dovrebbero essere meritocratici, anziché manipolati per ragioni clientelari o di tipo particolaristico, è una regola del genere. E’ una regola alla quale molto spesso il meridionale non crede, crede che sia una regola scritta sulla carta però non crede che sia veramente applicata. Magari ha tutte le ragioni per farlo, può darsi che il suo giudizio sia un giudizio del tutto realistico. Quindi la presenza di regole universalistiche, regole che rinviano ad una idea di senso civico forte nella collettività, consentono che si accendono e si mantengono, in modo spontaneo, dei rapporti di fiducia e di collaborazione che sono poi quelli che consentono il decollo delle attività economiche. In questo senso il capitale sociale è essenziale non solo per il buon funzionamento delle pubbliche amministrazioni di cui ci parla Putnam ma, in generale, per la crescita di attività economiche capitaliste e non, comunque attività economiche produttive di tipo moderno. Tutte le volte in cui questo manca, come ribadisce al riguardo la Banca mondiale, riscontriamo che all’interno di un certo territorio, di una certa area, di una certa Regione, di una certa Nazione, anche lo sviluppo economico “langue”.

Ora, fatta questa premessa che mi è venuta molto più lunga di quello che avevo intenzione di dirvi, spiegherò perché una esperienza come il Programma Operativo Nazionale sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno è importantissima.

Il P.O.N. sicurezza non è finalizzato soltanto a combattere la mafia, ma si articola in una serie di assi d’intervento alcuni dei quali riguardano, per esempio, il potenziamento della dotazione tecnologica delle Forze di Polizia che permettono collegamenti telematici più efficienti, tutte cose che sono scritte nel Programma Operativo e che sono state anche fatte, perché una cosa è scrivere un Programma - come ci insegnano i giornali recenti in Sicilia soltanto il 20% delle risorse comunitarie previste da Agenda 2000 in quattro anni, perché ormai siamo alla fine del 2004 anzi se contiamo pure il 2000 sarebbero pure cinque, sono stati spesi - una cosa poi è farla. Una caratteristica molto significativa del P.O.N. sicurezza è che è un programma che cammina, è nelle condizioni di mantenere gli impegni di spesa che vengono assunti (su questo farò una ultimissima notazione, molto rapida, alla fine del mio intervento). Alcuni di questi assi d’intervento si propongono di rafforzano l’azione di controllo, l’azione di contrasto delle Forze di Polizia complessivamente considerate, un esempio fra tanti, è la previsione e conseguente realizzazione di un sistema che consenta il confronto per via telematica delle impronte digitali acquisite e memorizzate elettronicamente che faciliti e renda molto più veloce, più spedita l’attività delle Forze di Polizia. Ancora, una serie di innovazioni tecnologiche riguardano il controllo delle frontiere e il controllo delle coste. Questi interventi non contrastano soltanto la criminalità organizzata di stampo mafioso ma i mercanti di esseri umani, gli scafisti e così via. Il contrabbando per esempio, è crollato verticalmente negli ultimi anni. Il reato di contrabbando, registrato dalle statistiche ufficiali, è crollato verticalmente grazie all’efficacia dei controlli alle frontiere. Insomma, in tutti questi filoni abbiamo degli investimenti che sono stati previsti, che sono stati realizzati e stanno dando i loro frutti. Quindi, sono stati rispettati tutti i passaggi della programmazione: scelgo un obiettivo, lo perseguo, lo realizzo e raggiungo dei risultati che posso verificare.

Un altro filone importantissimo del P.O.N. sicurezza riguarda proprio il capitale sociale ovvero l’educazione alla legalità e la diffusione di una cultura alla legalità. Abbiamo una serie di iniziative in tal senso, una molto nota è Il Consorzio Sviluppo e Legalità che riguarda alcuni Comuni della Provincia di Palermo i quali partendo dalla esigenza di riutilizzare alcuni dei beni confiscati alla mafia, in particolare le terre, hanno creato un modello di produzione che ha anche un ritorno economico e sul quale sono imperniate una serie di attività importantissime di diffusione della legalità.

Una sola cosa vorrei sottolineare per chiudere, partendo da una sintesi - in realtà ho tutto il lavoro - del Rapporto di Valutazione Intermedia del Programma Operativo che è del dicembre 2003. Il Programma Operativo Nazionale sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno lo abbiamo in questo Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006, ma in realtà non è una novità nel senso che c’era già un suo antesignano, anzi dei suoi antesignani nei Quadri Comunitari di Sostegno precedenti. Dopo la riforma dei Fondi Comunitari dell’88 ogni volta che abbiamo degli Interventi Strutturali cioè delle Politiche di Coesione, è necessario che ogni singolo Stato preveda un documento di programmazione vasto che includa tutti gli interventi, il Quadro Comunitario di Sostegno, che ha una durata pluriennale. Il primo periodo è stato 89-93, il secondo 94-99 adesso siamo nel terzo periodo che è 2000-2006. Come vedete, la durata progressivamente si estende. Lasciando da parte la valutazione delle esperienze pilota della precedente edizione di quello che oggi si chiama Programma Operativo Nazionale sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia - che è stato, nondimeno, molto significativo e molto interessante - la cosa che viene sottolineata nel Rapporto di Valutazione Intermedia, da un lato è l’efficienza della spesa, dall’altro viene un po’ sollecitata l’amministrazione del programma, che si intesta al Dipartimento di Pubblica Sicurezza, ad aprirsi di più proprio alla dimensione locale che normalmente caratterizza la gran parte, se non tutti, gli interventi riconducibili ai Fondi Strutturali. E’ una cosa che viene anche dall’Italia ma soprattutto ci viene dall’Unione Europea, c’è proprio una spinta quella che potremmo definire, forse un po’ criticamente, almeno io sono abbastanza critico, una retorica della partecipazione del partenariato dello sviluppo dal basso, che molto spesso ha funzionato. Ci sono dei casi di sviluppo dal basso, i Distretti Industriali per esempio, che sono esempi preclari di come dovrebbe funzionare lo sviluppo. Ma quand’è che funziona lo sviluppo dal basso o la ricetta dello sviluppo dal basso? Proprio in quelle aree dove c’è già una grande dotazione di capitale sociale, se quella dotazione manca c’è il rischio, certe volte non è un rischio ma è una certezza, che proprio quegli strumenti che sono stati congegnati, sono stati progettati all’insegna della filosofia dello sviluppo dal basso, per esempio i Patti Territoriali, in realtà riproducono al proprio interno gli stessi difetti, le stesse problematiche, sia un po’ del vecchio intervento straordinario, sia del particolarismo e dell’orientamento a interessi, come dire, molto di medio-breve termine che sono proprio quello che dovremmo superare. Ora, il fatto che proprio questo Programma sia quello che ha funzionato meglio, almeno in termini di capacità di spesa, ma in realtà in termini di risultato, non si deve proprio al fatto che la sua gestione è relativamente accentrata proprio perché è fatta dal Dipartimento di Sicurezza? Punto interrogativo. La mia risposta, ovviamente, è si. Il che quindi mi porta a sottolineare che, anziché modificare la sua impostazione, com’è raccomandato proprio dai valutatori i quali in qualche modo aderiscono a questa ideologia del decentramento, anziché modificare radicalmente questa impostazione - è chiaro che è importantissimo, anche perché ce lo dice tutta la politica comunitaria: cercare rapporti con le regioni, cercare rapporti con i Comuni, cercare rapporti con quei Comuni che hanno creato anche strumenti come i “Patti per la legalità” per l’appunto, e che al cui interno c’è specificamente questa prospettiva – senza dimenticare che spesso si tratta di quelle stesse Regioni o di quegli stessi Patti Territoriali che non sono neppure in grado di spendere il 20% delle risorse che sono state assegnate solo a loro, forse su questo un minimo di ripensamento sarebbe necessario. Forse corriamo il rischio che un’esperienza di successo si tramuti in un’esperienza che poi diventa un po’ meno di successo. Quindi, la mia notazione critica - chiaramente dobbiamo essere anche nelle condizioni, di fare delle notazioni critiche - riguarda non tanto la gestione attuale del Programma Operativo Nazionale sicurezza, infatti la mia valutazione personale di questo Programma e delle versioni precedenti è nettamente positiva; una possibile evoluzione, invece, la vedo con una certa preoccupazione. Però, mi rendo conto di avere abusato abbastanza, anzi forse troppo, della vostra pazienza e mi fermo immediatamente. Grazie.

Onorevole Antonino Mannino

Prima di dare la parola al professore Fiandaca poniamo riparo ad una involontaria “gaffe” dovuta al fatto che siamo stati informati tardi della presenza del professore Santangelo Prorettore dell’Università degli Studi di Palermo che darà il suo saluto ai partecipanti al convegno.
Professore Santangelo si accomodi qui, accanto a me.

Prorettore Santangelo

Accanto ad un amico è sempre un piacere. Non c’è nessuna “gaffe” diciamo che ci sono delle discrasie organizzative che, nella convulsione delle giornate che tutti abbiamo, possono accadere. A me è stato detto solo ieri sera, dal Rettore, che stamattina facessi in modo di dare io il saluto formale quindi vi annoierò pochissimo proprio perchè è un saluto formale anche se, come proverò a spiegare, da parte dell’Ateneo non soltanto formale ma anche sostanziale. L’aspetto formale, cioè la forma di ospitalità che diamo con molto piacere a manifestazioni come queste, è già assolta nell’istante in cui i vostri lavori sono ospitati qui. La sostanza, invece, è diversa. Qualche mese fa, se la memoria non mi inganna, sentii una frase abbastanza efficace e molto sintetica del Procuratore Pietro Grasso che recitava: “in questa città nulla è come appare” che mi sembra estremamente funzionale, caustica financo, per rappresentare quella che poi è la realtà nella quale tutti quanti viviamo immersi, contro la quale è opportuno continuare a ergersi ed impegnarsi per capirne i funzionamenti. Non c’è nessuna istituzione, e quindi neanche l’Università degli Studi di Palermo, che possa illudersi di esserne immune. Avendo questa consapevolezza l’Ateneo palermitano si ritiene impegnato, nell’ambito delle sue competenze - non può invadere campi altrui come i settori legislativi se non per particolari incarichi di illustri colleghi alcuni dei quali presenti, tantomeno il settore esecutivo - a fare la sua parte. E’ facile darvi un esempio: io ora mi precipito giù il ché mi impedirà - laddove ho avuto la fortuna, grazie alla discrasia organizzativa, di ascoltare tutta una serie di stimolanti indicazioni già arrivati da Nino La Spina - di assistere all’intervento di Giovanni Fiandaca. Perchè mi precipito giù? Perchè sabato prossimo inaugureremo l’Anno Accademico, il Rettore non c’è, ci sono delle cose pratiche da fare impegni da assolvere. Dove lo inauguriamo e dove lo abbiamo inaugurato l’anno scorso? Queste sono cose che, di tanto in tanto, bisogna anche ricordare e dire. L’anno scorso lo abbiamo inaugurato in un locale abbandonato, distrutto, che oggi è diventato uno dei luoghi più adoperati per farvi attività didattica e per organizzare incontri di carattere culturale fruibili dalla città. Era un locale a tutti noto per essere stato adibito, per venti anni, alla proiezione di films a luci rosse. Quest’anno, la faccenda è ancora più attinente all’argomento di oggi. Noi sabato prossimo ci vedremo in un luogo che, per quelli della mia generazione, era rimasto un “fantasma”, un “fantasma” anche abbastanza penoso da vedere ogni mattina quando ci recavamo - alcuni da studenti, alcuni da giovani professori - a fare lezioni nelle nostre singole facoltà. Mi riferisco al Complesso Polididattico il quale è rimasto ventiquattro anni in costruzione perchè una serie di note vicende avevano fatto si che l’appalto, bloccato due volte poi assegnato ad una grande impresa di respiro nazionale alla fine risultata collusa con la mafia, non riusciva a concludere i lavori di ristrutturazione. E l’Istituzione? Qualcosa nei gangli di funzionamento di questa Istituzione, evidentemente, non ha funzionato come doveva funzionare. Allora Grasso, il Procuratore Grasso - con tutto il rispetto per un altro Grasso presente in aula - ha ragione “in questa città nulla è come appare” ed io ho la sensazione che ancora ci sia molto lavoro da fare. Se si riesce dopo ventiquattro anni finalmente a dotare gli studenti di questo Ateneo di un locale di quattromila posti, vuol dire che qualcosa si è fatto, ma quanto altro c’è ancora da fare? A mio modesto avviso, moltissimo. Allora, stando così le cose è l’Ateneo palermitano che si onora, come si deve dire quando si assolve un ruolo, di avere ospitato i lavori di questo seminario e dall’altro lato è gratissimo al Centro Pio La Torre al Dipartimento di Studi su Politica Diritto e Società e al Dipartimento di Scienze Sociali per continuare a offrire l’opportunità di approfondire un fenomeno talmente articolato, talmente tentacolare dal quale forse non basterà la nostra generazione per riuscire a liberarci. Ciò non toglie che siamo qui e cerchiamo ognuno di fare la nostra parte.

Onorevole Antonino Mannino

Ringrazio ancora il professore Santangelo e passo la parola al professore Fiandaca che ci parlerà del tema “Prospettiva attuale della sicurezza”.

Professore Giovanni Fiandaca

Ringrazio innanzitutto gli organizzatori di questo incontro: il Centro Pio La Torre, Nino Mannino, Vito Lo Monaco e gli altri amici per avermi invitato a prendere la parola in questo seminario. Prometto che cercherò di essere breve.

Il titolo del mio intervento non è “Prospettiva attuale della sicurezza”, ci sarà stato un errore tipografico ma “Prospettive attuali del concetto di sicurezza”. Ripeterò, in parte, cose già dette da Nino La Spina soffermandomi soprattutto sul termine sicurezza, visto che concentrerò il mio intervento proprio sulle possibili accezioni che il termine sicurezza oggi assume.

Come tutti sappiamo, la parola sicurezza è diventata, negli ultimi tempi, particolarmente di moda e di uso crescente a più livelli: su un piano culturale, su un piano addirittura antropologico, sul piano sociologico, sul piano criminologico e giuridico. Tra queste accezioni ci sono, com’è ovvio, delle connessioni ma non delle coincidenze. Il discorso può anche assumere delle articolazioni diversificate a seconda che si faccia riferimento ad un contesto regionale, ad un contesto nazionale o addirittura ad un contesto sovranazionale. Ora, entro i confini interni o regionali la sicurezza per tanto tempo - come evoca la stessa espressione tradizionale “pubblica sicurezza” - ha finito col coincidere, sostanzialmente, con la difesa del cosiddetto ordine pubblico. Da questo punto di vista la sicurezza si prospetta come un bene collettivo rientrante nella competenza prevalente della giustizia penale e delle Forze di Polizia.

Purtroppo, è soprattutto in questa accezione che si continua a parlare di sicurezza. Il bisogno di sicurezza continua ad essere inteso, in non piccola parte - come ho avuto modo di constatare nel progetto P.O.N. e simili - come assenza di forme di criminalità. Criminalità che ha raggiunto una tale soglia, da apparire intollerabile nonché incompatibile con la presenza di un insieme di condizioni che consentano la nascita e/o lo sviluppo di un libero mercato. Come metteva altresì in evidenza Nino La Spina, la sicurezza come insieme delle condizioni che garantiscono lo svolgimento di un mercato esente da violenza o da elementi di interferenza illecita è, sempre più, considerata un presupposto dello sviluppo. Da questo punto di vista quindi, si ripropone il problema del nesso tra sviluppo, sottosviluppo e presenza, in particolare nel Mezzogiorno, della criminalità organizzata. Il problema dei rapporti tra sviluppo e presenza della criminalità organizzata è così complesso che necessiterebbe di un approfondimento autonomo che in questo caso non possiamo fare. Come osservava nel suo intervento Nino La Spina, oggi c’è un crescente consenso, addirittura a livello internazionale, nel ritenere che lo stesso sviluppo economico abbisogna di determinati standard di legalità dove per legalità si deve intendere non soltanto l’assenza di forme di criminalità intollerabili - appunto perché incompatibili con l’insieme delle condizioni che dovrebbero garantire un normale funzionamento del mercato - ma altresì la prevedibilità degli effetti delle azioni future. Da questo punto di vista, vorrei richiamare l’attenzione sulla storica sentenza della Corte Costituzionale n. 364 del 1988 che, nel mettere in evidenza il valore illuministico o post-illuministico, oggi molto in crisi per tante ragioni, alcune intuibili, diede risalto al valore tendenziale della certezza del diritto: “la certezza del diritto dovrebbe essere un presupposto della certezza delle libere scelte d’azione future dei cittadini” certezza dunque nel senso che la prevedibilità degli effetti delle azioni future dovrebbe essere, lo insegnava pure Max Weber, un presupposto fondamentale di un agire economico moderno.

