In memoria della strage di Capaci e dei martiri di mafia

Società | 22 maggio 2020

Per un uomo della mia generazione ogni delitto del terrorismo politico e mafioso degli anni 70, 80, 90 del secolo scorso è rimasto incagliato nella memoria personale e legato al momento in cui ha appreso, tramite radio, tv, telefonata, del grave delitto. Quando mi è arrivata la notizia della strage di Capaci, nella quale cadde Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta, stavo concludendo un attivo regionale della mia organizzazione, la Confederazione Italiana Agricoltori, presso una sala di un albergo di Palermo.

La prima riflessione, nel dolore e la commozione del momento, mi portò alle conversazioni avute con Rocco Chinnici e gli uomini del suo pool, di cui fece parte Giovanni Falcone, sull’aggressività di tipo nuovo che caratterizzava la mafia di quegli anni contro uomini della politica, delle istituzioni, dell’imprenditoria e della società civile che osavano opporsi al sopruso mafioso.

Escludendo la teoria del “grande vecchio, ” che manovrava i delitti e le guerre di mafia, emergeva invece la complessità della rete relazionale di quella mafia che da potere asservito a uomini della politica, delle istituzioni, dell’economia, con i quali dialogava e trattava scambio di favori, di affari, di voti, di consenso sociale e anche religioso, ora pretendeva di imporre loro il suo potere assoluto.

Una lotta per il potere in cui quella vecchia mafia tentò di rovesciare i rapporti di forza a suo esclusivo vantaggio pensando di essere più forte dello Stato. Le andò male per la forte opposizione sociale, politica e istituzionale. Quella strategia fu sconfitta grazie a chi non aveva mai considerato la mafia un fenomeno di sola cultura antropologica che non incideva nella politica, nell’economia e nella società, ma un fenomeno complesso di criminalità economica e sociale strutturale al modello di sviluppo capitalistico nel Sud d’Italia, estesosi nel tempo a livello nazionale e internazionale. La mafia nelle varie fasi storiche servì per contenere il movimento contadino e le sue richieste di riforma agraria, quello sindacale per i diritti del lavoro, quello democratico per i diritti costituzionali di libertà e uguaglianza. Lo Stato, quando la volontà politica che lo guidava glielo consentì, dimostrò che era più forte.

La legge Rognoni-La Torre nacque da questa lettura del fenomeno. Alla sua elaborazione diedero il proprio contributo anche uomini come Rocco Chinnici e Cesare Terranova. Grazie a questa legge il pool creato da Chinnici, di cui fece parte Giovanni Falcone, poté istruire il maxiprocesso le cui condanne furono confermate, per la prima volta nella storia del paese, sino all’ultimo grado di giudizio. La rabbia mafiosa per la sconfitta subita si scaricò, nel 1992/93, su Salvo Lima, uomo della mediazione tra politica e mafia, e nelle stragi di Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili, e negli attentati di Roma e Milano. Il sacrificio di tanti uomini giusti come Falcone non fu vano, segnò l’eclissi della vecchia mafia. E allora le mafie attuali da dove nascono? Dalla capacità di trasformazione e adattamento di quella rete relazionale alla quale ho accennato. La repressione efficace dello Stato ha colpito la criminalità di stampo mafioso e ha messo in evidenza le relazioni di potere tra finanza, economia, politica e corruzione, ma si è manifestata soprattutto nelle fasi emergenziali. Nel momento in cui le nuove mafie sparano di meno e corrompono di più sono meno appariscenti e la loro pericolosità democratica ed economica non è sufficientemente avvertita dalla politica. Tant’è che la questione non ha la dovuta priorità nell’agenda politica.

La crisi da Covid19 e le gravi conseguenze economiche e sociali venutesi a creare stanno, giustamente, sollecitando un nuovo impegno antimafia. Il disagio sociale, gli stanziamenti per l’emergenza e la ripresa economica del paese, alletta l’ingordigia dei corruttori, dei corrotti e delle mafie. Nessun varco deve loro aprirsi per i ritardi della burocrazia e della politica; nessun pretesto in nome dell’emergenza deve far venire meno la trasparenza, la celerità dei controlli antimafia e anticorruzione ante e post intervento pubblico. Nessuno pensi di cancellare i controlli invocando l’emergenza! È possibile conciliare trasparenza, velocità di spesa e controlli. Basta volerlo! Il movimento antimafia continuerà a mobiliterà per questi obiettivi di giustizia sociale e democrazia. Dalla crisi del coronavirus usciremo con un vaccino e anche con politiche antimafie più costanti e coerenti. Non è questione di strumenti giuridici, che ci sono, ma di volontà politica che non vediamo ugualmente presente in tutti i soggetti –politici, imprenditoriali, istituzionali, sociali-. Ovviamente, stando sempre all’erta per contrastare anche l’antimafia di cartone come sembra spuntare dall’ultima retata anticorruzione legata alla spesa sanitaria in Sicilia.

 di Vito Lo Monaco

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