Fuga dei giovani dalla Sicilia, diecimila emigrati l'anno

Economia | 2 agosto 2018

La popolazione italiana è in netto calo: nel 2017 ammontava a 60milioni e 660mila unità, in ulteriore diminuzione di quasi 106mila unità. È come se sparisse una città italiana di medie dimensioni da un anno allaltro. Questa è la fotografia scattata dalla Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che ha presentato il rapporto Leconomia e la società nel Mezzogiorno. La popolazione diminuisce malgrado aumentino gli stranieri: nel 2017 il calo è stato di 203mila unità a fronte di un aumento di 97mila stranieri residenti. 

Il peso demografico del Sud diminuisce ed è ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017 nel Centro-Nord risiedevano 4.272mila stranieri rispetto agli 872mila stranieri nel Mezzogiorno). 

Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1milione e 883mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito allestero. Quasi 800mila non sono tornati. Anche nel 2016, quando la ripresa economica ha manifestato segni di consolidamento, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 131mila residenti. 

Tra le regioni meridionali, sono la Sicilia, che perde 9,3mila residenti (-1,8 per mille), la Campania (-9,1 mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e la Puglia (-6,9 mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7), quelle con il saldo migratorio più negativo

Ancora oggi al cittadino del Sud - secondo la Svimez- mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dellambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per linfanzia. In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per linfanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti. E’ lintero comparto sanitario a presentare differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale come dimostra la griglia dei Livelli Essenziali di Assistenza nelle regioni sottoposte a Piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati. I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema sanitario meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono la Calabria, la Campania e la Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e lEmilia Romagna. I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto sui redditi. Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente linsorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; allestremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.

I divari si confermano anche per quel che riguarda lefficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa allanagrafe, alle ASL e agli uffici postali. La Svimez ha costruito un indice della performance delle Pubbliche Amministrazioni nelle regioni sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana: il Trentino-Alto Adige con un punteggio pari a 100 è la regione più efficiente. Le regioni meridionali, ad eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dellAbruzzo a 53, sono al di sotto della metà: Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42 e Puglia 43.

Parlando di economia, nel 2017 il Mezzogiorno ha proseguito la ripresa, ma in un contesto di incertezza rischia di frenare. Il PIL è aumentato al Sud dell1,4%, rispetto allo 0,8% del 2016. Ciò grazie al forte recupero del settore manifatturiero (5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%). La crescita è stata solo marginalmente superiore nel Centro-Nord (+1,5%). Gli investimenti privati nel Mezzogiorno sono cresciuti del 3,9%, consolidando la ripresa dellanno precedente: lincremento è stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%). La crescita degli investimenti al Sud ha riguardato tutti i settori. Ma rispetto ai livelli pre crisi, gli investimenti fissi lordi sono cumulativamente nel Mezzogiorno ancora inferiori del -31,6% (ben maggiore rispetto al Centro-Nord, -20%). Preoccupante- sempre secondo la Svimez- la contrazione della spesa pubblica corrente nel periodo 2008-2017, -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese. Il triennio di ripresa 2015-2017 conferma che la recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane, e tuttavia gli andamenti sono alquanto differenziati. Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, è estremamente elevato nel Mezzogiorno. Nel 2017, la Calabria, la Sardegna e la Campania sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%. Lunica regione meridionale che nel 2017 ha fatto registrare un andamento negativo del PIL è il Molise, -0,1%, che, era cresciuto dell1,3% nel 2015 e dell1,1% nel 2016. Leconomia del Molise è stata sostenuta nel 2015-2017 dalle costruzioni (+26,4%), ma lindustria in senso stretto fa registrare una performance particolarmente negativa (- 7,4%). I servizi nel triennio registrano un +2%, mentre lagricoltura langue (+0,4%). La Sicilia fa segnare un rallentamento della crescita, +0,4% nel 2017, dopo aver registrato un aumento del PIL dell1% nel 2016 e dello 0,9% nel 2015. NellIsola lindustria in senso stretto fa segnare nel triennio di ripresa una performance importante (+14,1%), anche lagricoltura fa registrare un andamento complessivamente positivo (+2%) e così i servizi (+1,6%). A frenare landamento delleconomia siciliana il settore delle costruzioni che fa segnare il -6,3% nel periodo 2015-2017.

Il Mezzogiorno tuttavia soffre ancora. Aumenta loccupazione, ma vi è una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione. La crescita dei salari, pertanto, risulta frenatae non in grado di incidere sui livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata. Il divario nei servizi pubblici, la cittadinanza limitataconnessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dellarea e rappresenta il primo vincolo allespansione del tessuto produttivo. La crescita delloccupazione è proseguita nel 2017, seppur con un rallentamento a fine anno: nel Mezzogiorno è aumenta di 71 mila unità (+1,2%) e di 194 mila nel Centro-Nord (+1,2%). Ma al Sud è ancora insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi: nella media del 2017 loccupazione nel Mezzogiorno è di 310 mila unità inferiore al 2008, mentre nel complesso delle regioni del Centro-Nord è superiore di 242 mila unità. Nel corso del 2017 lincremento delloccupazione meridionale è dovuta quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita del 2,5% nel 2016, il che dimostra che stanno venendo meno gli effetti positivi degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni al Sud.

Il numero di famiglie senza alcun componente occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% allanno, nonostante la crescita delloccupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione allinterno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche. Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e allesplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante.

 di Melania Federico

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