E’ triste constatare come certe accezioni, tutto sommato tradizionali della sicurezza, per noi continuino ad avere un valore in senso modernizzante che, in realtà, dovrebbero invece rappresentare delle verità definitivamente acquisite di cui non dovremmo più parlare. Ma purtroppo, si ripropone come moderno un concetto di sicurezza tutto sommato tradizionale.
Con riferimento al P.O.N., il concetto di sicurezza tende ad assumere connotazioni ulteriori rispetto a quelle tradizionali nel senso che, sempre concepito come insieme delle condizioni che garantiscono il libero mercato, lo si vorrebbe vedere non più affidato soltanto alla competenza della giustizia penale e delle Forze di Polizia ma ricompreso in una accezione più dinamica che vede interagire le Forze di Polizia e la giustizia penale con le altre Istituzioni, quindi in un’ottica di interazione istituzionale. Le Istituzioni più coinvolte in questa direzione sono in particolar modo le Istituzioni locali: le Regioni, le Province i Comuni. Questa prospettiva della sicurezza, più dinamica e più interattiva, dovrebbe richiamare anche l’impegno e l’azione, nell’ambito delle diverse articolazioni, della società civile. Da questo punto di vista gli strumenti di potenziamento della sicurezza sembrano individuabili in una duplice direzione, da un lato tesi a realizzare un imponente sforzo di rafforzamento delle tecnologie mirate ad una ottimizzazione delle risorse disponibili - così si esprime anche la spiegazione del P.O.N. che, come già osservato da Nino La Spina, non significa aumentare soltanto quantitativamente le unità della Guardia di Finanza, dei Carabinieri o delle Forze di Polizia ma, significa potenziare soprattutto gli strumenti tecnologici, innanzitutto a livello informatico, per fare in modo che si realizzi un migliore livello di informazione e di comunicazione delle notizie, in difesa preventiva della legalità, non soltanto tra gli organi di polizia in senso stretto ma tra tutte le amministrazioni pubbliche. Da questo punto di vista mi risulta che, nell’ambito della Regione siciliana, sono stati stipulati dei protocolli di legalità che vedrebbero operare congiuntamente Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza, insieme ad una apposita struttura che sarebbe stata creata all’interno della Regione siciliana, al fine di prevenire le infiltrazioni mafiose soprattutto in quei settori in cui l’amministrazione pubblica e le scelte politiche a livello regionale riguardano assegnazione di risorse, appalti ecc.. Sarebbe sicuramente interessante vedere come queste strutture preventive, create nell’ambito dei protocolli di legalità, hanno di fatto operato, se hanno operato così come avrebbero dovuto operare.

La seconda direzione di fondo riguarda una efficace azione di sensibilizzazione e di adeguamento culturale dei cittadini attraverso strategie di rieducazione alla legalità. Sotto il profilo dell’azione educativa il potenziamento della sicurezza implica inoltre l’attivazione d’interventi di sostegno formativo e di sostegno assistenziale ai giovani, miranti a diminuire le forme di disagio sociale e le cause della devianza, intesa nella sua accezione più ampia.

Ecco che riscontriamo come anche il concetto di disagio sociale evoca oggi quello di sicurezza, in ogni caso in una accezione un po’ diversa rispetto a quella di cui stiamo parlando che, rispetto a quello che sto per dire, mi porterà un pochino fuori tema; tuttavia, secondo me, non è inopportuno fare una carrellata delle diverse accezioni in cui oggi il bene sicurezza non solo ci interessa, ma direi comincia ad ossessionarci un po’. Rapportato al disagio sociale, il concetto di sicurezza viene in rilievo soprattutto in negativo ovvero come insicurezza nelle due versioni della insicurezza socio-economica per un verso, e della insicurezza esistenziale per un altro verso. Il sociologo francese Robert Castel ha di recente pubblicato un libro dal titolo “L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?” edizioni Einaudi, che Nino conoscerà senz’altro - di questo libro consiglio la lettura perché mette bene in evidenza il concetto di sicurezza e correlativamente, in negativo, di insicurezza – nel quale, in sintesi, l’autore rileva come un senso di insicurezza domina le nostre vite: temiamo di venire aggrediti per strada o in casa e torno all’antico concetto di sicurezza. Ma l’insicurezza in senso socio-economico emerge nel fatto che paventiamo - non noi personalmente - di perdere il lavoro, di non ottenere la pensione, di ammalarci senza avere la possibilità di curarci. E’ vero, afferma Castel, che le protezioni dalla violenza e dai rischi dell’esistenza sono oggi, tutto sommato, più elevate – le funzione difensive dello Stato di diritto - rispetto al secolo scorso, accade però che ambedue i generi di protezione vengono oggi erosi da una ideologia, ed io concordo con questo punto di vista, che attribuisce solo all’individuo la responsabilità dei suoi mali e da un sistema produttivo che divide le persone in vincitori e vinti.

Il sentimento d’insicurezza in senso sia economico-sociale sia esistenziale è stato anche acutamente analizzato da due psichiatri che si occupano di problemi giovanili Miguel Benasayag di origine sud-americana e Gerard Schmit che hanno pubblicato un libro dal titolo “L’epoca delle passioni tristi”. Proprio in questo libro, dedicato ai problemi del disagio giovanile, emerge come la responsabilità di tale disagio sia oggi da ricondurre - i due autori il concetto lo traggono da Spinoza che parlò per primo di passioni tristi - alle “passioni tristi” da cui sarebbero dominati i nostri giovani ovvero un sentimento di impotenza e di incertezza che porta a vivere il mondo come una minaccia e che indurrebbe a chiudersi in se stessi e ad armarsi contro aggressori o aggressioni reali o molto più spesso supposte.

La maggiore domanda securitaria, anche in senso psicologico, influenza come sappiamo i programmi politici anche al momento delle elezioni in Italia e negli altri principali Paesi. Per cui la domanda di sicurezza - questa volta sì di difesa della criminalità, però in una accezione che và al di là del tradizionale ordine pubblico perché, questa domanda di sicurezza oggi è anche rivolta allo Stato, alla stessa giustizia penale e alla Polizia - assume una dimensione esistenziale in termini non solo di inviolabilità dei beni, ma di inviolabilità fisica e psichica delle nostre persone che fa emergere qualcosa di nuovo dal punto di vista del modo di percepire psicologicamente il problema dell’insicurezza, rispetto al passato. Per esempio non è un caso che una legge da noi approvata nel 2001 è stata emblematicamente intitolata “Il pacchetto sicurezza” e ha trasformato due circostanze aggravanti del furto in reati autonomi, mi riferisco al furto in abitazione e al furto con strappo. In reati autonomi anche per mettere in evidenza, direi sul piano simbolico, che oggi la sicurezza che vogliamo protetta anche dallo Stato, dalla norma penale, è una sicurezza intesa come vulnerabilità fisio-psichica, come uno spazio di vita personale, di privatezza che sentiamo, direi nevroticamente, minacciato. Come fare per intervenire su questi piani che vanno al di là della sicurezza intesa in senso criminal-tradizionale? Per esempio la ricetta del sociologo Castel, prima evocata, è quella di difendere e innanzitutto rafforzare lo Stato di diritto e recuperare lo Stato sociale. Dice Castel, dobbiamo recuperare il compito forse principale, il compito proprio che storicamente gli Stati hanno assolto. Qual è stato il compito vero, storicamente e sociologicamente, che gli Stati hanno assolto? Quello di essere stati i principali dispensatori del bene della sicurezza nelle sue varie forme. E’ una ricetta questa oggi credibile o è una ricetta obsoleta, un pochino utopica? Se noi consideriamo l’evoluzione o se vogliamo l’involuzione della prospettiva della sicurezza collettiva dopo l’undici settembre (come sappiamo dopo l’undici settembre sicurezza collettiva significa, innanzitutto, difesa della incolumità pubblica cioè difesa della vita dei beni e della integrità fisica delle persone da attacchi terroristici ) emerge un concetto di sicurezza collettiva come incolumità pubblica tutto sommato questa volta in una accezione più tradizionale. La novità qual è? La novità è che dopo l’undici settembre - non è retorica evocarla, la prospettiva della globalizzazione che ci piaccia o no esiste - mi pare che si tenti di far apparire una ricetta di retroguardia pensare che la domanda securitaria, nelle sua varie accezioni, oggi possa essere, nella misura del possibile, soddisfatta ripensando ad un potenziamento dello Stato nazionale. Il discorso ci porterebbe, a questo punto, ad esaminare i possibili riflessi del problema della difesa della sicurezza a livello internazionale contro il terrorismo con i suoi riflessi sull’esigenza di ripensare il garantismo classico nei rapporti tra tutela della sicurezza e tutela delle libertà fondamentali. Il discorso sarebbe lungo, accenno soltanto ad un punto. Filosofi del diritto, giuristi e penalisti di indubbia e provata fede democratica oggi sostengono che anche noi giuristi democratici dobbiamo pensare nuove misure di controllo giuridico ma anche nuove forme di controllo informale che modifichino l’equilibrio dei rapporti tra sicurezza e diritti fondamentali anche a condizione di dover sacrificare larghe porzioni di diritti fondamentali per concedere, di converso, crescente spazio alla sicurezza. Tutto questo non ha un nesso immediato rispetto al tema specifico di cui ci occupiamo oggi, se però consideriamo che sicurezza come difesa della criminalità oggi significa difesa non solo dalla criminalità organizzata di casa nostra ma difesa dalle diverse forme di criminalità organizzata tra cui la difesa dalla criminalità terroristica allora, a questo punto, il discorso si complica. C’è da ripensare il rapporto tra liberal-democrazia, libertà e tutela della sicurezza, con rischi di involuzioni che in altri tempi avremmo definito senz’altro autoritaria. C’è una sfida per la democrazia che dobbiamo vivere e tutto questo può avere anche qualche ricaduta sul piano non solo concettuale ma anche operativo rispetto ai problemi concreti in cui questo nostro discorso sfocia. Grazie.

Onorevole Antonino Mannino

Ringrazio il professore Fiandaca.

Ricordo che sono presenti in aula diversi Sindaci, il Segretario Regionale della CISL Paolo Mezzio e l’Onorevole Tano Grasso. Dal momento che i lavori di questo seminario comportano una certa rapidità di svolgimento senza indugi approfitto dell’arrivo del Prefetto Giosuè Marino per dargli immediatamente la parola ringraziandolo di essersi reso disponibile a dare il suo contributo a questa nostra iniziativa .

Grazie ancora, a lei la parola.

Prefetto di Palermo Giosuè Marino

Sono io che la ringrazio Onorevole per avermi invitato, come ringrazio i presenti per l’attenzione che mi vorranno prestare. Io mi accingo a dare, sul tema che oggi è all’attenzione di tutti, una prospettazione direi molto più grigia, molto più agganciata alla realtà che non le interessantissime considerazioni che, per altro, ho sentito soltanto parzialmente del professore Fiandaca. Parto con una considerazione: il principale obiettivo delle Politiche Strutturali e di Coesione dell’Unione Europea è quello di contribuire a ridurre le disparità tra le aree della stessa Comunità. La riduzione delle disparità viene considerata, assolutamente, un passaggio indispensabile per garantire poi un circuito virtuoso che abbia un riflesso sia a livello produttivo sia a livello sociale. Come fare ciò? Facendo sì che le politiche nazionali e regionali, delle regioni più deboli, abbiano dei sostegni concreti e che, nello stesso tempo, siano perseguite politiche occupazionali a livello regionale e nazionale che consentano di colmare questo “gap” che si sia individuato. Quindi, promuovere la coesione a livello di Comunità Europea si è ritenuto fosse l’obiettivo indispensabile per favorire lo sviluppo armonioso delle attività economiche, per i riflessi negativi sull’occupazione, sull’ambiente, per la sostanziale eliminazione delle ineguaglianze tra uomini e donne. Come fare ciò? La Comunità si è dotata di determinati strumenti finanziari i Fondi Strutturali. I Fondi Strutturali, che hanno varia natura, vanno: dal “Fondo Europeo di Sviluppo Regionale” (F.E.S.R) che ha l’obiettivo di contribuire alla correzione dei principali squilibri regionali partecipando allo sviluppo e all’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo, al “Fondo Sociale Europeo” (F.S.E) che ha l’obiettivo di promuovere, all’interno della Comunità, le possibilità di occupazione e mobilità geografica dei lavoratori, al “Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia” (F.E.O.G.A), allo “Strumento Finanziario di Orientamento della Pesca” (S.F.O.P) e via dicendo. Questi Fondi Strutturali, costituiscono, sostanzialmente, la finanza necessaria e utilizzata per portare avanti questa filosofia d’intervento, filosofia d’intervento che è parametrata, da ultimo, al 2000-2006.
Attraverso l’attivazione dei Fondi Strutturali viene finanziato il (P.O.N.) Programma Operativo Nazionale che mi riservo di approfondire unicamente per l’aspetto che, più propriamente, si riaggancia alle mie funzioni cioè la sicurezza.

Il P.O.N. sicurezza che va applicato alle regioni dell’Obiettivo 1 - che sono le regioni in cui si registra un più ampio deficit strutturale, economico e se vogliamo anche di emarginazione sociale - ha la finalità di consentire un riadeguamento di queste regioni così caratterizzate, alla restante parte del Paese che non soffre di analoghe disfunzioni, di analoghe marginalità e altresì di metterle nelle stesse condizioni delle regioni europee che sono ad un livello molto più avanzato di sviluppo, con l’obiettivo di armonizzare, quanto più possibile l’economia, l’infrastruttura, le potenzialità di ciascun Paese. Rientrano nell’Obiettivo 1 quelle regioni il cui PIL procapite è inferiore al 75% della media europea. Queste sono le caratteristiche indispensabili per legittimare l’intervento che, nel caso del nostro Paese, vede protagoniste le regioni meridionali e, ovviamente, tra queste la Sicilia. L’obiettivo quindi è quello di colmare questo “gap” tra le regioni del sud, le altre del nostro Paese e della Comunità Europea, nella considerazione ovvia che, laddove c’è maggior sicurezza questo è un elemento fondamentale perché il circuito produttivo risulti effettivamente avviato in modo virtuoso e, quindi, produca dei risultati che ci consentano di portare il livello di produttività, il livello complessivo di risposta dell’apparato economico, a standard europei.

Badate bene che questa non è semplicemente una teorizzazione. Io sono un Prefetto che ha operato prevalentemente in regioni meridionali, ho avuto un’unica esperienza nel profondo nord come Prefetto di Biella arrivando dalla Sicilia dove avevo svolto l’incarico di Capo Gabinetto. A Biella ricordo che, partendo da una Provincia che aveva il 35% di disoccupazione in linea generale e circa il 60% di disoccupazione giovanile, parlo di una decina di anni fa, mi ritrovai ad operare in una Regione in cui il tasso di disoccupazione era dell’1,5% praticamente non lavorava chi non voleva assolutamente lavorare. Tornato ad operare in Sicilia, anche in Province con un livello particolarmente accentuato di depressione economica, molto spesso mi è capitato di venire a contatto con imprenditori che venivano dal nord Italia o da altri Paesi della Comunità. Quello che chiedevano inizialmente, era proprio un incontro con il responsabile, nell’ambito della Provincia, della sicurezza per avere garanzia che l’investimento che erano disponibilissimi a fare poi non venisse vanificato da presenze o pressioni di altra natura. Quindi, ripeto, è un fatto assolutamente vissuto, assolutamente reale.

Il P.O.N. sicurezza ha, sostanzialmente, l’obiettivo di riassestamento delle aree a maggior depressione rispetto alle altre aree del Paese. Si articola in tre assi: il primo asse “sviluppo ed adeguamento delle tecnologie dei sistemi informativi e di comunicazione per la sicurezza” con l’obiettivo specifico di ridurre i tempi d’intervento delle forze dell’ordine attraverso l’attuazione di tecnologie mirate ad un’efficiente controllo del territorio e all’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse disponibili, ancora, di riduzione dei tempi di funzionamento della giustizia attraverso il potenziamento tecnologico del sistema informativo. Il secondo asse “promozione e sostegno della legalità” con lo specifico intento di fronteggiare la permeabilità delle frontiere meridionali del Paese e gestire con umanità ed efficacia le problematiche connesse all’immigrazione e, nello stesso tempo, diffondere tra le popolazioni una particolare sensibilità ai temi della legalità e della sicurezza”. Il terzo asse “assistenza tecnica” con l’obiettivo di promuovere attività di supporto, consulenza ed assistenza per l’attuazione del programma. I tre assi si articolano in nove misure che individuano, nello specifico, gli interventi da attuare. Questa l’architettura complessiva del P.O.N. sicurezza. Al Programma Operativo Nazionale si accompagna il Programma Operativo Regionale (P.O.R.) poiché la filosofia cui si ispira l’intervento del P.O.N. sicurezza è quella di favorire un partenariato quanto più stretto possibile tra Comunità Europea, Paese, e realtà locale. A questo, si aggiunge l’utilizzazione dei Fondi C.I.P.E..

