I demoni che alimentano la letteratura scrivono pure buoni libri

Cultura | 15 maggio 2019

Nell’immaginario popolare, i demoni sono da evitare, non sia mai vogliano precipitarci all’inferno.

In letteratura, esattamente l’opposto, i patimenti terreni non hanno paragone, essendo più crudeli, con gli improbabili castighi dell’altrove celeste, tant’è che Dostoevskij scrisse I demoni, attribuendo agli uomini più attinenza con gli inferi di quanto ne avesse l’esercito diabolico di Lucifero.

Poco male, se nelle opere di Michele Mari e Walter Siti, magia, miti, leggende e finzioni non fossero  impastati, in maniera inscindibile, con la materia del narrare.

A rendere il groviglio inestricabile, nel dibattito, tenutosi nella sala rossa del Salone Internazionale del Libro, contribuisce l’esternazione proposta agli autori dal curatore, come a dire, confessate i vostri peccati e, poi, deciderete voi stessi la penitenza da scontare, volendo continuare nella metafora religiosa!

In questo pericoloso esercizio si è  cimentato Carlo Mazza Galanti, giornalista e traduttore di romanzi dal francese, coinvolgendo due autori contemporanei, tra loro diversi, se non opposti nell’approccio della realtà.

Scuola di demoni. Conversazioni con Michele Mari e Walter Siti, edizioni Minimum Fax, è un libro da leggere in chiave interpretativa del ruolo della letteratura nel contesto attuale.

Ad aiutare la comprensione, l’antitetica concezione della realtà dei due autori, cioè la materia introiettata dallo scrittore, la quale rielaborata diventa narrazione e, talvolta narrativa nei migliori testi, assurgendo alla dignità del genere.

Per sintetizzare sul nascere il dibattito, giova riportare l’affermazione di Mari, secondo la quale lo strato grezzo su cui lavorare è da individuare nei classici, mentre per Siti, dal letame nascono i fiori, per esprimersi con un verso di Fabrizio De André.

Pur dinnanzi a romanzieri affermati, sicuramente in condizione di auscultarsi, non sempre il processo creativo è palese agli stessi autori. Nei meccanismi mentali, nelle percezioni si nascondono i germi dell’arte, di sovente di difficile scandaglio.

Ciò detto, il fastidio provato da Mari nel misurarsi con la realtà, seppure non rientrante a tutto tondo in una patologia, ci si avvicina per ammissione stessa dello scrittore.

Alla produzione delle opere d’arte hanno contribuito più soggetti disturbati di quanto si possa pensare. E l’elenco è talmente lungo da sfiorare la completezza. Si pensi a Van Gogh, a Caravaggio, a Baudelaire e via di questo passo.

Scrivere pericolosamente è un saggio di James Joyce, nel quale l’uso dell’avverbio è legato al concetto di ambiguità, in quanto terreno fertile della letteratura.

Pertanto, più lo scrittore è un delinquente, più si avvicina all’ossessione, più è peccatore, nel caso di concezione religiosa, meglio è!

Spiegare un simile concetto a una platea di lettori non è semplice e, volendo evitare l’istigazione a delinquere, giova adottare un linguaggio prudente se non paludato!

Nel contesto del Salone, il peso del comitato dei lettori è codificato nello statuto e, in sostanza, allorché si vogliano introdurre cambiamenti, dal piano organizzativo a quello teorico, ci si scontra con due ostacoli, la democratizzazione estremizzata, per cui, chiunque, pur incompetente ha diritto di esprimersi al riguardo di materie, nella fattispecie, la letteratura. Nel secondo dei casi, si va incontro alla trappola del potere, consistente negli equilibri costruiti su autori già affermati o, in alternativa, su stereotipi di esordienti, giovanissimi, meglio se femmine, o bisex, omosex, quanto non reduci dalle patrie galere!

Qualora non fosse chiara, la declinazione di scuola dei demoni rischia di trovare i propri interpreti nei soggetti appena citati, idonei per lo status e inidonei a scrivere, in una china segnata da mancanza di talenti, uomini e donne, al netto della loro storia di genere, non riescono a dare voce ai demoni, agli abissi, che dentro ciascuno urgono per uscire allo scoperto.

Ecco, spiegato perché scrivere è considerata una maledizione, nel caso di Michele Mari, il cui travaglio del parto è talmente doloroso da consigliare il cesareo, mentre per citare Siti, la gestazione dello scritto avviene in modi e forme di progressiva uscita.

Nei titoli di coda, pur essendo il cuore della scrittura, la forma modifica il contenuto, per meglio dire lo indirizza in un luogo o in un altro, gli affibbia un peculiare significato, insomma la letteratura, a sentire Siti, è in piena emergenza, non per la crisi del romanzo, bensì per ripensare la sua funzione sociale. Oppure, a dar retta a Mari, ha lo stesso ruolo del secolo scorso, quando Céline, pur essendo l’uomo che è stato, ha scritto pagine di bellezza unica, immortali, superando quel brav’uomo di André Malraux!

Adesso, in un momento in cui il romanzo marca la sua crisi per eccesso di produzione, circolano in Italia oltre diecimila manoscritti l’anno, cosa si potrà inventare per cercare il meglio?

Nell’ironia di Michele Mari si può cogliere il suo disimpegno al riguardo. E se, invece, la battuta, il nuovo Dante Alighieri uscirà da Facebook, fosse un avvertimento anche in questo caso, da intendersi come il talento, l’applicazione, la vocazione e le letture che hanno formato le passate generazioni di scrittori modelleranno quelle presenti e quelle future? oppure dobbiamo rassegnarci al peggio? Anche la morte del romanzo, a maggior ragione della letteratura, è dietro l’angolo?

Dal Salone Internazionale del Libro di Torino

Angelo Mattone

 



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