Gli studenti nella prigione del piccolo Di Matteo trucidato dai mafiosi

Giovani | 18 ottobre 2017

È stato nascondiglio di mafiosi e scenario di morte e di atrocità disumane. Oggi è divenuto sito di memoria e di speranza, un angolo di riflessione, “un luogo aperto alla luce, senza pareti per raccontare la verità” - si legge in uno dei pannelli esplicativi che arredano una parete dell’edificio in contrada Giambascio, tra le colline della Valle dello Jato. La struttura, appartenuta ai Brusca, boss di San Giuseppe Jato, e oggi bene confiscato destinato ad iniziative culturali e didattiche, è stata, per 180 giorni, la prigione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino, rapito nel novembre del ’93 e poi strangolato e disciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, quando non aveva ancora quindici anni.

La vicenda di Giuseppe Di Matteo, divenuto strumento di ricatto di Giovanni Brusca per far ritrattare al padre le accuse sulla strage di Capaci e sull’omicidio di Ignazio Salvo, è nota a molti. Ma non a tutti. Soprattutto ai giovanissimi, a coloro che non erano neanche nati quando Giovanni Brusca ordinò l’uccisione del figlio di Santino Di Matteo allorché le accuse del collaboratore condussero alla condanna all’ergastolo del boss di San Giuseppe Jato. Oggi questa triste pagina di storia è stata raccontata agli studenti dell’ITG “F. Parlatore” di Palermo, in visita al Giardino della Memoria nell’ambito del progetto “Giovani cittadini attivi e consapevoli” promosso dall’associazione P.A.R.S. – Progettazione, Analisi, Ricerche e azioni per lo Sviluppo. “Il cambiamento culturale parte da voi – ha incitato il sindaco di San Giuseppe Jato, Rosario Agostaro, nell’accogliere gli alunni della scuola palermitana. Dovete diffondere ciò di cui oggi venite a conoscenza”.

Come aveva già sottolineato il primo cittadino in occasione della visita del bene, lo scorso 10 ottobre, da parte degli studenti del liceo ‘Ragusa-Kiyohara’, anch’essi coinvolti nello stesso progetto, “dovete riportare all’interno delle vostre famiglie quello che oggi state apprendendo”. All’invito agli studenti sul loro ruolo nel cambiamento culturale, Agostaro ha accostato anche un messaggio di speranza che parte proprio da San Giuseppe Jato: “oggi le cose stanno cambiando, la gente è libera di pensare”. Alla visita nel casolare dedicato a tutti i bambini vittime delle mafie è seguito un momento di riflessione nell’anfiteatro antistante ad uno degli ingressi dell’edificio, un’area realizzata in seguito alla ristrutturazione dello stabile. I ragazzi hanno ascoltato la lettura della dichiarazione di Vincenzo Chiodo, uno degli esecutori dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, resa all’udienza del 28 luglio 1998. “...Enzo Brusca e Monticciolo mi hanno baciato, dicendo che mi ero comportato.. come se mi avessero fatto gli auguri di Natale o chissa`...., complimentandosi per come mi ero comportato...”.

A guidare i giovani sulla riflessione di uno degli omicidi più efferati dell’organizzazione mafiosa è stata, insieme ai membri dell’associazione P.A.R.S., Chiara Cannella di Libera Palermo. L’associazione che fa capo a Don Ciotti è, infatti, insieme al Centro Pio La Torre, partner del progetto finanziato nell’ambito della linea ‘Giovani protagonisti di sé e del territorio - CreAZIONI Giovani’ dell'Assessorato Regionale della Famiglia e delle Politiche Sociali. Il prossimo 26 ottobre anche gli studenti dell’I.P.S.S.A.R. “P. Borsellino” avranno l’opportunità di conoscere la vicenda del ‘bambino che sconfisse la mafia’ e il luogo da cui ciascun visitatore inizia il suo percorso per far conoscere, a sua volta, ad altri Giuseppe Di Matteo.

 di Alida Federico

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