Le risorse che apprestano questi strumenti sono quelle che poi sono calate nell’Accordo Programma Quadro che, metaforicamente, sono traducibili in una grande scatola nella quale confluiscono tutti i finanziamenti che provengono dai Fondi Strutturali, dai Fondi regionali e d’intervento statale. Gli Accordi Programma Quadro gli (A.P.Q) si riferiscono alle quattro regioni ricomprese nell’Obiettivo 1. Ebbene, per gli interventi dell’A.P.Q. calati nell’A.P.Q. noi abbiamo un totale di spesa di circa 113.811.900 euro. Cifra formidabile se ci soffermiamo un attimo a considerarla. Cerchiamo di fare un’analisi di questa cifra così consistente: interventi non ancora avviati sono circa 9.500.000 euro, interventi conclusi 11.300.00, interventi in itinere 92.000.000 quasi 93.000.000 di euro. Se facciamo un riepilogo degli i interventi per aggregazione vediamo che: per interventi di video-sorveglianza si sono spesi quasi 10.000.000 di euro, per acquisizioni tecnologiche circa 52.000.000 di euro, per Progetti Pilota 5.900.000 euro, per infrastrutture 9.200.000 euro, per formazione 20.000.000 di euro, per ricerche 2.000.000 di euro.

Ho voluto esemplificare lo spettro d’azione di questo strumento per far capire come, nella realtà, quei concetti che di massima avevo prima enunciato abbiano trovato una concreta applicazione. In sostanza con questi fondi, che poi sono i Fondi Strutturali da una parte e le risorse nazionali dall’altra, si è cercato di lavorare molto sulle dotazioni infrastrutturali, sulle dotazioni tecniche, per cercare di dotare le Forze di Polizia e gli apparati di sicurezza, quanto più possibile, di quegli strumenti che consentono una conoscenza rapida del territorio e una possibilità d’intervento altrettanto rapida. Accanto a questo, v’è un altro intervento che è quello destinato alla qualificazione delle Forze di Polizia. Qualificazione attraverso corsi di aggiornamento, attraverso specializzazioni varie e quant’altro. Questo per quanto riguarda le Forze di Polizia, poi ci sono i sistemi di monitoraggio sulle autostrade, sistemi di monitoraggio che sono stati realizzati sulle aree industriali vale a dire, tutti sistemi che hanno una forte capacità di deterrenza rispetto all’attività criminale. Sono inoltre previsti una fascia d’interventi che sono stati finalizzati alla diffusione della legalità nelle aree a più forte inquinamento mafioso. Su questo si è speso moltissimo e taluni dei progetti hanno particolarmente esaltato questa finalità. Un cenno particolare meritano, perché rappresentano un’esperienza assolutamente significativa e di grosso impatto, i Progetti Pilota che in Sicilia sono tre, di cui due in Provincia di Palermo. I Progetti Pilota hanno lo scopo di emblematizzare la filosofia più propria dell’intervento comunitario. A Palermo, dicevo, abbiamo due Progetti Pilota che sono: il “Progetto Nuove Generazioni” e il “Progetto Sviluppo e Legalità”. Il primo mette insieme ventidue Comuni della Provincia di Palermo e della Provincia di Trapani con l’obiettivo di creare delle strutture a rete che consentano sia l’informazione sia la formazione dei giovani sulla legalità, la promozione di un impegno forte per l’affermazione della legalità. L’altro Progetto Pilota “Sviluppo e Legalità” mette insieme, consorziandoli, i Comuni della Provincia di Palermo che gravitano, grosso modo, nella Valle dello Jato. Questo progetto nasce con l’idea di mettere a fattor comune, a patrimonio comune, tutti i beni confiscati alla mafia per far si che su questo patrimonio immobiliare si avvii, da una parte un processo virtuoso che renda produttive queste terre, dall’altro la possibilità di far maturare delle nuove professionalità, di far crescere, attraverso la formazione di cooperative che gestiscono questi beni, delle nuove professionalità, quindi con un riflesso positivo estremamente significativo sul piano dell’occupazione. I due aspetti messi insieme danno un forte significato all’operazione, da una parte la restituzione alla pubblica fruizione del maltolto, dall’altra ne facciamo uno strumento virtuoso per offrire occupazione e per diffondere, implicitamente, un concetto di affermazione di legalità. Questo che era un processo, inizialmente, estremamente difficile ed arduo, ha avuto al contrario un risultato eccellente. Risultato eccellente grazie soprattutto al contributo di vari soggetti sia istituzionali che del mondo del volontariato. L’Associazione Libera ha concorso in maniera significativa e, devo dire, anche molti Sindaci hanno creduto all’iniziativa in maniera molto forte, si sono prodigati e si prodigano tuttora per dare contenuto e continuità a questa azione. Da ultimo è stato concertato che tutti i beni che continuino ad essere confiscati nelle aree dei territori dei Comuni consorziati debbono essere trasferiti al Consorzio medesimo perché li gestisca coerentemente all’altra parte del patrimonio. Non è una scelta da poco poiché significa, sostanzialmente, che tutti i beni recuperati alla criminalità finiscono per costituire una massa comune sulla quale la pubblica Istituzione accompagnata, ancora una volta, in posizione di partenariato con il volontariato, con soggetti privati, le cooperative di giovani ecc.. ne faccia uno strumento utile di promozione economica di produzione culturale. E’ questo il significato più vero, più valido di questo Progetto Pilota. L’altro Progetto Pilota è in attuazione nella Provincia di Caltanissetta-Gela e a Niscemi ed è orientato sul modo di fronteggiare il fenomeno della dispersione scolastica. Io stesso sto cercando di portare avanti un progetto, un ulteriore progetto pilota sulla città di Palermo. Sarebbe il primo progetto ad articolarsi in un’area metropolitana. Ho pensato ai tre quartieri più a rischio della città da Brancaccio a Borgo Novo al Cep, anche qui prevedendo l’utilizzazione di beni confiscati destinandoli da una parte a presidio delle Forze di Polizia, dall’altra alla realizzazione di centri sociali al servizio della comunità, con l’obiettivo di svolgere una operazione di recupero di queste comunità di quartiere molto spesso ghettizzate o che si auto-ghettizza per questioni di “difesa” rispetto alla legalità che si vuole portare e, nello stesso tempo, una interazione efficace tra la stessa comunità e le Forze di Polizia. E’ probabile che si abbia il finanziamento ed è probabile, o perlomeno io auspico, che questo finanziamento possa pervenire in tempi congrui. Credo di avere offerto, così, una idea abbastanza concreta di quello che sostanzialmente si è fatto finora col P.O.N. sicurezza e degli interventi che sono stati attivati. Io ritengo che si tratti di un’occasione davvero straordinaria ed epocale perché le risorse ci sono è sono assolutamente consistenti, talvolta sono state orientate in maniera efficace, in maniera intelligente, in maniera strategica, talaltra, probabilmente, sarebbe stato opportuno raccordarle ad altre iniziative già avviate, per evitare di ripetere gli errori fatti e migliorarne l’efficace e la portata. Per quanto mi riguarda, ho cercato di spingere sull’attuazione del progetto invitando a guardare sempre all’obiettivo finale, che, oggettivamente, è un obiettivo di promozione. Talvolta, si è incorsi in un grosso equivoco pensando di utilizzare questi fondi come se fossero dei fondi utilizzabili per farne occasione di occupazione anche se precaria o comunque di spartizione di risorse. Talvolta questo si è pure manifestato. Ed è questo il limite che, quando manifestatosi, ha determinato l’insuccesso delle operazioni ma che ha consentito, viceversa, attraverso un’analisi lucida di questo aspetto, di operare una correzione significativa che poi, evidentemente, ha messo in moto tutto quanto io, in rapida sintesi, vi ho letto e che ci ha dotato veramente sul piano strutturale. Come responsabile delle Forze di Polizia della Provincia posso affermare che noi abbiamo tratto grandi vantaggi da queste risorse dal punto di vista della dotazione di mezzi, dal punto di vista della qualificazione delle professionalità. Ma ha dotato anche l’apparato industriale di strumenti utili in chiave di prevenzione. Termini, l’area di sviluppo industriale è dotata di questo strumento, l’autostrada Palermo-Punta Raisi ha un sistema di video-sorveglianza. Anche nella città di Palermo ci sono sistemi di video-sorveglianza che concorrono, insieme all’impegno delle forze dell’ordine, a tenere alti i livelli di sicurezza. Quindi, quei limiti di cui si coglieva, probabilmente con qualche preoccupazione, la consistenza hanno indotto ad una riflessione per poi apportare dei correttivi in progress. Devo dire che, non perché qui siano presenti taluni degli artefici del Progetto Pilota “Sviluppo e Legalità” ma questo Progetto è uno degli esempi mirabili della bontà di questo tipo di iniziative. Badate bene che mettere insieme tanti Sindaci non è una cosa agevole. Far accordare i Sindaci insieme a soggetti che sono fuori dal settore pubblico è impresa ancora più ardua, far si che tutto questo diventi un processo virtuoso e di promozione diventa veramente stupefacente. Adesso io sto enfatizzando, ma sto enfatizzando per sottolineare che, se le risorse vengono utilizzate credendoci veramente, mettendo da parte interpretazioni forvianti, gelosie di mestiere, gelosie di ruoli e quant’altro i risultati arrivano. E sarebbe davvero una iattura non utilizzarle queste risorse perché quando usciremo dal Programma e non avremo più queste risorse, probabilmente, oltre a rimpiangerle penseremo al tempo in cui ne avremmo dovuto fare tesoro, come in realtà poi è accaduto. Questa determinazione e questa consapevolezza ci deve accompagnare costantemente, perché altrimenti facciamo un danno complessivo non solo al sistema, che è un sistema straordinario, ma facciamo un danno, sostanzialmente, alla nostra struttura istituzionale, alla nostra struttura produttiva, non rendiamo merito ad una iniziativa che al contrario ci mette nelle condizioni davvero di lottare efficacemente la criminalità. Perché poi tutto si riaggancia a questo. Molto spesso in Sicilia quando si parla di lotta alla criminalità, la risposta più frequente è che la mafia c’è in quanto ci sono delle condizioni economiche di forte depressione. Questo lascia pensare che l’una cosa sia agganciata all’altra. In realtà non è assolutamente così. Rispetto a questi temi bisogna fare dei discorsi molto chiari, bisogna decidersi a prendere posizione, se stare da una parte o se stare dall’altra, schierarsi sostanzialmente, rispetto alla necessità di contrastare il fenomeno criminale senza usare delle posizioni ambigue, delle posizioni non chiare. Questo strumento ci consente di fare giustizia anche di questo tipo di argomentazioni. Ci sono i quattrini per migliorare il livello di sicurezza, tutto ciò può portare ad altro, e qui vedo il Presidente Artioli che sicuramente ci potrà dire qualcosa di molto più significativo di quanto possa dire io sotto questo profilo, c’è la necessità di mettere in movimento un processo positivo da un punto di vista produttivo. Tutto questo significa anche fare antimafia senza che quello che dicevo prima possa essere tralasciato, perché, altrimenti alimentiamo un’economia non sana in cui la criminalità prende spazi sempre più ampi e quindi determiniamo un’economia strozzata dalla criminalità che non risponde alla legge di mercato e determina una fuoriuscita dal mercato stesso, un’emarginazione da un mercato non soltanto locale ma da un mercato comunitario o extracomunitario. Quindi direi un giudizio assolutamente positivo su quanto si è fatto, da chi opera su un territorio come a me capita di fare quotidianamente, ma anche traendo spunto dall’esperienza maturata, l’impegno da parte di tutti di una prosecuzione d’attività che sia coerente rispetto allo spirito delle iniziative. Vi ringrazio dell’attenzione.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie, al signor Prefetto.

Con la relazione del Prefetto Marino abbiamo concluso la parte espositiva, analitica, tecnico-operativa e giuridica che ci eravamo proposti avviando questo ciclo di seminari, adesso apriamo gli interventi dei nostri ospiti. Ascolteremo l’intervento di un rappresentante delle grandi imprese. Qui sono rappresentate le imprese artigiane con Filippello, le imprese cooperative con Sanfilippo e il mondo del lavoro con Paolo Mezzio Segretario della CISL. Comincerei con il dottore Artioli che è il responsabile della sicurezza per la Confindustria, seguirà l’intervento di Paolo Mezzio Segretario della CISL, concluderà questa prima parte dei lavori il Procuratore Pietro Grasso. A questi interventi seguirà un break brevissimo, molto frugale. Per Santa Lucia non abbiamo voluto violare le tradizioni così come prescrive la nostra identità mediterranea. Dopo il break proseguiranno i lavori della sessione pomeridiana con gli interventi previsti.
Passo immediatamente la parola ad Artioli, seguirà l’intervento di Mezzio, concluderà il Procuratore Grasso.

Ettore Artioli, Vice-Presidente Nazionale Confindustria

Grazie per l’invito e per l’opportunità che mi viene offerta di esprimere qualche riflessione sulla condizione nella quale si trova ad operare l’impresa, nel contesto economico e sociale in cui ci muoviamo. E’ opportuno sottolineare che il percorso dell’economia, dell’impresa e della società è un percorso unico perché unica è la maniera d’incidere sul tessuto sociale nel quale ciascuno di noi opera, al fine di avere un’economia che cresce, un sistema economico che si sviluppa, un tessuto del lavoro che risponda alle esigenze dell’impresa e contestualmente un’impresa che risponda positivamente all’urgenza di creare opportunità di lavoro a tanti giovani.

I temi che oggi vengono trattati ritengo siano di primaria importanza. Impresa e legalità sono concetti a cui si fa riferimento da troppi anni senza mai giungere a risultati del tutto definitivi. Ad ogni azione e reazione dello Stato delle forze dell’ordine, della Magistratura, dell’impresa stessa che desideri muoversi sul territorio in modo “sano”, corrispondono reazioni opposte da parte di chi, al contrario, nel tessuto criminoso trova non soltanto più facile e veloce soddisfazione delle proprie esigenze ma anche, più “efficaci” meccanismi di protezione e controllo del tessuto socio-economico di appartenenza. Probabilmente il confine fra attività illegali e la conduzione di attività determinanti sul nostro territorio: attività istituzionali, attività politica, attività della pubblica amministrazione e attività dell’impresa, spesso non è marcato anzi vi è una commistione, ancora frequente, che induce a pensare negativamente dell’attività della pubblica amministrazione, della politica e dell’impresa.

Noi crediamo che, per invertire tale tendenza, uno degli obiettivi su cui si debba fortemente puntare sia liberare il sistema economico siciliano, l’economia siciliana da meccanismi non turpi di per se ma che hanno caratterizzato decenni di sviluppo economico di questa terra, ovvero una forte persistenza di rapporti fra l’impresa e la pubblica amministrazione, fra il mercato a cui si rivolge l’impresa e la pubblica amministrazione. Questa stretta sinergia è stata la forza dell’impresa negli anni sessanta-settanta, nella fase del boom economico, che ha consentito all’Italia di diventare la locomotiva dell’economia mondiale insieme a pochi altri Paesi. L’economia siciliana, come in altre parti del meridione d’Italia, si è sviluppata soprattutto guardando al mercato del pubblico. Sono state create imprese industriali, società di servizi, attività economiche volte, principalmente, ad avere come referente, come mercato, la pubblica amministrazione, le aziende pubbliche, gli enti locali e quant’altro. Se tutto questo, da una parte, ha rappresentato una grossa opportunità di sviluppo per la Sicilia consentendole di uscire da un’economia quasi esclusivamente agricola che l’ha caratterizzata sino ai primi anni del dopoguerra, e di avviare un percorso di industrializzazione e diffusione della cultura d’impresa, d’altra parte, contestualizzando ai giorni nostri questa politica d’intervento, non può non considerasi un forte limite ad un moderno progetto di crescita e di sviluppo. La pubblica amministrazione è un mercato a cui ci si rivolge spesso più per attivare supporti relazionali che non per una accertata capacità d’impresa, per la qualità del proprio prodotto, del servizio offerto, della competitività del prezzo. Questo ha creato tante disfunzioni, che spesso sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto ogni qualvolta le forze dell’ordine e la Magistratura riescono a identificare percorsi deviati che contribuiscono, non poco, a impedire all’economia siciliana di decollare.

Oggi abbiamo sempre più bisogno di un’economia privata che guardi ai mercati privati. Considerato che oggi i mercati non sono soltanto locali ma siamo sempre più proiettati verso un mercato globale, da tempo ci stiamo impegnando affinché si possano avviare processi di valorizzare delle risorse locali, che permettano ai territori meridionali di affrontare e vincere la scommessa dei mercati internazionali e di creare nuove opportunità di rilancio economico della nostra terra.

