Barconi in calo e morti in aumento nel Canale di Sicilia

Società | 8 maggio 2019
Gli arrivi dei migranti in Europa continuano a diminuire, ma il Mediterraneo non è mai stato così pericoloso: Unhcr Italia lancia l’allarme, rilevando che quest’anno una persona su tre ha perso la vita lungo la rotta libica, la percentuale più alta negli ultimi anni. I dati dei primi quattro mesi del 2019 confermano la tendenza di un robusto calo dei flussi: sono poco meno di 12.500 i migranti entrati in Europa via mare dal primo gennaio fino al 10 aprile, con una diminuzione del 22% rispetto ai 16.200 circa arrivati nello stesso periodo dell’anno scorso, secondo le cifre dell’Oim. In Italia, dove il governo ha attuato una politica di chiusura dei porti, si registra una riduzione più drastica: 623 i migranti arrivati nelle nostre coste, rispetto ai 7.389 registrati nei primi mesi del 2018: oltre il 90% in meno, addirittura il 97% in meno, in confronto al 2017. Mentre sia Grecia che Spagna hanno accolto quasi 5.800 persone ciascuna. Ma è il conto delle vittime a destare preoccupazione. 

Sono 422 i profughi inghiottiti dal Mediterraneo in questi primi mesi dell’anno: un morto ogni tre persone che hanno tentato la traversata, la percentuale più elevata sul totale delle partenze dal 2014. Per l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati «questa situazione non può continuare», e ci sono delle precise responsabilità, dentro e fuori dalla Libia. L’Unhcr punta il dito contro le autorità del paese nordafricano: «Non esiste un porto sicuro in Libia e nessuna nave governativa effettua operazioni di ricerca e soccorso», è la denuncia. E di certo la guerra tra Tripoli e Bengasi, che va avanti da oltre un mese, non contribuisce a migliorare il controllo delle frontiere. Sotto accusa c'è anche l’Unione Europa, che circa un anno fa fa aveva stabilito un codice di condotta per le Ong, invitandole a non interferire Con le operazioni della guardia costiera libica. Con il risultato, denuncia l’Unhcr, che le loro imbarcazioni di soccorso sono di fatto scomparse dal Mediterraneo. 


 Oms: in Europa sono 90 milioni e si ammalano meno. 

 Vivono mediamente più a lungo rispetto al resto della popolazione, si ammalano meno e fanno meno ricorso all’ospedale. Hanno una sorta di "vantaggio di salute» i circa 90 milioni di migranti e rifugiati che vivono in Europa, ma questo tende a ridursi col passare degli anni di permanenza nei Paesi di arrivo. E’ quanto emerge dal Rapporto sulla salute di rifugiati e dei migranti nella regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), realizzato a partire da 13.000 documenti relativi a 53 Paesi dell’area. Il rapporto, precisa il ministro della Salute Giulia Grillo, mostra «che non c'è un aumento della trasmissione delle malattie infettive da parte della popolazione migrante». 

Dal report, il primo del suo genere, emerge che i migranti rappresentano circa il 10% della popolazione generale e hanno tassi di mortalità più bassa per malattie come i tumori, ma acquisiscono i problemi di salute del territorio dove vanno ad abitare. Molte malattie non trasmissibili, come obesità e diabete, infatti, tra coloro che sono appena giunti, hanno tassi di prevalenza più bassi rispetto al resto della popolazione, ma i due tassi iniziano a convergere man mano che aumenta la durata del soggiorno nel Paese ospitante. I migranti hanno però incidenti nei luoghi di lavoro più frequenti e più problemi legati alla gravidanza e alla salute materno-infantile. Sono poi più esposti a depressione e sindrome da stress post traumatico, un problema che riguarda fino a 36% dei rifugiati e al 2% dei migranti. Inoltre, tra gli stranieri resta più alto il tasso di incidenza di malattie infettive, come Tubercolosi e Hiv, contratte spesso durante il viaggio o anche nei paesi di destinazione ma con «un rischio molto basso di trasmissione al resto della popolazione». Per quanto riguarda però la Tbc, l’80% dei casi di contagio, riguarda 18 paesi dell’Europa dell’Est; inoltre, nei Paesi Europei, solo il 30% dei nuovi casi viene notificato tra migranti o rifugiati. «A volte abbiamo preconcetti sulla salute dei migranti, ma ora abbiamo concrete basi scientifiche per ridurre i miti a riguardo», commenta Piroska Östlin, vicedirettore dell’Oms Europa. «Come recita il sottotitolo del rapporto presentato oggi - precisa il ministro Grillo - 'non c'è salute pubblica senza salute di rifugiati e migrantì».

 La nuova sfida per l’Ssn in materia, quindi «è riorientarsi dal problema delle malattie infettive presenti al momento di arrivo in Italia a quello della cronicizzazione». Il rapporto è stato prodotto con il contributo scientifico dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà (Inmp), appena nominato Centro collaboratore dell’Oms sull'evidenza scientifica e la capacity builiding sulla salute dei migranti. «Solo grazie ad evidenza e ricerca - precisa Concetta Mirisola, direttore generale dell’Inmp - è possibile avere dati che danno la possibilità di indirizzare scelte politiche precise» ed «evitare falsi allarmismi».



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