Antimafia, il metodo di Giovanni Falcone trasfuso in un master

Società | 31 maggio 2020

Non è facile delineare unitariamente e in profondità il coacervo della criminalità organizzata. Ma se diversificate, mutanti e frastagliate sono 'ndrangheta, mafia, camorra e tutte le altre organizzazioni della criminalità organizzata, univoche devono essere invece analisi, prevenzione e contrasto da parte delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, affiancate dalla società civile, dalle istituzioni, dall’Università e dalla scuola. In sintesi il metodo di Giovanni Falcone trasfuso in un master universitario. "Una delle caratteristiche peculiari dei fenomeni mafiosi è proprio la loro adattabilità isomorfica ai cambiamenti socio politici oltre che normativi ed economici", spiega Alessandra Dino, docente di Sociologia giuridica e della devianza, dell’Università di Palermo, coordinatrice del modulo siciliano del primo master inter-universitario antimafia e anticorruzione, nato da una convenzione fra Libera e le università di Pisa, Torino, Napoli e Palermo.


Professoressa Dino, come è articolato?

Il Master di secondo livello in "Analisi prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione" è un’occasione unica sul territorio nazionale ed è giunto quest’anno alla sua decima edizione. Ciascuna sede universitaria approfondisce un ambito tematico diverso. Così se Pisa affronta il tema della corruzione e Napoli quello dei beni confiscati, il modulo palermitano si concentra sulla legislazione penale, le tecniche e le politiche per il contrasto alla criminalità organizzata, il rapporto tra mafia e politica e quello tra mafia e informazione. Il percorso si conclude a Torino con un approfondimento sull'impresa mafiosa.


Dagli anni delle faide, della droga connection, delle stragi e di mani pulite, quale la mutazione genetica delle mafie e della corruzione?

La struttura di cosa nostra è attraversata dallo stesso processo di polarizzazione che ha registrato (a livello macro economico in uno scenario mondiale) un allargamento impressionante della forbice sociale: da una parte vi è l’èlite ristretta dei più ricchi, di coloro che detengono conoscenze e rapporti con il "mondo di sopra", adusi al potere e laicamente impegnati a gestire affari a vari livelli; dall’altra lo scalpitante "popolo di cosa nostra", in difficoltà per i costi di mantenimento dei detenuti e costretto a confrontarsi con i continui arresti che - fino ad oggi - hanno reso complessa l’operazione di ricostituzione dell’organo centrale di governo, indispensabile per una gestione coordinata e di largo respiro delle attività dell’organizzazione. La stessa polarizzazione è rappresentata nelle ultime relazioni della Dia: dimidiate tra il desiderio di decretare la sconfitta dell’organizzazione (esaltando i meriti delle attività di polizia) e il timore di provocare un calo dell’attenzione che renda più difficile - anche sul piano normativo e dell’allocazione delle risorse economiche - l’attività di contrasto.


Classifica del business della criminalità organizzata?

Centrale rimane il traffico di sostanze stupefacenti ma ad esso si affiancano sempre più reinvestimenti di denaro illecito in settori leciti (dalle energie alternative allo smaltimento dei rifiuti per arrivare alla sanità da sempre luogo elettivo di investimento del denaro mafioso). Tutto ciò rende sempre più complesso l’individuazione di tali transiti richiedendo strumenti più sofisticati, un lavoro integrato anche a livello internazionale e normative più sensibili a quelli che apparentemente si profilano come "danni" ma non ancora come "reati".

 di Gianfranco D’Anna

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