Bisogna diminuire, all’interno del sistema delle imprese, l’attenzione verso le commesse, gli appalti, le opportunità di lavoro offerte dalla pubblica amministrazione. Probabilmente questo avverrà, non per consapevole scelta degli imprenditori ma, semplicemente, perché sono sempre meno le risorse che la pubblica amministrazione riesce a mettere sul campo. Bisogna far crescere un sistema economico e un tessuto culturale, all’interno dell’impresa, che guardi al privato. E’ stato detto, poco fa, che io sono qui per rappresentare la grande impresa. Purtroppodebbo dire che non rappresento la grande impresa perché di grande impresa sul nostro territorio ce né molto poca. Sicuramente la rappresenta Confindustria, ma in Sicilia la Confindustria rappresenta quel che c’è delle imprese industriali, delle imprese di servizio associate al nostro settore - che poche volte sono grandi e che spesso fra le grandi rappresentano aziende che affrontano grandi crisi di sistema - e anche migliaia di piccole imprese che generano servizi, che valorizzano prodotti tipici dei nostri territori, che incominciano a guardare ai marchi e alla qualità del prodotto, al fine di accreditarsi sui mercati che si vanno ad aggredire. Quello che realizza il Consorzio Sviluppo e Legalità - occupandosi delle attività produttive su terre confiscate alla mafia - quello che fanno tante aziende della filiera agro-alimentare siciliana, quello che fanno tante aziende del settore dei servizi, è cercare di qualificarsi, cercare di uscire dalla nicchia della vendita legata al sistema relazionale al sistema degli appalti e quant’altro, e cominciare a guardare alla caratterizzazione del nostro prodotto. Per far questo è necessario un contesto in cui l’imprenditore e l’impresa possano muoversi serenamente. Tante iniziative sono in corso affinchè nei nostri territori l’attività economica si affranchi da qualsiasi condizionamento della criminalità o da qualsiasi condizionamento che spesso non è criminale, non è illegale ma, sicuramente, non è positivo nella pubblica amministrazione, affinché i nostri imprenditori possano occuparsi esclusivamente del loro prodotto, del loro ciclo produttivo, dei loro mercati, e fare si che i prodotti sul mercato abbiano la possibilità di conquistarsi degli spazi sulla base della qualità e non sulla base delle relazioni. Credo che sia importante dare atto dei risultati positivi che quotidianamente, con grande impegno, arrivano dalle forze dell’ordine e dalla Magistratura che, in con i loro sforzi e gli indubbi risultati, confortano tutti coloro che come noi hanno fatto la scelta di stare solo dalla parte della legalità. Credo che su questo percorso ci sia una grande voglia, una grande disponibilità, un grande impegno del sistema imprenditoriale, del sistema confindustriale siciliano, bisogna lottare, bisogna sgomitare, bisogna tenere la testa alta ma i risultati raggiunti sono senz’altro positivi. Grazie.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

La parola a Paolo Mezzio, Segretario Regionale della CISL.

Paolo Mezzio, Segretario Regionale CISL

Ringrazio anch’io il Centro Studi Pio La Torre per l’invito, perché ci offre l’occasione di approfondire alcune tematiche che, a mio avviso, al punto in cui si trova la Regione Sicilia, necessitano di una lettura che entri nel merito delle problematiche di gestione degli effetti, ma anche delle cause che determinano questa situazione. Perché dico questo? Perché è chiaro che siamo in una fase estremamente delicata della nostra Regione. Quella di affrontare le cause è una logica che, all’interno del Piano Operativo Nazionale, in qualche modo viene fronteggiata. La Sicilia corre il rischio di uscire da alcuni benefici, relativi alla sua collocazione in quanto Regione Obiettivo 1, senza avere usufruito appieno dei fondi destinati ad incentivarne lo sviluppo, fatto sostanziale e non marginale rispetto alla lotta alla criminalità, registrando che la spesa negli ultimi anni si è fermata attorno al 21%. Questo determina una condizione di gravi difficoltà. Perché dico questo? Perché è da lì che bisogna partire per capire quali devono essere gli strumenti efficaci di controllo e di repressione. Io credo che su questo punto ognuno di noi può e deve giocare un ruolo che non può essere delegato solo a pezzi della società.
Partendo dall’assunto di ciò che debba intendersi per pubblica amministrazione efficiente, superare il “deficit” del sistema infrastrutturale materiale e immateriale, significa anche combattere all’interno di quei meccanismi che ancora oggi sono consolidati nella nostra realtà: la lotta all’evasione scolastica e la lotta al lavoro nero. Il 30% di presenza del lavoro nero è chiaro che costituisce un bacino in cui la criminalità organizzata, la mafia pesca. Credo che, rispetto a questa situazione, ci siano delle scelte di politica economica che non si possono considerare appropriate o sufficienti per il Mezzogiorno. C’è una responsabilità che non può non investire anche le Istituzioni locali.

Io non so se, come dice il Presidente Artioli, privatizzare il sistema significhi, preservare da possibili inquinamenti e infiltrazioni mafiose. Nondimeno questa nostra Regione ha bisogno di rivedere di ripensare - partendo dal territorio, dalle risorse, dalla cultura, anche dalle differenze che all’interno del territorio si muovono – di riscoprire il valore della legalità, indispensabile per potere determinare una diversa qualità della vita.

I protocolli di legalità, nascono in un periodo particolare quando in Sicilia l’organizzazione sindacale, le forze imprenditoriali, le Istituzioni e, raramente, anche la politica, hanno collaborato per realizzare la “programmazione negoziata”, lo sviluppo dal basso. Lì, abbiamo determinato una condizione diversa, abbiamo creato i protocolli di legalità che, in qualche modo hanno condizionato lo sviluppo di quei territori. Per la prima volta nella storia del nostro Paese, i primi Patti Territoriali sono stati individuati in Sicilia, sono stati un esempio per le altre regioni. Il fatto che alla fine abbia prevalso il concetto burocratico dello sviluppo non ha premiato il rapporto con la Comunità Europea, il rapporto con lo Stato quando tutto veniva inglobato in quell’imbuto che era diventato il CIPE, facendoci perdere importanti occasioni. Ecco, io credo che bisogna ripartire dalla capacità di stare assieme, per combattere tutti i livelli di disagio e di degrado che nella nostra Sicilia sono presenti affinchè si possa determinare la rottura di alcune catene che, ancora oggi, imprigionano pezzi importanti di aspirazioni, di diritto, di cittadinanza, di civiltà che nella nostra Regione sono presenti. Questo può consentirci di vincere il vero nemico, nella lotta alla mafia, alla criminalità, che è la solitudine.

Lascerò agli altri una riflessione più organica, però ritenevo opportuno che, tutto questo, venisse inquadrato in un contesto più complessivo che non è solo siciliano e nazionale, ma sicuramente anche europeo.


Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie a Paolo Mezzio, adesso la parola al Procuratore Grasso.

Dottore Pietro Grasso, Procuratore Capo presso la Procura della Repubblica di Palermo

Grazie per avermi invitato a questo importante convegno.
La crescita della domanda di sicurezza è un fenomeno non esclusivamente italiano e ovunque correlato alle preoccupazioni nei confronti di reati di cosiddetta microcriminalità o criminalità diffusa, dunque illeciti che pur non provocando, almeno generalmente, un danno economico elevato, colpiscono direttamente la persona, come gli scippi e le rapine o la propria privacy come i furti in appartamento e le rapine in villa. La preoccupazione maggiore sorge, soprattutto, nei confronti di determinate categorie sociali ad esempio i nomadi, i delinquenti comuni, gli extracomunitari. Il dato più rilevante è che la domanda di sicurezza è un’istanza avvertita, sia pure con intensità diversa ed in modi diversi rispetto all’intero territorio nazionale, proprio da tutta quanta la società con un impatto trasversale rispetto a classi di età, titolo di studio, livello di reddito, ripartizione geografica e dimensione del Comune di residenza della città, più o meno a misura d’uomo, in cui si vive. In sostanza, al di là delle enfatizzazioni mediatiche e delle semplificazioni politiche, il tema della sicurezza, nell’opinione della quasi totalità dei cittadini, si pone come un problema reale un problema veramente serio da affrontare con tutte le forze a disposizione. Una cosa mi sentirei di porla come fondamentale. Nel nord-est dell’Italia, regioni dove il benessere è crescente e diffuso la delinquenza comune è senza dubbio il problema di gran lunga più preoccupante. Secondo una recente indagine del Censis, i cittadini del nord-est esprimono la valutazione più allarmista, fotografando una realtà locale che, in base alla loro percezione locale, si va facendo sempre più pericolosa. La domanda di sicurezza che al nord arriva da cittadini impauriti che hanno timore, appunto, dello scippo, della rapina in villa, al sud invece è diversa perché proviene da tutti gli strati della popolazione che si vedono imposte dai poteri criminali, con intimidazioni, con violenza, regole di funzionamento, regole di vita, regole di comportamento non compatibili certamente con la libertà, con la democrazia, con la giustizia, con l’economia e con la società nel suo complesso. La modernizzazione del sistema Italia ed a livelli europei, passa, certamente, attraverso la sconfitta della criminalità. Occorre però uscire da quel circolo vizioso, che è stato già evocato, secondo cui non c’è sviluppo perché c’è la criminalità e, d’altro canto, la criminalità prospera proprio perché non c’è sviluppo e recluta manovalanza. La verità è, secondo me, che i due fenomeni si condizionano reciprocamente. Il problema del disagio economico, che è principale nel sud rispetto al nord o al nord-est, è certamente un problema in più. Mentre nel nord è una civiltà del benessere che produce un certo tipo di criminalità e un certo tipo di allarme sociale qui, a questo tipo di allarme, si aggiungono tutta una serie di altri problemi che sono legati all’emarginazione sociale, alla mancanza di lavoro, alla disoccupazione, al precariato inteso come forma di lavoro di sudditi che aspettano il rinnovo di tre mesi in tre mesi della possibilità di potere guadagnare, il che è qualcosa di peggio della mancanza assoluta di lavoro. La percentuale di disoccupazione, soprattutto quella giovanile - che è quella che preoccupa di più perché è quella che fornisce maggiori forze a quella manovalanza che tanto ci preoccupa - raggiunge punte del 52,6% il che significa che la metà dei giovani che si affacciano tra i diciotto e i venticinque anni al mondo del lavoro si trova assolutamente senza nessun cespite di guadagno, con tutte le conseguenze che vengono enfatizzate anche in una società di consumi dove qualsiasi giovane vuole il motorino, qualsiasi giovane vuole andare il sabato sera in discoteca. Sono state calcolate, da un’analisi della Confesercenti su basi non prettamente scientifiche ma intuitive, circa trentamila in miliardi di lire sottratte a commercianti e imprenditori dalle diverse attività criminose. E’ stata fatta anche una certa suddivisione, io la faccio il lire che è più comodo piuttosto che in euro - comunque ormai pian-piano stiamo abituandoci a fare le debite proporzioni - quindicimila di questi trentamila miliardi provengono dall’usura, ottomila dalle estorsioni, tremilanovecento dalla microcriminalità, duemilasettecentocinquanta dalle truffe per un totale di, appunto, ventinovemilaseicentocinquanta miliardi di lire, pari a quindicimilioni di euro. Sono intuitive, naturalmente, queste cifre, nessuno potrà mai misurarle perché se avessimo la possibilità di misurarle dovremmo sequestrare e confiscare tutto questo patrimonio, così ingente, che risolverebbe in un sol colpo tutti i problemi dell’Italia. Il problema è, dove vanno a finire questi soldi? Vanno ad alimentare il nostro sistema capitalistico? Vanno a rafforzare poteri economici che ormai sfuggono a qualsiasi controllo? Vanno sui paradisi fiscali “offshore”? Riescono ad influenzare le scelte dei quadri dirigenziali della nostra società? Non sappiamo, purtroppo, questa è una grave carenza di accertamento, una grave carenza nella possibilità di riuscire ad approfondire sempre più questo tema.

Passando dai temi generali a quelli più specifici della situazione palermitana, meglio siciliana, l’attività della microcriminalità - per riportare l’attenzione su reati che colpiscono più direttamente i cittadini e che fanno sentire più forte l’insicurezza del vivere sociale - nonostante tanti successi ottenuti sul piano repressivo, giudiziario, tanti progetti di sicurezza che anche il Prefetto Marino ci ha illustrato, il controllo del territorio, di granparte delle attività lecite e illecite che vi si svolgono, rimane nelle mani dell’associazione mafiosa e quindi di Cosa Nostra. Questo, lo rileviamo con vivo dispiacere, ogni volta che ultimiamo, completiamo una certa indagine su un territorio. Mantenendo un controllo capillare del territorio, la tendenza di Cosa Nostra è di interagire con i fenomeni di microcriminalità, perché, a Palermo, in Sicilia, tutto si lega ad essa, anche le piccole illegalità che vengono liquidate come microcriminalità. Bisogna stare attenti a non confondere la microcriminalità con la criminalità dei minori. Purtroppo, nella terminologia alle volte si fa questo banalissimo errore e si liquida la microcriminalità come qualcosa di assolutamente da trascurare. In realtà c’è una stretta interdipendenza di fattori perché, come confermato anche dall’interno di Cosa Nostra, questa organizzazione criminale controlla anche le attività della microcriminalità. Per le grosse rapine si fa pagare una percentuale che, secondo alcuni rapinatori che hanno deciso di fornirci le loro esperienze, arriva addirittura al 50%, cioè il 50% di una grossa rapina in banca è soggetta all’estorsione da parte dell’organizzazione criminale. Un povero ragazzo rapinatore, che aveva deciso finalmente di “pentirsi”, aveva fatto circa una decina di rapine in banca, io gli avevo detto: “si sarà messo da parte chissà quanti soldi” e mi rispose che non aveva una lira perché, fatti i conti, di centomilioni il 50% è andato all’organizzazione e sono rimasti cinquantamilioni, divisi fra cinque sei persone fra cui il basista nella banca e arriviamo a quattro cinque milioni, finita la rapina partenza, volo per Roma, discoteca, night-club, donne, champagne, stivaletto, giubbotto ecc.. sono finiti i soldi. Questo è lo spaccato. Giovani che riescono, producendo un danno economico notevole, a dilapidare nel consumismo più sfrenato ingenti somme. Allora ho chiesto, “ma proprio niente è riuscito ad acquistare? un’autovettura, una motocicletta”, “si ero riuscito a comprarmi una moto da corsa, quelle super veloci però, siccome facevamo le gare, le scommesse fra di noi su chi avesse maggiore accelerazione, l’ho persa in una di queste gare”. Questo è lo spaccato.
Cosa Nostra, quindi, controlla questa attività e di volta in volta interviene, purtroppo devo dire con una funzione - dico purtroppo perché non dovrebbe essere di Cosa Nostra - regolatrice dell’ordine pubblico nel senso che, quando qualcuno esagera facendo rapine a chi non doveva farle, lo troviamo, lo trovavamo, ora questo fenomeno non lo rinveniamo più, incaprettato dentro una macchina perché, ne uccidi uno per dare l’esempio a cento in maniera tale che gli altri rispettino coloro che non devono essere sottoposti a rapine. Questo perché il fenomeno delle rapine è connesso con quello delle estorsioni, se chi viene estorto paga per la protezione una certa tangente ecco che non deve subire la rapina. Quindi, parlare di microcriminalità comune come in altre regioni o in altre città, a Palermo è una cosa assolutamente fuori luogo, in questa città, in questa Regione, tutti questi fenomeni si influenzano reciprocamente. Di volta in volta, per esempio l’organizzazione madre fa aumentare il numero delle rapine senza nessun controllo così la Polizia, dovendo cercare di rispondere alle esigenze dei cittadini, impiega più forze per reprimere le rapine piuttosto che per controllare le attività di Cosa Nostra. L’organizzazione assume così una funzione strategica, regolatrice di quelli che sono gli impegni delle Forze di Polizia sul territorio. Le uniche eccezioni a questo sistema di protezione e d’infallibilità del servizio di protezione a “pagamento” fornito dall’organizzazione, è dato dalla massa di tossicodipendenti che, in preda a crisi di astinenza, cercano il danaro per la loro dose quotidiana dovunque capiti e non sono controllabili né prevedibili. Queste sono le uniche eccezioni.

Un’altra caratteristica della situazione della sicurezza palermitana è quella che viene collocata, secondo le statistiche, intorno alla media nazionale per il numero di rapine. Molte di queste rapine vengono compiute da malviventi che, simulando in tasca il possesso di un’arma, si fanno consegnare dalle vittime danaro ed effetti personali, ottenendo la rassegnata sottomissione di coloro che per un calcolo, anche umano, non intendono rischiare danni alla persona per poche lire. Per cui la rapina dell’orologio, del telefonino, del portafoglio, diciamo, è una cosa che avviene secondo uno scambio, una redistribuzione del reddito per le strade palermitane. Anche le grosse rapine in banca ed in tir rientrano nella media nazionale. Una soltanto negli ultimi tempi si è conclusa, lo ricorderete, con la morte di un Metronotte, però una brillante operazione di polizia, e le successive indagini dirette anche dal mio ufficio, sono riuscite ad assicurare alla giustizia tutti quanti i responsabili. La Procura di Palermo svolge un’attività - almeno io ho cercato di infondere una particolare sensibilità per alcuni reati e temi d’indagine di attualità - in materia di reati contro il patrimonio, spaccio di stupefacenti, criminalità economica, frodi comunitarie oltre, naturalmente, a quei reati che tutelano l’ambiente, il territorio, la salute, la tratta di nuove schiave, di abusi in danno di minori, di criminalità informatica, pedo-pornografia e così via. Questi risultati si evincono dal notevole incremento di richieste di applicazione di custodia cautelare in carcere avanzate complessivamente dall’ufficio dal gennaio 2000 al 30 luglio 2004. Sono state seimiladuecentosettantadue le richieste, appunto, di applicazione di custodia in carcere, così come l’attività della Direzione Distrettuale Antimafia ha portato a chiedere, circa, duemila richieste di custodia cautelare di persone collegate, al fenomeno mafioso, così come l’arresto di circa tredici latitanti, in questo periodo dal 2000-2004, tra i più pericolosi e importanti esponenti di Cosa Nostra. Infine, anche i Tribunali hanno funzionato a pieno ritmo infliggendo qualcosa come trecentottanta ergastoli, comprendendo anche Agrigento, Trapani e Palermo, e migliaia e migliaia di anni di carcere, così come, nella strategia della Procura di Palermo, una massima priorità si è data al sequestro di patrimoni e di beni mafiosi. Questa è una nota dolente per l’economia perchè, negli ultimi tempi, il 50% di questi sequestri hanno riguardato imprese, il che, produce inevitabilmente un contraccolpo all’economia. Di questo ci siamo resi immediatamente conto. Però, dobbiamo valutare, cosa succede nel momento in cui l’impresa passa da un prestanome o da un mafioso, ad un amministratore giudiziario. Noi i tentativi di salvare, di mantenere l’attività imprenditoriale, cerchiamo sempre di farli con tutti i mezzi, con tutte le possibilità, un esempio, un fiore all’occhiello è l’Hotel San Paolo che continua a funzionare nonostante sia stato sottratto alla comunità mafiosa per essere restituito alla comunità, cosiddetta, civile, cosa che stiamo cercando di fare con tutti i beni, attualmente sequestrati, all’imprenditore Aiello a Bagheria. Abbiamo sempre cercato di mantenere i posti di lavoro, attività e iniziative imprenditoriali, tutto lo sforzo del mio ufficio è rivolto a non far agire la repressione come un ulteriore fattore di danno per l’economia di questo Paese. L’amministratore giudiziario che prende in mano dei beni mafiosi, ha una serie di problemi che il suo predecessore o il prestanome del mafioso certamente non avevano perché, innanzitutto, i fondi non hanno il costo zero della provenienza illecita, mi pare ovvio. Secondo, gli istituti bancari contraggono immediatamente il credito a chi è in odore di indagini, a parte che in Sicilia gli interessi bancari sono i più alti d’Italia proprio per il rischio che hanno le banche nel concedere credito. Questo è un elemento importante che forse varrebbe essere attenzionato perché, quando il 50% dei crediti non ritornano, anche le banche debbono porsi questo problema, se aumentare il rischio del credito. Terza cosa, le pubbliche amministrazioni che prima, di fronte al viatico di qualche raccomandazione mafiosa o politica, davano il via libera ad accelerare iter burocratici, all’amministratore giudiziale, al contrario, chiudono immediatamente tutti i cancelli bloccando qualsiasi ulteriore iniziativa imprenditoriale. Nessuno avrà più finanziamenti dalla Regione. Un amministratore giudiziale che abbia finanziamenti non esiste, non ne ha mai avuti. Ultimo punto, i lavoratori devono essere posti in regola secondo la normativa previdenziale, cosa che la precedente impresa non faceva, e poi devono lavorare realmente, devono produrre. Non virtualmente come certi falsi guardiani, come certi dipendenti che sono messi lì soltanto per prendersi gli stipendi secondo una forma camuffata di estorsione. Quindi, il fatto è che questi fattori hanno precedentemente inquinato l’economia e noi, semplicemente, li facciamo venir fuori. Non è colpa dell’azione della Magistratura, è un venir fuori di un inquinamento dell’economia che preesiste, secondo tutti questi fattori che vi ho descritto prima. Queste imprese dovrebbero essere fuori dal mercato già prima di essere sequestrate. Libero mercato significa qualcos’altro. Io ho colto, nel corso di un’indagine, una intercettazione telefonica in cui un imprenditore aveva un grosso appalto nel territorio di Agrigento e doveva fare la famosa colata di cemento per cui aveva bisogno di una grossa fornitura di cemento in un certo giorno. La ditta da cui si riforniva aveva detto che, per un guasto all’impianto, non poteva fornire in quel giorno il cemento. Dalle pagine gialle l’imprenditore cercò l’impresa di cemento più vicina e telefonando chiese la fornitura. Gli fu chiesto: “ma lei dove ha il cantiere? Mi dispiace non gliela posso dare”. Sebbene l’imprenditore offrisse un prezzo maggiore pur di ottenere la fornitura necessaria perché ne aveva assolutamente bisogno quel giorno, con tutta una serie di maestranze pronte lì ad intervenire, non è riuscito ad avere il cemento. Allora chiediamoci un po’ come funziona questo libero mercato qua in Sicilia, prima di dare la responsabilità agli interventi successivi, magari repressivi. Cosa ha fatto quell’imprenditore, ha denunciato? No. Abbiamo colto noi la telefonata. E’ venuto fuori perché c’è stata un’indagine, ma non è andato da qualcuno, anche alla Confindustria, a dire io qua perdo danaro perché non riesco ad avere il cemento. Sappiamo pure che quando c’è già il finanziamento di una certa opera pubblica, in un certo territorio, addirittura, sorgono le imprese produttrici di cemento che dovranno fornirlo per quell’opera pubblica. Allora, non venite a parlarmi di mercato, di libero mercato, di possibilità di sviluppo, di introdursi in un mercato fatto così. Queste sono altre cose. Parliamo di altre cose. Ecco perché noi cerchiamo di intervenire, di reprimere, nondimeno, sappiamo benissimo che la repressione non basta, non può funzionare. Cosa facciamo noi? Facciamo uscire un bubbone che magari forse qualcuno pensa sarebbe meglio non fare uscire. Perchè c’è ancora qualcuno che crede che i capitali mafiosi sono dei capitali che, in ogni caso, sono investimenti anche se provengono da fonti illecite, che danno lavoro, danno occupazione, costituiscono un acceleratore sociale, costituiscono benessere comunque. Qualcuno ha pure ipotizzato che questi capitali illeciti potrebbero intervenire anche in settori dove, magari, c’è una carenza del pubblico. Quindi sarebbe come se, attraverso fondi privati illeciti, si finanziasse la sanità pubblica. Sarebbe come dire che Provenzano investe nella sanità pubblica, risolvendo tutti i problemi della nostra società. Se vogliamo accettare questo, possiamo anche farlo, basta entrare in un’ottica economica e di sviluppo assolutamente diversa. Questo, comunque, ha un nome ben preciso “riciclaggio di danaro sporco”, qualcosa che tutti ammettono essere il peggior danno che possa subire un’economia. Non si può certamente pensare che la repressione della microcriminalità o di fenomeni ancora più elevati, possa fornire sicurezza. Non può, certamente, da sola, rispondere all’esigenza di sicurezza dei cittadini. E’ indubbio che se non ci fosse sarebbe ancora peggio, però, non deleghiamo poteri salvifici alle Forze di Polizia che operano sul territorio o alla Magistratura. Noi abbiamo i nostri problemi di funzionamento, tuttavia, non c’è dubbio che tutto questo deve rientrare in una strategia politica, una strategia dirigenziale, quella che dovrebbe creare le direttive su cui la nostra società deve andare avanti.

Per quanto riguarda la sicurezza come termine astratto, si possono adottare due diverse strategie per rispondere, proprio, a questo bisogno collettivo. Uno è la tolleranza zero, il famoso sistema usato dal Sindaco Giuliani a New York, secondo cui, basta tolleranza, che significa anche, ridurre nel nulla le garanzie dei cittadini. Infatti, in quel periodo a New York ci si poteva ritrovare in carcere senza neanche sapere perché. Quindi, da un lato questa tolleranza zero, le campagne d’ordine sociale, le risposte private, le ronde dei cittadini, o le spinte razziste o xenofobe che vediamo esserci al nord Italia dall’altro o, invece, una prevenzione integrata tra repressione penale, che è quella che porremmo in essere noi Polizia e Magistratura, e interventi nell’ambito sociale per agire su alcune condizioni che sono le cause della criminalità e dell’accostamento al crimine da parte delle giovani generazioni. Significa intervenire su famiglia, scuola, posti di lavoro, comunità, fare allacciare relazioni tra queste comunità e le forze dell’ordine operanti sul territorio, far sentire l’ordine pubblico come qualcosa di vissuto, la legalità come un valore non come un disvalore. Significa, anche, razionalizzare - a questo ci dovremmo pensare noi - i mezzi, l’impegno delle Forze di Polizia per presidiare il territorio e far sì che questo intervento avvenga con una certa rapidità in modo da interrompere la commissione dei reati e far sorgere, veramente, il pericolo di un arresto in flagranza , di chi commette un reato. Significa disporre pattugliamenti casuali, non quelli già previsti sempre alle stesse ore o sempre negli stessi luoghi, significa bonificare il territorio attraverso l’illuminazione, ci sono delle strade che ancora sono buie e favoriscono il crimine, significa un’attenzione maggiore verso, non solo i reati che destano maggiore allarme sociale, ma anche il controllo di soggetti a più elevata pericolosità criminale, i delinquenti abituali, professionali, quelli per tendenza, i recidivi. Tutto ciò può fare ottenere dei risultati, a mio avviso, molto più proficui. Anche la soluzione del poliziotto di quartiere, non dimentichiamo che è nata in realtà culturalmente e socialmente diverse come il mondo anglosassone, ben venga ma presuppone la collaborazione della collettività secondo consuetudini ancora estranee alla realtà in cui viviamo. Da Beccaria in poi, è scontato che la certezza della pena, seppur minima, influisce molto di più dell’astratta previsione di sanzioni gravissime. Non voglio riprendere vecchie polemiche o vecchi slogan degli anni settanta secondo cui la Polizia arrestava e la Magistratura scarcerava. Ma oggi tali slogan, con l’attuale legislazione, potrebbero ritornare di moda. Io ritengo che in questa materia così importante per i cittadini bisogna evitare le ambiguità, le ipocrisie, i compromessi. Non si può ritenere la sicurezza dei cittadini compatibile con le garanzie di un processo che, in un contesto socio-culturale lavorativo come il nostro, sottomesso ai poteri forti della mafia, della politica, condizionato dalle necessità di sopravvivenza, rende assai difficile tenere in carcere l’arrestato. Non si possono minacciare pene che non si riescono ad irrorare, né emettere condanne che non si riescono ad eseguire. Purtroppo oggi sempre più assistiamo ad un fenomeno del genere. Stranamente, secondo il nuovo processo è nelle mani dei cittadini, dei testimoni e delle vittime, la giustizia. Sembra strana quest’affermazione, però pensate, ci vuole il coraggio dei cittadini per realizzare la pretesa punitiva dello Stato contro chi ha violato le leggi. Noi assistiamo impotenti a testimoni, a vittime che dopo aver richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, dopo aver riconosciuto nell’immediata fase dell’indagine il rapinatore, lo scippatore, dopo averlo fatto arrestare, chiamati a confermare dinanzi al giudice del dibattimento le loro accuse, forse perché commossi da familiari che rappresentano il reato del loro congiunto come una necessità di sopravvivenza: “sa c’è il bambino piccolo, non avevo i soldi per il latte..”, o perché intimiditi per il solo fatto di passare tra una folla di parenti da dove arrivano “impercettibili” minacce non perseguibili del tipo: “noi sappiamo dove sta di casa” oppure “noi sappiamo dove vanno a scuola i suoi figli”, oppure spinti dall’opportunismo, dalla rassegnazione, dal disinteresse, molto spesso, non si sentono di ribadire in pubblico le precedenti dichiarazioni e di fare quello che, viene considerato dalla cultura intrisa di omertà, come un inutile atto di eroismo, puntare il dito accusatore contro chi ti ha fatto qualcosa.

Allora bisogna trovare qua una soluzione legislativa proprio per dare forza e coraggio a questo contesto ambientale. Quale potrebbe essere? Io ho ipotizzato, pur rispettando il principio del contraddittorio che ormai è un principio costituzionale e che quindi non può essere assolutamente disconosciuto, una forma di contraddittorio anticipato al momento immediatamente successivo all’arresto, cioè una sorta di giudice di servizio di turno che chiama l’avvocato e insieme vanno a fare, con la vittima, il riconoscimento immediato che debba avere però un valore anche successivamente. Perché il tempo che trascorre tra il fatto e il processo, se pur per direttissima, favorisce questo raffreddamento morale, psicologico della vittima, favorisce l’azione di familiari, parenti e di tutto il contesto che fa una pressione morale notevole sulle persone, favorisce un contesto d’intimidazione che, secondo me, potrebbe non essere realizzabile. Ci vorrebbe in questo caso, una vera e propria modifica della legislazione, perché giusto processo è certamente quello che assolve degli innocenti, ma, giusto processo è anche quello che fa condannare i colpevoli.

In conclusione, se si vogliono dei risultati concreti nella lotta alla micro, alla grande criminalità o comune o organizzata che sia, occorre anche un impegno della politica per il risanamento sociale, un impegno della burocrazia.

Secondo un’ultima indagine del CNEL, sono stati intervistati degli imprenditori che investivano in Sicilia e il 100% degli imprenditori a cui era stata fatta la domanda: “ma, cos’è che avete trovato in Sicilia che non vi aspettavate di trovare?” noi ci aspettavamo la criminalità mafiosa, la realtà mafiosa, questo davamo per scontato, il 100% ha detto “la inefficienza della burocrazia amministrativa”. Perché? Perché, se noi ci mettiamo nell’ottica di un imprenditore il quale predispone tutti i suoi mezzi, le strutture, gli operai, il tempo diventa un fattore importantissimo. Se io “imprenditore” so che c’è un 2% da pagare alla criminalità organizzata e lo metto nel costo, nel budget nelle previsioni, tutto sommato non mi sposta nulla. Ma, se prevedo di realizzare l’opera in una certa data e invece la burocrazia amministrativa o per inefficienza, o peggio, per un ritardo interessato che prevede un certo pagamento corruttivo, mi fa scivolare la data di realizzazione prevista, scombina tutti quanti i miei piani imprenditoriali. Quindi, quella indagine ha dato voce a questo problema, che non ci aspettavamo, pensavamo che fosse la criminalità mafiosa, e lo era certamente, ma c’è un problema in più, una pubblica amministrazione che, spesso appunto, si mostra inefficiente. Ecco perché, per avere sotto il profilo della sicurezza dei risultati, ci vuole l’impegno non solo della politica, della pubblica amministrazione, ma ci vogliono leggi che consentano alla giustizia di realizzare un’indiretta forma di prevenzione. Anche la nostra repressione è una forma indiretta di prevenzione perchè toglie dalla circolazione cittadini, certamente, pericolosi. Quindi, come al solito, ci vogliono le energie di tutti per risolvere problemi così gravi per i cittadini e noi speriamo di essere, di costituire comunque, un punto di riferimento a cui poi fare aggregare tutte le altre forze civili, sociali, economiche, politiche e quant’altro, grazie.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie al Procuratore, adesso un break di una mezzora a cui seguirà la sessione pomeridiana dei lavori.

Interventi del pomeriggio

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Anche se siamo rimasti in pochi, credo che lo scambio di esperienze iniziate questa mattina debba continuare lo stesso, perché incamerare tutte queste informazioni è utile non soltanto per noi come Centro ma per chiunque voglia approfondire tematiche tanto attuali quanto interessanti. Fermo restando che gli aspetti che questa mattina sono emersi riguardo al P.O.N sicurezza ce ne rimandano un quadro nettamente positivo - avete sentito la valutazione fatta da chi opera nel settore come il Procuratore Grasso - purtroppo però, nell’equilibrio tra le forze, questo territorio rimane ancora controllato dalla criminalità.

E’ forte la percezione in tutti noi che oltre l’economia si sia “globalizzata” anche la criminalità, anzi prima che le forze sociali e politiche capissero e interpretassero i processi di globalizzazione economica, la mafia aveva già avviato, a livello internazionale, un processo di “globalizzazione” delle proprie attività criminali. Come gestire questa nuova fase? Come intervenire sul piano legislativo, riguardo una possibile intesa tra gli stati, per affrontare questo fenomeno?
A questi interrogativi si aggiunge un problema politico attuale: questo Paese si sente meno sicuro e ogni giorno sembra che diventi un po’ più povero. Le ragioni economiche e sociali sono sotto gli occhi di tutti. A parte la polemica politica - ci avevano promesso, tra le altre cose, più sicurezza e ne abbiamo meno - il dato oggettivo è che questo clima di sfiducia, non favorisce né lo sviluppo delle imprese, né la serenità dei cittadini anzi determina problemi prioritari per l’equilibrio, per la pace, per l’esistenza stessa del Paese.

Questo ciclo di seminari, si inserisce in un contesto, in una fase socio-politica davvero delicata, fermo restando che non siamo una forza politica e che la nostra possibilità d’intervento è molto modesta, nondimeno, questo confronto tra diverse realtà può servirci, ancora una volta, da sprone per una azione propositiva e di lotta alla criminalità.

A questo punto darei la parola, in quest’ordine, al Sindaco di Caronia che ci porta l’esperienza di un piccolo Comune di un’area molto “delicata” del Messinese, all’Assessore alla sicurezza del Comune di Caltagirone che credo essere, ad oggi, uno dei pochi Comuni siciliani dotato di un assessorato alla sicurezza, in questo Comune si registra un’esperienza ormai consolidata di protocolli di legalità.

Poi ci sono i rappresentanti delle cooperative che, se non ricordo male, un paio di mesi fa hanno lanciato l’idea di un protocollo etico per le imprese cooperative, ovviamente estendibile a tutti i tipi d’impresa, consistente, molto brevemente, nel darsi delle regole di condotta morale e tentando di estenderle il più possibile, cercando, al contempo, di non farsi estromettere dal mercato da quella parte della concorrenza che non intenda rispettare tali regole.
Seguirà l’intervento del rappresentante di un settore molto importante per l’economia siciliana qual è quello delle aziende artigiane.

Dunque, la parola al Sindaco di Caronia, a seguire l’intervento del direttore del Consorzio Sviluppo e Legalità che rappresenta un’esperienza territoriale rilevante, forse una delle più radicate in Sicilia, del Sindaco di Altofone e degli altri ospiti. Mi raccomando la brevità, siamo in pochi e speriamo di chiudere i lavori di questo pomeriggio tutti insieme e non come diceva Pio La Torre “a coda di sorcio”. Grazie.

Pietro Spinnato, Sindaco di Caronia

Sarò brevissimo.

Sviluppo, legalità, sicurezza, sono termini che spesso vengono identificati con due concetti semplici, per la sicurezza si pensa all’ordine pubblico, per lo sviluppo si pensa al PIL, allo sviluppo economico. La mia esperienza di Sindaco, ma non soltanto, mi induce a pensare anche ad altro.

Io credo che i due termini coincidano, abbiano comunque un denominatore comune, si risolvono in uno slogan che sintetizzerei in “fiducia nelle Istituzioni”. Per fare un esempio, in negativo, pensate quale sicurezza o quale sviluppo possa avere una comunità i cui rappresentanti politici sono stati privati della loro carica per infiltrazioni mafiose. E’ chiaro che quell’area, quel territorio sarà fuori dai cicli di sviluppo e di crescita per un tempo lunghissimo. Pur senza arrivare a questi estremi, pensate cosa possa essere per un’impresa, per un’azienda partecipare ad un progetto di rete o essere partner in strumenti di programmazione negoziata, quando ci si ritrova a interagire con Istituzioni dai comportamenti ambigui se non proprio censurabili, quando dilazionano i tempi, quando non offrono garanzie o quando, peggio, cercano di ostacolare. Questi concetti che apparentemente sembrano banali, mi tornano in mente perché poi da un giorno all’altro, scopriamo invece che, falsificare i bilanci non è più un reato, che si pagano i giudici per aggiustare sentenze o amenità del genere. Credo che la cosa importante per parlare di sicurezza e di sviluppo è ritornare a dare credibilità alle Istituzioni. Grazie.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

E’ stato un esempio di brevità e contenuti.

Avvocato Guarino, direttore del Consorzio Sviluppo e Legalità. Prego.

Avv. Lucio Guarino, direttore Consorzio Sviluppo e Legalità

Buongiorno. Ringrazio innanzitutto il Centro Studi Pio La Torre per l’opportunità che ci offre di rappresentare la nostra esperienza nel territorio come Consorzio Sviluppo e Legalità, esperienza che, in un certo senso, raccoglie in sé tutte le tematiche di questo convegno.
Il Consorzio Sviluppo e Legalità è un Progetto Pilota del P.O.N. sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, è un’esperienza realizzata da Istituzioni locali, è un’esperienza che fa dei protocolli di legalità uno dei punti di forza della propria iniziativa…

(On.le Antonino Mannino)
..direttore Guarino, suppongo che nel suo intervento ci descriverà i percorsi che avete seguito per realizzare questo importante progetto, così da permetterci come Centro, diffondendo i risultati di questo seminario, di fornire utili indicazioni a chi desideri costituire nuove iniziative..
Avv. Lucio Guarino, direttore Consorzio Sviluppo e Legalità

..Con grande piacere, Onorevole. Le dico una cosa al riguardo, la settimana scorsa, a Palazzo San Macuto a Roma, c’è stato un convegno che ha raccolto tante persone aventi una certa esperienza in materia di gestione del patrimonio confiscato a Cosa Nostra. All’incontro parteciparono tutti coloro che, in un certo senso, hanno fatto sì che la nostra esperienza potesse avere un esito favorevole. Parliamo dei rappresentanti del P.O.N. sicurezza, dei rappresentati dell’Agenzia del Demanio, dei rappresentanti delle Prefetture e dell’Associazione Libera che ha organizzato il convegno. Il dato emerso è che, purtroppo, per mancanza di coordinamento e diffusione di informazioni ci sono, a differenza della nostra realtà, altre realtà che arrancano o perché non sanno che esiste il P.O.N. sicurezza, o perché si trovano bloccati nella farraginosità delle procedure amministrative. Così come abbiamo fatto a Roma, anche oggi siamo ben lieti di mettere a disposizione la nostra esperienza affinchè si possano ottenere dei risultati concreti nel settore dei beni confiscati alla mafia, ma non solo. Sappiamo che la confisca è una delle azioni maggiormente temute da Cosa Nostra, perché non determina soltanto sottrazione di potere di carattere economico, ma vuol dire anche sottrazione di potere, di controllo del territorio.

Voglio partire anch’io, nel mio brevissimo intervento, dai dati del Censis, citati dal Procuratore Grasso, in ordine a come viene condizionata l’economia del Mezzogiorno d’Italia dalla presenza delle varie forme di criminalità organizzata. Il Censis afferma che il danno economico che subisce il Mezzogiorno per la presenza della criminalità organizzata, è quantificabile in circa quaranta miliardi di euro. Capiamo benissimo che sono due manovre finanziarie del Governo nazionale. Partendo da questo dato è più facile comprendere quali sono gli obiettivi del P.O.N. sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, già esposti in maniera esaustiva dal Prefetto, ossia cercare di rafforzare le condizioni di sicurezza nelle regioni Obiettivo 1 al fine di contrastare la criminalità organizzata e favorire la crescita e lo sviluppo dei nostri territori. Nell’ambito del P.O.N. sicurezza, assumono un ruolo determinante, come strumento di politica sociale, i Progetti Pilota. I Progetti Pilota - Misura II.1 del P.O.N. sicurezza - sono progetti di carattere sociale che intervengono in aree di particolare densità criminale, proprio per contrastare la criminalità organizzata. Non si traducono esclusivamente nell’impiego di nuove tecnologie, ma, coinvolgono le Istituzioni locali in questo percorso comune contro la criminalità organizzata. Quello del Consorzio Sviluppo e Legalità è stato il primo Progetto Pilota del Ministero dell’Interno, che gestisca fondi del P.O.N. sicurezza. Progetto Pilota che nasce nel maggio del 2000 ma viene assunto a Progetto Pilota dal Ministero dell’Interno nell’ottobre 2001. Il Consorzio Sviluppo e Legalità costituito da otto Comuni, è la prima esperienza realizzata sul territorio nazionale in materia di legge sull’uso sociale dei beni confiscati a Cosa Nostra. Nasce nel maggio 2000, su iniziativa dell’allora Prefetto di Palermo, quando in seguito all’emissione di provvedimenti definitivi di confisca di circa 250 ettari di beni appartenuti a Cosa Nostra - parliamo di Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella ecc. - cinque Comuni, otto successivamente, decisero di mettersi assieme per cercare di gestire, in forma imprenditoriale, questo patrimonio sottratto a Cosa Nostra, al fine di creare occupazione nel territorio. L’obiettivo che si intendeva perseguire era quello di far nascere aziende specializzate nel settore agrituristico, della zootecnia e soprattutto nelle colture di tipo biologico. L’intento era, dunque, creare nuove cooperative di giovani disoccupati cui affidare la gestione dei terreni stessi. Si capisce benissimo che la sfida era duplice, da un lato tentare di contrastare Cosa Nostra nel territorio - stiamo parlando del territorio dei Comuni di Monreale, Altofonte, Camporeale, Corleone, San Giuseppe Jato, San Cipirrello, Piana degli Albanesi e Roccamena - capite bene, siamo nel centro dell’Alto Belice Corleonese, siamo nel bel mezzo di territori che per anni sono stati infangati dalla presenza di Cosa Nostra, dall’altro, cercare di riutilizzare beni confiscati alla mafia, beni che, purtroppo, venivano consegnati dopo anni e anni tra il sequestro e la confisca in uno stato di totale abbandono rafforzando, ritengo, quella che era l’opinione popolare più diffusa che - quando i beni erano in possesso di Riina o di chi per lui, producevano lavoro, ora che i beni passavano nelle mani dello Stato erano assolutamente inutilizzati, improduttivi, non creavano più lavoro - quindi, la scommessa era alta. Io ricordo il giorno in cui si è costituito questo Consorzio il 30 maggio del 2000, il nostro quotidiano cittadino titolava “cinque Comuni (perché originariamente erano cinque) un Consorzio e un sogno”. Era assolutamente impensabile che degli amministratori locali potessero riutilizzare dei beni patrimoniali aventi vocazione agricola, se poi questi beni erano beni appartenuti a Totò Riina, che dovevano essere gestiti sul territorio, ovviamente, ci si guardava con un minimo di scetticismo. I passaggi sono stati semplici, in rapida sintesi: su indicazione del Prefetto i cinque Sindaci, ripeto oggi otto, deliberano in Consiglio comunale la costituzione di questo Consorzio, è stato deliberato in cinque giorni cosa assolutamente impensabile precedentemente, dopo di che questi cinque Comuni hanno conferito al Consorzio Sviluppo e Legalità tutto il patrimonio del quale erano destinatari, affinchè i vari appezzamenti di terreno confiscati a Cosa Nostra diventassero un tutt’uno, al fine di creare attività d’impresa e quindi posti di lavoro e occupazione per giovani disoccupati. Il proposito, che poi si è realizzato, era quello di creare ex novo delle cooperative di giovani disoccupati. Se noi avessimo conferito questi beni a cooperative già esistenti, ritengo, che avremmo corso il grosso rischio di fare sì che Cosa Nostra, uscisse dalla porta e rientrasse dalla finestra. Così, grazie all’apporto di società a partecipazione pubblica, che sono la Sudgest società dell’allora Ministero del Tesoro, Italia Lavoro e soprattutto, grazie all’apporto dell’Associazione Libera che ha svolto attività di animazione nel territorio per far conoscere questo progetto, abbiamo realizzato delle selezioni pubbliche per la costituzione delle cooperative che oggi lavorano nel nostro Consorzio. Quindi, abbiamo selezionato quindici giovani di tutto il territorio, non si conoscevano prima, abbiamo fatto fare loro uno stage formativo in Emilia Romagna con il supporto di Italia Lavoro, e dopo sei mesi di percorso formativo, hanno costituito la Cooperativa “Placido Rizzotto libera terra”. Il nome Placido Rizzotto non è un nome a caso perché, i terreni che gestiscono le cooperative di nostra costituzione, sono gli stessi terreni per i quali Placido Rizzotto, il sindacalista corleonese, ha perso la vita. Si tratta dei terreni siti in Corleone contrada Strasatto, contrada Santa Lucia. Quindi, c’è questo sottile filo rosso che lega tutto, che lega sessanta anni di mafia, di storia di mafia, in Sicilia. In concreto, i mafiosi si erano riappropriati dei terreni dei grossi proprietari terrieri dopo che gli stessi avevano chiesto il loro aiuto a difesa delle rivendicazioni dei contadini. Lo Stato a distanza di cinquanta anni, meglio tardi che mai, si è riappropriato di questi stessi terreni e li ha restituiti alla società civile. Il valore simbolico dell’iniziativa è davvero enorme. Bisogna aggiungere che oltre al supporto delle società da me citate e soprattutto dell’Associazione Libera, il punto di svolta è stato il momento in cui il Ministero dell’Interno assume Sviluppo e Legalità a Progetto Pilota. Grazie, sempre, alla sensibilità di don Ciotti e del Prefetto di Palermo, il Ministero dell’Interno investe sul territorio tre milioni degli attuali euro, sei miliardi delle vecchie lire, affinchè queste cooperative e gli amministratori locali, potessero disporre di somme da investire nel territorio e per riutilizzare i beni di Cosa Nostra. Il Consorzio Sviluppo e Legalità oggi è il fiore all’occhiello del Ministero dell’Interno, abbiamo ricevuto ulteriori finanziamenti, grazie ai quali non soltanto oggi produciamo sul territorio, pasta, vino, ceci, lenticchie, passata di pomodoro, tutti prodotti dalle nostre tre cooperative - beni che sono commercializzati su scala nazionale, grazie alla cooperazione del Conapi e delle Coop, che hanno immesso sul mercato questi beni - ma si produce reddito per giovani disoccupati. Oggi nel nostro territorio, a parte i soci delle cooperative che in tutto sono una trentina, si è creato un indotto economico per la potatura dei vigneti, per la raccolta del grano che coinvolge diversi giovani, l’anno scorso hanno lavorato sulle nostre terre settanta giovani disoccupati del territorio. Quando abbiamo costituito le cooperative all’atto di selezionare i ragazzi che le avrebbero gestite, alla domanda: “ma se fra un paio di anni si presentasse Riina o chi per lui in quelle terre che gli erano appartenute, quale sarebbe la vostra reazione?” tutti, dico tutti, risposero: “l’importante che mi si dia un’occasione di lavoro, se mi si dà questa possibilità, non avrò nessun timore”. Dietro quella risposta, a mio modestissimo parere, c’è il segreto per riuscire a scardinare l’organizzazione criminale del territorio.

Grazie ai fondi del P.O.N. sicurezza oltre la produzione di questi prodotti che, ripeto, creano un reddito e danno lavoro stabile a più persone, stiamo realizzando una rete agrituristica. Nel giugno di quest’anno, a Monreale, abbiamo realizzato il primo agriturismo e un centro ippico su beni appartenuti a Bernardo Brusca e gestiti dalla cooperativa Placido Rizzotto. Stiamo realizzando un cantina vinicola dotata d’impianti produttivi affinché possano essere trasformate le uve prodotte sui nostri terreni dai ragazzi delle nostre cooperative. Realizzeremo un laboratorio per la trasformazione del pomodoro. E’ in cantiere un secondo agriturismo a Corleone, i cui lavori sono iniziati la settimana scorsa, su un bene appartenuto a Totò Riina.
A parte queste iniziative, il P.O.N. sicurezza ci ha messo a disposizione delle risorse affinchè si potessero realizzare dei progetti volti a diffondere e a rafforzare la cultura della legalità. Noi sappiamo benissimo che non si può fare antimafia se non con il coinvolgimento soprattutto delle scuole, delle nuove generazioni, proprio per questo ci sono stati finanziati una serie di progetti formativi. Mi preme sottolineare che le persone da noi formate con fondi del Fondo Sociale hanno trovato tutti un’occupazione stabile, non facciamo formazione solo sulla carta, perché se noi diamo una speranza nel territorio, quella speranza va rispettata e l’impegno preso va mantenuto. Abbiamo dunque realizzato dei progetti formativi, le cui selezioni sono state finanziate con i fondi del P.O.N. sicurezza, che hanno coinvolto i dipendenti degli otto Comuni del Consorzio, perché l’antimafia passa anche dal cercare di gestire i problemi burocratici con maggiore sensibilità. Abbiamo coinvolto le scuole del territorio, abbiamo istituito un primo corso di formazione che ha interessato diciotto insegnanti dei diciotto istituti comprensivi di tutto il territorio, nessuno escluso. Gli insegnanti, dopo questo primo corso di formazione sono stati coinvolti, in un secondo passaggio affinchè il bagaglio culturale acquisito in materia di legalità potesse essere trasmesso ai bambini, ai ragazzini e ai presidi dei rispettivi circoli didattici.
In estrema sintesi, queste sono le iniziative che abbiamo realizzato, tuttavia a parte le tematiche sulla diffusione della legalità, abbiamo voluto affrontare anche il problema dell’ordine pubblico. Nel momento in cui riceviamo dei Fondi Comunitari è nostro dovere gestirli nel più breve tempo possibile, ci siamo a questo punto posti il problema del controllo degli appalti affinchè si impedisse a Cosa Nostra di appropriarsi dei fondi del Ministero dell’Interno infiltrandosi nei nostri pubblici incanti. Abbiamo pertanto stipulato con la Prefettura di Palermo - primo caso in Italia poi emulato da altre realtà - un Protocollo di legalità in base al quale non è sufficiente la semplice certificazione antimafia ma un gruppo ispettivo misto, cui facevano riferimento il Prefetto e il Procuratore Grasso, analizza più a fondo le imprese che partecipano e si aggiudicano i nostri appalti sottoponendole al doppio vaglio degli Inquirenti e della Prefettura.
Probabilmente il Sindaco di Altofonte, artefice di un ulteriore passo avanti, vi parlerà più diffusamente dei protocolli di legalità, realizzati in Prefettura, a sostegno delle cooperative e dell’intero progetto.

Concludo dicendo che con l’impegno quotidiano, non facendo altro che il nostro dovere - non siamo ne dei geni ne chissà chi - con un minimo di sensibilità che è necessaria soprattutto in iniziative del genere, gestiamo denaro pubblico in maniera produttiva creando nuova occupazione e contrastando al contempo quella che è Cosa Nostra nel territorio. Grazie tante.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie al direttore Guarino.

Se conteniamo gli interventi rispettando i tempi previsti possiamo parlare tutti e tutti insieme possiamo concludere. Inizia Minniti, seguiranno nell’ordine Elio Sanfilippo, Mario Filippello e Vincenzo Di Girolamo.

Prego Minniti.

Minniti, Assessore alla sicurezza del Comune di Caltagirone

Ringrazio gli organizzatori di questo convegno per avere invitato i rappresentanti delle amministrazioni locali a questo dibattito. Innanzitutto porgo ai presenti il saluto del Sindaco di Caltagirone, il professore Franco Pignataro.

Una delle tematiche proposta da questo convegno è il ruolo delle Istituzioni locali nell’ambito delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, ebbene, questo ruolo è sicuramente fondamentale oltre che strategico. E’ infatti dovere di ogni amministratore cercare di rendere le città più accoglienti, più aperte ma soprattutto più sicure. Caltagirone, come tutti sapete, è stata la patria di don Luigi Sturzo, vorrei iniziare il mio intervento proprio da una sua frase che recita: “la democrazia è morale, se non è morale non è democrazia” per ribadire quanta importanza abbia, in una società che si dichiara democratica, il tema della legalità.
Ebbene, cosa può fare un amministratore locale nell’ambito della sicurezza urbana? Può fare ben poca cosa perché, se è vero che con la devoluzione molte competenze e funzioni vengono demandate dalle autorità centrali alle autorità locali, non sempre però, alle stesse, corrispondono risorse adeguate. E’ finanche vero che un amministratore, nell’ambito della sicurezza urbana, può intervenire per apportare significativi miglioramenti riguardo l’organizzazione delle proprie strutture. Un importante strumento che mira ad accrescere il livello di sicurezza della città, è sicuramente quello che prevede l’impiego, da parte dei Sindaci, della Polizia locale. Se è vero, come è vero, che il P.O.N. sicurezza tende a coinvolgere come attori gli enti locali, è chiaro che questo progetto di coinvolgimento della Polizia locale può e deve essere reso operativo. Riguardo l’esperienza amministrativa di Caltagirone, il Comune si è fatto promotore della istituzione dell’assessorato alla sicurezza di cui ricopro la carica di Assessore. Questa esperienza, se da una parte mi entusiasma, dall’altra mi impone delle risposte che non sempre sono quelle che poi la comunità si aspetta o desidera.

Nell’ambito della sicurezza urbana, abbiamo fatto nostre le direttive generali del P.O.N. sicurezza dotando di strumenti tecnologici più avanzati la Polizia Municipale compreso una sala operativa che è all’avanguardia nella Sicilia orientale, abbiamo fornito strumentazione tecnologica ai vigili di quartiere, abbiamo cercato di rinnovare il parco autoveicoli, abbiamo istituito una serie di iniziative atte a garantire assistenza assicurativa agli operatori della sicurezza per cui, gli amministratori sono diventati tutori dei tutori, questo è stato un po’ il nostro “slogan”. Ma non solo, abbiamo istituito, sempre nell’ambito della sicurezza urbana, la figura del poliziotto di quartiere e del vigile di quartiere. vigile di quartiere che non pattuglia le strade da solo, ma lo fa unitamente all’assistente sociale di quartiere, ai volontari della parrocchia nel quartiere. Questo significa dare più sicurezza al quartiere, e vi posso assicurare che abbiamo ottenuto dei risultati ragguardevoli nella risoluzione di piccoli problemi di tutti i giorni, che poi sono quelli che interessano la stragrande maggioranza delle persone, soprattutto le fasce più deboli della società.

Ancora, il coinvolgimento delle Forze di Polizia Statale presenti nel Comune di Caltagirone, integrate con la Polizia Municipale ha dato un ottimo risultato in termini di prevenzione e sicurezza, come l’attivazione di posti di controllo in determinate fasce della giornata, in maniera costante negli ultimi due anni, che ha incentivato l’uso del casco da parte dei giovani. Abbiamo così ottenuto una maggiore sicurezza stradale e una maggiore consapevolezza dei nostri giovani sull’importanza dell’uso del casco.

Abbiamo inoltre avviato, grazie all’aiuto della Polizia locale, un’iniziativa che ha coinvolto gli istituti scolastici al fine di educare i bambini al rispetto dei principi di legalità. I piccoli delle scuole elementari uscendo dalle rispettive scuole, accompagnati dai vigili, laddove ravvisino delle irregolarità alla circolazione stradale, firmano un avviso all’utente della strada dove avvertono: “attenzione questa non è una multa ma poteva esserlo” riportante la firma del bambino. Ebbene, questa attività preventiva è servita ad educare le future generazioni al concetto di legalità, così com’è indicato dal P.O.N. sicurezza ma è servita anche all’utente della strada perché vi posso garantire che essere richiamati da un minore ha un effetto sanzionatore ancora più pregnante di quanto non possa essere la stessa multa. Questa iniziativa suscita sicuramente il sorriso però anche questo è un modo per rendere sicura la città.
Ci sono tante altre iniziative ancora in cantiere di cui potrei parlarvi, ma non voglio sottrarre ai relatori che parleranno dopo di me troppo tempo, dunque mi limiterò ad un breve accenno prima di avviarmi alla conclusione, mi riferisco ad una serie d’iniziative nate dai cosiddetti progetti di sviluppo della legalità che abbiamo sottoscritto con la Prefettura di Catania. Nel corso della prima settimana dedicata alla legalità, tutto il mondo scolastico è stato coinvolto in diverse iniziative, molti giovani hanno prodotto dei video interessanti su quello che è il loro concetto di legalità, l’Associazione Magistrati di Palermo è venuta a Caltagirone per disputare una partita di beneficenza contro la nazionale basket, e molto altro ancora.

Che cosa dire di più su Caltagirone, posso soltanto aggiungere che, per quanto riguarda lo sviluppo è stato uno dei primi Patti Territoriali ad avere l’area di sviluppo industriale. Da amministratore preoccupato per il nostro futuro non posso non concludere con una frase di don Luigi Sturzo: “dobbiamo trovare la via e questa via deve essere una via sicura”.

Vi ringrazio.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie Minniti, la parola a Elio Sanfilippo.

Elio Sanfilippo, Presidente Reg. Lega Cooperative

Sarò breve.

Il contributo che desidero dare ai lavori del convegno del Centro Studi Pio La Torre, è il frutto di una elaborazione, che come Lega delle Cooperative, abbiamo avviato nei mesi scorsi, tendente a delineare un complesso di indirizzi, di regole di comportamenti per affermare la legalità sia in economia, sia nelle Istituzioni, sia nella pubblica amministrazione, sia dentro l’impresa. Questo è un tema molto delicato e complesso, siamo convinti che oltre che richiedere interventi dello Stato, oltre che chiedere attenzione sul territorio, sia necessario, se si vuole uscire dalla retorica dell’antimafia, affermare una responsabilità diretta del sistema delle imprese nella tutela e nella sicurezza del territorio. Questa esigenza ci viene altresì sollecitata dall’opinione diffusa che, se si vuole costruire un radicamento economico solido nel territorio, se si vuole fare sviluppo economico duraturo, tutto questo è possibile nella misura in cui riusciamo ad avere un territorio che sia appetibile per gli investimenti. Un territorio come quello siciliano, che è condizionato dall’ipoteca mafiosa, che è soggetto ai ritardi della pubblica amministrazione, che deve fare i conti con un credito che è difficile ad ottenersi, deve purtroppo confrontarsi con tutta una serie di ostacoli allo sviluppo che frenano la possibilità di una possibile affermazione di economia nuova. Non c’è dubbio che uno dei punti principali di questo ostacolo è dato dalla presenza mafiosa, che nel territorio e nel rapporto con le imprese, si attua attraverso l’estorsione il cosiddetto “pizzo”.

So che il Centro Studi Pio La torre, su questa problematica, sta avviando un’iniziativa che sarà coordinata dal professore Costantino. Io ritengo che questo sia un argomento tanto importante quanto attuale, le ultime vicende giudiziarie confermano, infatti, quanto si sia allargata la platea dei soggetti sottoposti al ricatto e all’estorsione. Non più soltanto commercianti e imprese, ma anche professionisti, attività economiche nuove e via dicendo.

Da questo punto di vista, una forte e positiva sollecitazione al mondo dell’impresa giunge dalla recente introduzione del decreto legislativo 231, cosa di cui pochi parlano e che invece ha un effetto dirompente nel mondo della imprenditoria. Questo decreto punta ad affermare la piena legalità e la pratica della legalità all’interno dell’impresa, trasformando la responsabilità amministrativa tipica dei reati d’impresa, in responsabilità penale. Questa riforma di grande rilievo che ci armonizza con i paesi a diritto anglosassone, si discosta dal luogo comune secondo cui “la responsabilità penale è sempre personale ed individuale”, oggi invece la responsabilità penale viene attribuita anche all’impresa. Voi capite la rivoluzione che il d.lgs. 231, ha prodotto nel mondo dell’impresa. Per la prima volta nel nostro ordinamento viene bandito il principio che la societas delinquere non potest, introducendo la possibilità, anche per le società, di rispondere di comportamenti illeciti o di devianze di carattere fiscale, amministrativo e penale.

Se leggete il decreto, vi sono compresi alcuni reati quali la malversazione, la concussione, la corruzione e la truffa, che prevedono sanzioni pecuniarie, interdittive e di confisca. Questo decreto, se rapportato al panorama imprenditoriale ed economico siciliano, non è sicuramente esaustivo, perchè non prevede alcuna fattispecie di reato riconducibile all’associazione di stampo mafioso o in riferimento a reati di stampo mafioso. Lacuna che dovrebbe, a mio avviso, essere colmata.

A questo punto, è opportuno sottolineare la stretta correlazione tra responsabilità penale e responsabilità sociale dell’impresa. L’attività d’impresa deve avere sempre una finalità etica, una finalità morale, da questo punto di vista dunque, non è più pensabile ritenere il pagamento del “pizzo” come un comportamento soltanto moralmente deprecabile anche se in presenza di azioni coercitive, ma occorrere altresì configurarlo come una violazione della responsabilità sociale, dunque penale, dell’impresa. Per cui, il pagamento del “pizzo”, dovrebbe essere configurato come un reato la cui violazione comporti l’applicazione di misure d’interdizione, di blocco dell’attività dell’impresa perché, pagare il “pizzo” significa anche guastare la libera concorrenza, significa inquinare il mercato, significa violare principi non solo etici ma anche regole di concorrenza del libero mercato.

Questo è un punto, che desideriamo porre all’attenzione di studiosi, di operatori, perché vorremmo farne oggetto di una proposta di legge che dia forza al tessuto imprenditoriale sano, perché l’impresa sana ha tutto da guadagnare dall’affermazione della legalità, a maggior ragione le cooperative che hanno dei vincoli ben precisi dal punto di vista di bilanci e controlli.
Aspettando una misura legislativa che imponga regole di comportamento in tal senso, abbiamo voluto adottare i cosiddetti “codici etici”, che non sono dei codici di buona condotta, ma fanno riferimento alla responsabilità sociale dell’impresa. Il codice etico vorrebbe anticipare, quelle che io auspico diventino, forme di obbedienza legislativa, di coerenza legislativa, per tutto il sistema imprenditoriale siciliano. Come sapete, recentemente è stata varata la riforma del diritto societario riguardante tutte le società e, in particolare, le cooperative. Questa riforma ha introdotto una nuova dimensione giuridica dell’impresa cooperativa che era ferma al 1946 con la legge Baseri, in base alla quale, tutte le cooperative italiane, e quindi anche siciliane, sono impegnate ad adeguarsi allo statuto della nuova legge sul diritto societario. Nello statuto noi vogliamo inserire il codice etico che diventerebbe parte integrante della forma di convivenza, di azione, di gestione della impresa stessa. Quindi, i codici etici aspirano a difendere concretamente l’impresa dal pericolo d’infiltrazioni e di condizionamenti, a garantire la libertà di mercato ed assicurare forme di prevenzione dall’illecito che si possono commettere all’interno della stessa azienda. In questo modo l’etica pervade l’impresa in modo concreto e fattivo, anche perché è prevista la costituzione di un comitato di sorveglianza e di garanzia dell’applicazione dello statuto del codice etico. Per cui, la morale non è più un fatto esterno all’economia, un valore aggiunto, una sovrastruttura ma si compenetra e diventa elemento costitutivo dell’essere e di fare impresa. Sono delle questioni difficili nel senso che, in un convegno, sono facili a dirsi, ma farle diventare patrimonio comune, soprattutto per le cooperative che si fondano sulla democrazia economica, quindi sulla partecipazione dei soci, la partecipazione non solo ai fatti amministrativi ma alle questioni finanziarie, di bilancio ecc.., non è davvero impresa da poco. Su questo fronte il Centro Studi Pio La Torre potrebbe costituire un elemento di stimolo, di sollecitazione e di confronto affinchè questo patrimonio diventi frutto di tutto il sistema imprenditoriale siciliano.

In Sicilia, purtroppo, dobbiamo confrontarci, come diceva il Procuratore Grasso, con una realtà più complessa rispetto al resto dell’Italia, perché il potere mafioso che è un potere economico, finanziario, politico e finanche dotato di mezzi militare, quindi di una forza coercitiva di tutto rispetto, è un potere con cui l’impresa deve fare i conti. Io penso comunque che queste iniziative rappresentino il terreno su cui si può vincere la battaglia della legalità. Vi ringrazio.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie a Elio Sanfilippo. La parola a Mario Filippello.

Mario Filippello, Segretario Reg. CNA

L’iniziativa del Centro Pio La Torre avvia un percorso di studi interessante perché, nel sistema imprenditoriale siciliano, si avverte da più parti la necessità di discutere di temi relativi alla sicurezza e alla lotta alla criminalità. Nei giorni scorsi due fatti di cronaca hanno interessato la Sicilia uno avvenuto a Palermo, l’altro a Siracusa. A Palermo viene sgominata una banda mafiosa dedita alle estorsioni, grazie alle indagini della Polizia, senza alcuna collaborazione. Non mi riferisco alla collaborazione dei “collaboratori” di giustizia, mi riferisco all’assenza di collaborazione degli operatori economici vittime delle estorsioni stesse.

L’altro fatto di cronaca avvenuto a Siracusa ci informa, al contrario, che tremila cittadini e imprenditori sfilavano nella città per riaffermare, con forza, la necessità di una battaglia contro le estorsioni, dopo l’ennesimo attentato ad un imprenditore titolare di un pub al porto di Siracusa, tra l’altro un nostro iscritto, che per la terza volta consecutiva, dopo aver denunziato per due volte il fatto, ha subito un altro attentato con conseguente distruzione del locale. In questo caso, dunque, il cittadino che aveva denunziato si trova di fronte all’inefficienza delle Istituzioni che, spesso, non sono in grado di dare una risposta. A questo episodio si affianca quello di Rosolini, dove un altro imprenditore ha avuto incendiato il locale, guarda caso quell’imprenditore era anch’egli a capo di una associazione antiracket che, a Siracusa, sono una ventina. Di converso a Palermo, non esiste tutt’oggi una associazione antiracket. Vi è un vuoto ed è un vuoto “ANCHE” delle associazioni di impresa, delle nostre associazioni di impresa. Questo è il dato inequivocabile da cui, secondo me, occorrerebbe ripartire per far seguire alla discussione seria di oggi, dei fatti concreti. Si avverte una caduta di tensione, anzi nel mondo delle imprese questa tensione non c’è mai stata, è bene dirlo con estrema chiarezza, c’è stata una passività e una tolleranza - no la tolleranza zero a cui si faceva riferimento, questa mattina, nella battaglia per la sicurezza - ma tolleranza totale rispetto al fenomeno delle estorsioni, dell’usura, al fenomeno della imposizione criminale. E non c’è dubbio che il problema dell’economia siciliana, diceva bene il professore La Spina nel suo intervento, è quello della liberalizzazione del mercato che può avvenire solo a fronte di un sistema di regole che determinino condizioni di sicurezza per l’operatore economico. Ci può essere un nuovo Programma Operativo, un nuovo Complemento di Programmazione, un intervento dello Stato, ma il problema rimane, perchè a monte manca un sistema istituzionale forte in grado di stabilire regole uguali per tutti e soprattutto in grado di assicurare che quelle regole vengano rispettate. Da ciò parte la prima condizione per avere un mercato libero dai condizionamenti, precondizione per lo sviluppo economico in Sicilia come altrove. In questo senso, è necessario che lo Stato si faccia da parte, la Regione si faccia da parte rispetto alla sua presenza ingombrante nei rapporti economici e nell’economia, proprio perché vi è la necessità di dare libero corso alle attività economiche, alle attività imprenditoriali. Il problema che avremo nei prossimi anni è questo, ed è il problema delle piccole imprese e degli artigiani. Dunque, lo sviluppo di questa Regione potrà essere equilibrato e integrale nella misura in cui cresce un tessuto economico endogeno della nostra realtà, che si radichi nella nostra realtà, nei nostri settori e questo può avvenire solo nella misura in cui le piccole imprese, che attualmente operano, vengano messe nelle condizioni di crescere di svilupparsi, di attivarsi con tutta una serie di misure. La prima questione è quella della certezza del diritto, riallacciandomi così a quanto già detto dal Procuratore Grasso, la certezza del diritto, dal punto di vista del piccolo imprenditore è la certezza di avere sentenze in tempi brevi, e non mi riferisco soltanto alla sentenza penale, mi riferisco anche alla certezza della sentenza civile, che spazia dal semplice contenzioso di natura economica a contenziosi nel rapporto di lavoro e così via. La giustizia civile non assicura assolutamente la certezza del diritto, del diritto dell’imprenditore, del diritto del cittadino, a cominciare proprio dalla sentenza. Questo è uno dei problemi che impedisce l’affermazione della legalità nella nostra Regione.

Io non so se viene prima lo sviluppo o la lotta alla mafia, non credo che questo si possa stabilire in modo scientifico, è certo però che per creare condizioni per lo sviluppo occorre affermare alcune precondizione, e la precondizione essenziale per la piccola impresa, per gli imprenditori della nostra Regione è quella di avere delle regole che siano uguali per tutti, che siano alla base di ogni tipo di rapporto e che siano applicate nello stesso modo per tutti.

Negli Stati Uniti la mafia c’è, esiste ed è forse, in alcune parti del Paese, più potente di quella palermitana però, dove sta la differenza tra L’Italia e gli Stati Uniti? La differenza sta nel fatto che, in America vi sono delle garanzie rispetto alla certezza del credito, rispetto al problema della autorizzazione amministrativa, che viene determinata dalle Istituzioni, per cui chi intraprende un’attività non è ostacolato dalle Istituzioni, potrà anche trovare, nel suo percorso, il condizionamento delle attività criminali, ma troverà altresì una rispondenza nelle Istituzioni e nelle regole che sovrintendono al funzionamento. La vicenda di Wall Street di qualche mese fa è emblematica, si sono toccati e condannati i vertici del sistema capitalistico americano, sono stati cacciati fuori. Noi spesso condanniamo il mondo capitalistico, ma sotto certi aspetti dovremmo prenderlo come esempio. Concludo dicendo che questo è il nodo fondamentale nella battaglia per l’affermazione della sicurezza e della legalità, almeno nell’economia, per assicurare la possibilità di sviluppo alla nostra Regione. Grazie.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie.

Seguono gli interventi di Vincenzo Di Girolamo Sindaco di Altofonte e del giovane Alessandro Balsamo Presidente dell’associazione Contrariamente.

Vincenzo Di Girolamo, Sindaco di Altofonte

E’ indubbio che legalità e sviluppo sono due concetti che, in Sicilia, si coniughino strettamente alla presenza della mafia. La cosa che temo è la nostra abitudine a rimandare continuamente tutto a momenti successivi. Allora penso che il P.O.N. sicurezza, i Fondi di Agenda 2000, che dovevano fare uscire la Sicilia dall’Obiettivo 1, anche questi possiamo considerarli oggi un’altra occasione perduta per la Sicilia? A me non sembra che ci siano le condizioni d’impegno e di entusiasmo necessari per modificare lo stato attuale delle cose. Ricordo ancora come durante la discussione del Complemento di Programmazione si crearono – mi pare con il Governo Capodicasa - momenti di entusiasmo dove si diceva che questa era l’ultima grande occasione per la Sicilia, che la Sicilia alla fine dei sei anni sarebbe uscita dall’Obiettivo 1 e che avrebbe finalmente intrapreso la via dello sviluppo. Oggi, mi pare, che la classe politica dominante sia orgogliosa del fatto che nonostante il loro ingresso, rimaniamo ancora nell’Obiettivo 1. A questo punto, cosa ci rimane da fare? Io credo che, su questo versante valga la pena di battersi. I protocolli di legalità hanno avuto il loro grande momento, soprattutto, quando si sono realizzati, attraverso la concertazione dal basso, i Patti Territoriali e tutti quegli strumenti di programmazione che hanno consentito, alcuni meglio, alcuni un po’ meno, di innescare processi di sviluppo e la realizzazione di qualche infrastruttura nel nostro territorio.

Oggi siamo di fronte ad una forte centralità regionale, altro che federalismo, dove il ruolo dei Comuni, degli Enti Locali rimane quello di termometro, di punto d’incontro del cittadino con le Istituzioni. Sicuramente, in questa fase, diventa davvero difficile garantire sicurezza ai nostri concittadini, sia per le difficoltà economiche in cui versiamo, sia per tutta una serie di altri fattori che, per mancanza di tempo, non sto ad elencare. Noi riteniamo, comunque, che la lotta contro la mafia rimanga il passaggio fondamentale per una possibile speranza di sviluppo. Lucio Guarino poco fa accennava all’utilizzo di uno strumento straordinario, il Consorzio Sviluppo e Legalità, che solo in piccola parte ha usufruito di fondi del P.O.N. sicurezza, diversi fondi infatti, sono stati assegnati ad altre aggregazioni che certamente non si occupano ne della gestione dei beni ne delle finalità produttive di questi beni.

All’ attività del Consorzio si aggiunge la costituzione di un Protocollo d’Intesa con la Prefettura, con la quale abbiamo realizzato due piani d’intervento, il primo concernente la sicurezza dei beni, perché non dimentichiamo che i beni recuperati e resi produttivi insistano in luoghi dove vi è una forte presenza mafiosa l’altro, tecnico che ci consente di realizzare progetti d’impresa relativi all’utilizzo produttivo di questi beni. Cooperative come la Placido Rizzotto, Eden e qualche altra, rappresentano esempi positivi ma purtroppo isolati nel nostro territorio. Se noi non saremo in grado di costruire una rete di cooperative forte a cui affidare la gestione economica dei beni confiscati alla mafia, alla fine perderemo questa battaglia nonostante gli ottimi risultati ottenuti. E’ infatti irrealistico pensare di continuare a gestire questi beni in cooperative che sopravvivono soprattutto grazie al sostegno pubblico.

Un altro motivo di preoccupazione è la riforma della legge 109 che, di fatto, rimuove l’unico ufficio funzionale presso il Ministero degli Interni. Infatti, l’ufficio della dottoressa Vallefuoco viene cancellato restituendo la gestione dei beni confiscati a quello che io, in svariate occasioni, ho definito il porto delle nebbie, che è il demanio dello Stato.

L’ultimo aspetto di cui vorrei parlarvi, riguarda la possibilità di utilizzo dei beni mobili confiscati, argomento di cui abbiamo discusso ampiamente nell’ambito di un convegno, dove peraltro era presente anche Nino Mannino, che purtroppo non ha sortito grossi risultati, nonostante la presenza e la condivisione delle nostre argomentazioni da parte dell’Onorevole Centaro. I beni mobili confiscati, che per un periodo sono stati utilizzati dalle prefetture per finanziare situazioni di emergenza, oggi si è pensato bene di inglobarli nel Bilancio dello Stato, senza alcun ritorno per il nostro territorio. Beni mobili in granparte traducibili in consistenti somme di denaro, tanto per essere chiari, che oggi, solamente in piccola parte vengono utilizzati per risarcire le vittime della mafia. Naturalmente, noi chiediamo che questo denaro, così come i beni immobili, venga restituito alla comunità. Questo consentirebbe ai molti Comuni dello stesso Consorzio, che gestiscono beni immobili, inizialmente spesso improduttivi, appartamenti per esempio, di usufruire di somme per trasformare questi immobili in centri sociali o altro. La cosa più grave, che allungherà i tempi e che consentirà un ulteriore degrado e perdita di beni, è la restituzione di tutta l’attività all’Agenzia del Demanio, con tutto quello che questo significa. Chi non ha mai avuto rapporti col demanio per beni confiscati e non solo, non si rende conto di quanto affermo. Io credo che noi siciliani dovremmo evitare di rinviare continuamente la risoluzione dei nostri problemi, questa è un’abitudine antica che ci impedisce di risolvere le questioni, condannandoci a sognare un futuro di piena occupazione e di sviluppo compatibile. Dico di più, credo che sul versante degli aiuti europei ci rimanga ormai poco tempo, perché con l’ingresso in Europa di altri Paesi, il rischio che corriamo è quello di rimanere marginali rispetto ai processi di sviluppo che si sono innescati in tutto il continente, a quel punto la Sicilia non interesserebbe più a nessuno o meglio, continuerebbe ad interessare soltanto a coloro che pensano che costituisca un buon bacino elettorale. Per il resto, io che sono stato sempre un ottimista, non credo che avremo un grande futuro.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Alessandro Balsamo, ultimissimo intervento.


Alessandro Balsamo, Presidente associazione Contrariamente

Io darò sicuramente un contributo differente, anche per ovvie motivazioni riconducibili al distacco generazionale che c’è con molti di coloro che mi hanno preceduto. Rispetto a quello che ha detto Mario Filippello, su sviluppo e sicurezza ossia quale delle due affrontare prima o se qualcuna delle due avesse una priorità, io penso che entrambe le cose debbano procedere di pari passo. La Torre, nella sua attività politica, riuscì a coniugare la lotta a favore della pace e la lotta contro la mafia, sintetizzando il concetto che non ci sarebbe stato sviluppo nella nostra terra se non in un contesto libero dal sistema mafioso e libero da un contesto bellico, quindi in assoluta serenità e tranquillità dal punto di vista nazionale e sovranazionale.

Personalmente ritengo che la sicurezza, come elemento intimo della personalità di un Paese, di una società, debba essere affrontato non soltanto da un punto di vista tecnico, da un punto di vista istituzionale - questo seminario ne è l’esempio, lo si avverte anche dal titolo: protocolli di legalità, il ruolo delle Istituzioni, il Programma Operativo Nazionale - ma è importante introdurre un nuovo ruolo, il ruolo dei cittadini. Negli ultimi tempi si è dedicato molto spazio ad una sorta di retorica secondo la quale i cittadini sono lasciati da soli perché lo Stato li ha abbandonati. Io penso che sia giunta l’ora di assumerci tutti quanti delle responsabilità, come cittadini e come siciliani e di cominciare a dare il nostro contributo anche fuori dalle Istituzioni, anche fuori dalla classe politica, anche al di fuori della classe dirigente. Questo è un appello che come associazione, molto spesso, rivolgiamo soprattutto ai nostri coetanei.

Permettetemi di fare un appunto rispetto al ruolo che le Istituzioni hanno rivestito, in questi ultimi anni, nel campo della sicurezza e della presenza istituzionale nel territorio. In un precedente intervento, c’è stato un accenno al poliziotto di quartiere, e ad altri strumenti di contrasto alla criminalità, che ritengo essere più di propaganda che di sostanza effettiva nel controllo del territorio. Io penso che nei quartieri a rischio - come associazione operiamo anche nel quartiere di Ballarò nel centro storico di Palermo - bisogna introdurre una nuova concezione dello Stato, una nuova concezione delle Istituzioni, perché se vogliamo davvero costruire un’alternativa al sistema mafioso veicolandola attraverso le Istituzioni, bisogna che si costituiscano delle Istituzioni trasparenti, delle Istituzioni legali. Oggi questo non avviene, penso all’Assemblea Regionale Siciliana, penso ad alcune amministrazioni pubbliche all’interno di alcuni Comuni come quello palermitano. Bisogna pretendere una burocrazia che sia trasparente ed effettivamente vicina ai cittadini, che sia quanto più possibile riconducibile al concetto di democrazia moderna.

E’ evidente che le attività del Centro Studi Pio La Torre, come quelle di altre associazioni possono dare un grosso contributo, ma è altresì evidente il distacco che spesso si crea tra queste iniziative culturali, di ricerca e di approfondimento e il coinvolgimento dei cittadini, della città. Il Procuratore Grasso, tempo fa, ha rilasciato un’intervista al giornale Pinocchio che collabora con la nostra associazione, alla domanda: “quando lo Stato ci lascia da soli noi giovani cosa possiamo fare?” Pietro Grasso ha risposto: “dovete dire di no”. La stessa risposta diede Libero Grassi quando un giornalista gli chiese cosa bisogna fare per sconfiggere la mafia. Penso che, soprattutto noi giovani, dobbiamo introdurre un’attività che vada oltre il no, un’attività che dimostri effettivamente la concretezza della nostra politica, la concretezza del nostro affetto nei confronti di questa terra. Concludo con l’auspicio, che rivolgo soprattutto al Centro, di cercare nei prossimi seminari che completeranno il ciclo, di affiancare all’aspetto tecnico un aspetto partecipativo diretto soprattutto alle nuove generazioni e ai cittadini comuni. Spesso ho assistito a seminari o convegni dedicati all’antimafia, che la maggior parte delle volte sono risultati essere semplicemente auto celebrativi. Io auspico che il mondo accademico metta a disposizione di tutta la collettività, il proprio sapere, sarebbe importante mettere a disposizione di tanti il vostro bagaglio culturale, non tanto nelle università, quanto piuttosto attraverso iniziative, ad esempio, all’aperto nelle piazze. Può sembrare un pò nostalgico finanche romantico, però, ritengo che sia una possibile soluzione per attaccare la mafia nel territorio e soprattutto in quel settore dove la mafia riesce, tuttora, a costituire le proprie fondamenta, ossia nel settore della cultura.

Questo è semplicemente un auspicio. Grazie.

Vito Lo Monaco, Vice-Presidente del Centro di Studi ed iniziative Culturali Pio La Torre

Grazie ad Alessandro Balsamo.

Nel salutarvi, vi rinnovo l’invito a prendere parte alla prossima iniziativa. Grazie.

On.le Antonino Mannino, Presidente del Centro studi ed iniziative culturale Pio La Torre

Grazie ad Alessandro Balsamo, grazie a tutti voi.

L’esigenza che noi avvertiamo come Centro è quella di far sì che questi momenti di incontro abbiano poi la più ampia diffusione possibile, perché trasmettere le informazioni, le conoscenze, le elaborazioni che riusciamo a produrre, rappresenta lo scopo nel quale siamo impegnati da sempre. A tal fine Pio La Torre ha fatto una cosa essenziale nel corso di tutta la sua attività, trasmetteva a noi ragazzi, purtroppo oramai non lo siamo più, tutti i dati della vecchia antimafia, e noi abbiamo constatato che la diffusione di tali informazioni rendevano possibile la comprensione di quello che stava succedendo attorno a noi. La lotta alla mafia comporta un aggiornamento continuo della sua conoscenza perché la mafia si rinnova, operativamente, giorno per giorno, al fine di combattere la società e impedirne lo sviluppo democratico.

Abbiamo ascoltato, in modo autorevolissimo anche dal Procuratore Grasso, a proposito del livello di diffusione del racket delle estorsioni e sulla presenza di forme di criminalità sia essa diffusa o organizzata - che poi scopriamo essere tutta quanta riconducibile alla criminalità organizzata, perché anche i rapinatori da quattro soldi pagano il “pizzo” all’organizzazione criminale – la necessità di diffondere una coscienza antimafia perché costruire una cultura della legalità, significa costruire le basi per una vita autenticamente democratica. Le organizzazioni come la nostra, sono nate e si adoperano anche per questo e non solo per ricordare doverosamente coloro che, nella lotta alla mafia, hanno perduto la vita.

Questo convegno è stato denso di contenuti, di analisi e di approfondimenti interessanti che noi faremo in modo di diffondere rapidamente attraverso la pubblicazione degli interventi qui prodotti, affinchè sia i Comuni, sia le organizzazioni giovanili che chiunque altro fosse interessato ne possa usufruire.

Come avete sentito dall’intervento di Alesando Balsamo il centro Pio La Torre ha offerto sostegno all’associazione Contrariamente e ai tanti giovani che in questi ultimi tempi si sono distinti per iniziative contro la mafia e per avere sollecitato l’indignazione dei cittadini contro chi si fosse rassegnato a pagare il “pizzo”. Noi riteniamo che questo tipo di disponibilità e di mobilitazione sia fondamentale per farci guardare all’avvenire con un pizzico di ottimismo e sicuramente con maggiore fiducia.

Grazie a tutti Voi.


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